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E' proverbiale che l'erba cattiva non muoia mai. “Vècio, stai tranquillo e sereno: l'erba cattiva non muore mai. Ci rivedremo qui presto!” Invece, stavolta, è morta: ammesso che sia nata cattiva. Restano queste le mie ultime parole dette a Donato Bilancia, l'uomo che negli anni Novanta ha reso la cronaca nera italiana colore pece da quanto nera l'ha fatta diventare. E' morto oggi, vittima anche lui di un Covid micidiale, senza pietà: vittima l'uomo reso tristemente famoso per aver reso vittime persone innocenti. Adesso sarà tutta una contraerea di voci: “E' morto il boia, l'assassino, il male. L'omicida, il delinquente, l'uomo-nero”. In un assassinio, però, non c'è mai una parte giusta: «Uccidere è sempre uccidersi» scrisse la mistica Simon Weil. Non esistono manco i delitti passionali: la passione è vita, amore. Cosa c'è di passionale in un omicidio? Non è morto l'assassino Bilancia, però, perchè è sempre-e-solo esistito l'uomo Donato: che, in vita sua, ha commesso delle gesta così orribili e ingiustificate che sono diventate di una dimensione così ciclopica da oscurarne persino la paternità. L'errore ha finito per oscurare l'errante, l'aggettivo ha disintegrato il sostantivo. L'uomo si è suicidato rimanendo vivo.
L'uomo è vissuto sepolto sotto il peso della sue gesta. Un'inspiegabile scarica d'inferno.
L'ho conosciuto dieci anni fa, sepolto dentro una cella d'isolamento: restio, inselvatichito, feroce nello sguardo. Le prime volte, in cella, mi impauriva, mi allontanava, mi respingeva. S'arrabbiava e urlava senza un apparente motivo. Un giorno, poi, mi chiese il perchè della mia strana scelta di dargli del lei, di chiamarlo signor Donato, di non rivangargli quel passato omicida così ingombrante. “Tu mi vuoi far crepare, belìn” mi disse alla genovese. Qualcuno che lo chiamasse ancora signore dopo tutti i misfatti, nonostante i misfatti compiuti: questo lo metteva in ginocchio, più di tutte le botte prese (e mai raccontate) in questi vent'anni di gattabuia. In queste stagioni scontate dietro le sbarre e il cemento, è stato l'amore a sfibrare la tempra micidiale di un uomo ardimentoso: l'amore quello puro – senza nessuna giustificazione in allegato – è riuscito ad infiacchire la bestia, risvegliando quello che restava dell'angelo assopito. “Quant'è buffa la mia vita”, pensai la prima volta che lo vidi a quattr'occhi, berretto in testa, barba appuntita, la voce di una raucedine fastidiosa. Buffa perchè, negli anni Novanta, ero terrorizzato quando, in treno, sentivo dei passi avvicinarsi: ero piccolo, apprendevo dai TG di una mattanza in atto nell'Italia del Nord, ero spaventatissimo. Nelle stazioni la gente che camminava guardandosi dietro le spalle mi rendeva travagliato, impaurito. Non potevo immaginare che, un giorno, l'avrei (ri)trovato tra il mio piccolo resto d'Israele nel freddo della nostra galera di Padova. Da uomo conoscevo la bestia, da prete ho avuto la grazia di toccare l'angelo che si stava lentamente risvegliando. A colpi d'amore, di rimorsi, di vergogna. Di intercessioni. La sua “risurrezione in corso” non è accaduta a caso, ha nomi e cognomi precisi: gente (tanta) che ha scommesso stagioni, anni, offese pur di provare a recuperare un frammento di umanità. Ci è riuscita, davvero. Il suo male fatto lo conoscono tutti, il suo bene fatto (in quest'ultima decade) resterà nel cuore di chi l'ha accompagnato. E rimarrà sepolto, come voleva che restasse, com'è rimasto lui nel cuore dell'Italia (quasi) intera. E' morto: c'è chi piange, chi ride. Chi medita: "Abbi cura anche di te" mi ripeteva spesso. Pochi, con amore, me l'hanno detto così tante volte come lui.
La memoria delle vittime, di una in particolare, l'ha tenuto in ostaggio ben più del ferro e del cemento: “Andrò all'inferno, ma prego Dio che mi dia un istante di tempo per passare da loro a chiedere scusa”. In chiesa, lui ch'era agnostico, entrava e si sedeva laggiù in fondo: “Non voglio che mi vedano piangere”. Il Vangelo, ultimamente, lo faceva lacrimare: “Mi sembra che ogni domenica si parli di me” mi confidava il lunedì pomeriggio. Aveva ragione: il Vangelo, ch'è sempre dalla parte dei perduti, era una minaccia di bonaccia per lui. “Saresti da buttare nel cesso come uomo – mi disse un giorno bonariamente -, ti salvo solo perchè quando celebri messa sembri un altro”. Il killer aveva visto dove pochi hanno il coraggio di vedere: il prete che celebra è alter Christus, non è più don Marco. È stata la più bella dichiarazione d'amore mai ricevuta: da un rottame umano, guarda caso. La storia di quaggiù l'ha giudicato colpevole senza alcuna attenuante, “il più efferato serial killer del Novecento italiano”. Seduto nella sua cella, ho intravisto quel bene che c'è in ogni uomo. Nessuna giustificazione al male, pietà immensa per le vittime. La mia anima di prete, però, mi dice ch'è morto mentre viaggiava sulla rotta di Dio.

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(photo@Cortiana - Una delle Domeniche in periferia nel carcere Due Palazzi di Padova)

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NonnaMabino

Mi è sempre piaciuto (molto) più il sabato della domenica. Nel giorno del sabato mi sembra che il tempo sia un galantuomo affettuoso, un gentiluomo: quando arriva la domenica, invece, mi sembra sia sempre vestita da tiranna, messa in posizione di assedio. Il sabato mi promette la bonaccia: “Domani è festa!” La domenica mi promette la minaccia: “Ridi-ridi, che domani è lunedì!” E' da quando sono bambino che la vigilia è il mio tempo prediletto: mi accende il cuore di desiderio, d'attesa, abito in uno stato di eccitazione, d'euforia, di conto-alla-rovescia. Non impazzisco affatto per i giorni della festa. A me la festa piace soltanto perchè crea la vigilia. “Sono tutti bravi a saltare-su sul carro del vincitore quando ha vinto”, mi ripeto nei giorni festivi. Per questo ogni volta che devo festeggiare, mi rattristo un po': perchè nulla, quanto il desiderio, riesce a farmi battere il cuore. Possedere, per me, è aver tirato giù la serranda, rischiare di addormentarmi per troppa distrazione. Ciò che ho perso, nella vita, l'ho sempre perduto quando mi sono detto: “Obiettivo raggiunto, adesso festeggio!” Zac!, colpo mortale. Mario Luzi, poeta a me carissimo, ha intitolato un racconto, pubblicato postumo, Il tempo è una perenne vigilia. “Eccolo qui! - mi sono detto appena l'ho adocchiato - Questo significa per me vivere la vita”. Una perenne vigilia, coi sentimenti tipici della vigilia di una grande festa.
Oggi inizia la Novena di Natale (16 - 24 dicembre) e, ogni volta che inizia, io rinasco un po' bambino: ritorno a sedermi sulle gambe della nonna, lei che mi carezza dolcemente il viso e io contraccambio, tutti assieme che “facciamo la novena” come soleva dire a noi bambini. La mia fede affonda qui le sue radici: non su un altare di marmo, ma sull'altare di carne delle gambe di mia nonna. Che, ospitandomi, ogni sera mi faceva aprire un'altra finestrella nell'albero di carta che aveva preparato apposta per noi. L'aprivo, scoprivo nascosto un cioccolatino, prima di mangiarlo si faceva una preghierina. Ave Maria, buon appetito! Per nove sere si andava avanti così, finchè l'albero non era tutto aperto, perchè il presepe era tutto pieno: dietro l'ultima finestra non c'erano cioccolatini ma una piccola statuina di Gesù-Bambino. Nonna era la fantasia al potere: non c'erano sempre i cioccolatini, ad ogni novena lei cambiava il premio. Non era, nemmeno, solo la Novena di Natale: c'era la Novena dell'Immacolata, quella di Sant'Antonio, quella – era gelosa da non crederci – dell'otto settembre, il giorno in cui Maria apparve sul Monte Berico, a Vicenza. “Ma quanto idiota sei – mi dice qualcuno quando sente che a me piace fare la novena – Credi ancora a queste stupidaggini?” Non solo ci credo (e ne vado orgogliosissimo), ma prego Dio che mi aiuti a crederci fino all'ultimo istante della vita. Anni fa, traducendo una versione dal greco, ho incontrato mia nonna a casa di Eraclito, un antico filosofo greco: «Il tempo è un gioco giocato splendidamente dai bambini» aveva scritto. Mi ritrovai, come per magia, la nonna seduta accanto a me, in classe: “Cosa ti ho insegnato da bambino?” sembrava dirmi. Facendo la novena a Gesù-Bambino, era come se ogni volta mi rispondesse in-diretta ad una domanda che mi tormentava il cuore: “Sono triste, nonna, perchè il tempo vola quando sono felice” le confidavo. Lei, senza infarinature di teologia, mi rispondeva: “La cattiva notizia è che il tempo vola, quella bella è che sei tu il pilota del tempo”. Era magica: aveva la risposta giusta a ogni domanda. Io mi fidavo ciecamente di lei: ero il pilota del (mio) tempo, cosa avrei potuto chiedere di più a Gesù Bambino come regalo?
Fare la novena, negli anni, è rimasto il mio segreto per non smarrire la fanciullezza del cuore. Vado sù-e-giù con le mani nella corona ed è come ritornare a sedermi in quell'altare di gambe di quand'ero piccolo. In queste nove serate sperimento sulla mia pelle cos'è la comunione dei defunti: facendo-novena mi vengono a trovare i miei morti (non sono affatto morti, dunque), rivedo le facce di casa nostra, è come se fossimo tutti dentro la stessa stanza che ci prepariamo per uscire. Ci guardiamo, chiediamo un parere (“Sto bene vestito così?”), diciamo assieme le preghiere. Nove-giorni (il tempo della novena) è la durata del tempo più bello, la perenne vigilia del cuore. Natale è pieno-giorno: io adoro l'istante prima, quando tutto deve ancora accadere. E sono in attesa che tutto (ri)accada.

(da Il Sussidiario, 16 dicembre 2020)


(Pieter Paul Rubens, Vecchia e bambino con una candela, 1616-1617 circa)

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presepe

Di primo acchito, l'impressione non è affatto emozionante. La bellezza, però, è un po' come la montagna: non si concede al primo che ne tenta la scalata, ma alla fine premierà l'innamorato fedele. Colui che, per sedurla, avrà saputo pagare con la moneta della fatica, dei tentennamenti, dei tentativi. Il presepe di Piazza San Pietro è sempre stato uno di quelli più attesi: vista la posizione nella quale rimarrà per oltre un mese, per la predilezione d'essere (ri)guardato dal Papa, per l'esposizione mondiale che viene riservata a tale opera d'arte. Il presepe, comunque, è sempre il presepe: «Fermiamoci a guardare il presepe: entriamo nel vero Natale con i pastori, portando a Gesù Bambino quello che siamo» disse Papa Francesco in occasione di un Natale. E' legge della critica, poi, che non sempre piace ciò che è bello ma è bello ciò che piace. Punto. Questo presepe, i critici d'arte del pc (che corrispondono in misura più o meno proporzionata ai critici d'arte del Papa), hanno deciso che non piace.
Quindi, siccome non piace a loro, non deve piacere a nessun altro. Chiaro?
L'analisi è rigorosissima: “E' obbrobrioso! Un incubo. 'Na schifezza”. Poi, com'era ovvio, la colpa è di Papa Francesco. Figuriamoci: “Adesso è chiaro: ha rotto completamente con la tradizione. Questa bruttezza incarna perfettamente la decadenza di una certa cattolicità, in parole e opere (si sono scordati le omissioni e i gesti, accipicchia!). Il modernismo del Papa eretico”. La solita solfa: diversamente dalla bellezza, che quando ritorna non lo fa mai col solito vestito, l'asprezza quanto torna torna con il suo solito grado d'acidità. Si potrebbe dissentire benissimo, senza per questo denigrare, dicendo che quest'anno il presepe - che arriva da Castelli, borgo d'Abruzzo con il Gran Sasso alle spalle, l'Adriatico davanti - non è per tutti i palati. “Che strano!” è stata la mia prima impressione: mi pareva un presepe popolato di scafandri, abitato da matrioske, senza elementi paesaggistici tipo la grotta, i ruscelli, i ponti levatoi e le cornamuse. La moquette al posto del muschio, un cielo di vetro e d'acciaio. Guardandolo mi pareva di vedere una sorta di galera colorata, una bellezza che pare intrappolata, una strana mescolanza di consolazione e disperazione. Sono andato a leggere la sua genesi, i suoi perchè, la sua storia: ogni presepe, come ogni Natale, nasce dentro una storia concreta, fatta di gesti e contesti, di fede e di incredulità, di conquiste e di fallimenti. “L'importante è che ci sia il Bambino” è sempre stata la raccomandazione della nonna quando lo facevamo da piccoli. Aveva ragione: è bastato Lui, quella volta a Betlemme, per fare di un ovile la reggia del Re più discusso della storia. Basta Lui, ancora oggi, per fare di una cella di galera il posto migliore per (ri)nascere. Lui, in questo presepe, c'è. Ed è al centro. Basta, e avanza.
Non importa che quello di san Pietro sia il presepe più bello del mondo, ciò che conta è che parli all'uomo e alla donna d'oggi, che funga da pungolo e carezza. Ciò che conta, insomma, non è solo la bellezza di un'opera ma anche la verità. Con il pensiero a tutto quello che abbiamo passato, che stiamo passando, è il presepe più vero che potevano costruire: il 2020 rimarrà l'anno della bellezza intrappolata. Intrappolata dentro: un ospedale, una galera, uno scafandro, una macchina d'ossigeno, una bara, un camioncino dell'esercito. La bellezza c'era, ma a farsi notare sono state le gabbie che la occultavano. Non c'è il muschio, le stelle cadenti o le giravolte di arcangeli: manca la magia, perchè quest'anno è stato senza magia. Però c'è la drammaticità del Natale: la bellezza, anche se intrappolata, c'è. Si nota, sguscia fuori. E' come un palombaro dentro uno scafandro: “Avvicinati: liberami tu!” pare dire allo spettatore. E' lo strillo del Messia Bambino, stesso grido di Betlemme: “Mi daresti una mano a scendere dal Cielo, per favore?” E' il grido degli esclusi: “Liberateci! Abbiamo una bellezza dentro da offrirvi!” Mi commuove questa sacra raffigurazione del Natale: è l'avventura di tutti gli intrappolati della storia. “Non è che la tua faccia sia meno di ceramica quando parli di me – reagisce Dio -. Non per questo mi vergogno di nascere da te”. Senz'alcuna misura precauzionale, tra l'altro.

(da Il Sussidiario, 15 dicembre 2020)

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