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56 CaritÖ e Invidia

La cosa è alquanto buffa, per non dire stupida: la persona invidiosa pensa che se il suo vicino si rompe una gamba, lui sarà in grado di camminare meglio. E questo per un semplice fatto: perchè l'invidia che lo sciocco prova per l'uomo brillante trova sempre conforto nell'idea che l'uomo brillante farà una brutta fine. Se l'invidia, e assieme ad essa la gelosia ch'è la sorella gemella-siamese, fosse un lavoro, nel mondo non esisterebbe la disoccupazione. Nella Chiesa, poi, non ci sarebbe nessun prete con le mani in mano (purtroppo). Giotto, dipingendola, ha dato sfogo al peggio che c'era nella sua fantasia, alla parte lurida della sua immaginazione creativa: è un essere che si sta autobruciando come fosse un suicida, ha una serpe che le scodinzola dietro la nuca, le spunta da dietro il turbante, le esce dalla bocca per poi infilarsi nell'occhio, accecandola. Guardandola, l'avvisaglia del pittore fiorentino è semplice d'afferrare: “Non invidiate, applaudite e poi fate di meglio (se potete)”. Perchè – e tutti, almeno una volta, siamo stati avvelenati da questa scemenza – l'invidia è come una serpe che rode il cervello e corrompe il cuore: “Non vi lasciate entrare in corpo il serpe dell'invidia!” sembrano gridare, dall'inferno, gli invidiosi, i cui cuori “sono andati in cassazione”: condannati alla pena perpetua del fuoco eterno. Perchè oltre che lurido e velenoso, è pure stupido e misero come viziaccio: è l'unica depravazione che non procura nessun guadagno a chi se la porta in cuore. Di più: è l'autocertificazione evidente dell'impotenza. L'invidia è il cruccio dell'impotenza: «Coloro i quali hanno meno fiducia in se stessi – scrive William Hazlitt – sono i più invidiosi». Incapaci, dunque invidiosi. Falliti in partenza.
Mica facile, però, debellarla: siccome è il più subdolo dei vizi, è la madre di tutti gli altri, per niente semplice da smontare. Che poi, come non bastasse, Dio non solo ha creato gli invidiosi, ma per esagerare ha creato anche quelli convinti d'essere invidiati. Robe da matti! E l'esistenza diventa un circo nel quale s'impara a fare la conta dei colpi di fortuna degli altri anziché dei propri. Nella Chiesa, poi, l'invidia è la morte fatta carne. Capita, tra preti, d'essere maestri nell'invitare a non provarla e, poi, essere i primi a venirne contagiati. Ad autocontagiarci, per poi contagiare più velocemente le nostre comunità. E Satàn, l'invidioso, ringrazia: ogni qual volta un prete maligna invece che gioire, quando un superiore soffre della gioia di un suo inferiore invece che condividerla, quando due-tre (riuniti nel nome dell'invidia) si trovano per distruggerne un quarto. In nessun ambiente come la Chiesa, l'invidia è pestifera: i carismi vengono sporcati, i talenti sono in stato di assedio, i leader sono guardati di sbieco da chi è nato gregario. E gli ambienti ecclesiali diventano centri di fomentazione dei pettegolezzi, le riunioni ecclesiali diventano focolai d'invidia, le preghiere sono invalidate da litanie di maldicenze. Perchè, porco Satàn, se uno ce la fa, dev'esserci sempre un che di sporco, di nebuloso, di losco. Con una finale suicida: piuttosto che dirti bravo, accetto di soffrire come una bestia. D rodermi il fegato, fino ad ammalarmi. E' la chiesa minuscola, sempre più inascoltata perchè (in)credibile. Predica e razzola diverso.
A brillare, in piena nebbia, è la carità: mentre l'invidia guarda attraverso un microscopio, la carità contempla tutto col telescopio. Perchè - non si arrabbino i reverendissimi - il cane chiuso nel recinto abbaia forte a quello che scodinzola liberamente. Mica è un'elemosina la carità: è una presenza. Non basta il dare, è necessario il darsi. Ecco perchè soltanto le anime grandi conoscono ciò che c'è di grande nella carità; e l'uomo non è mai vicino agli dei come quando compie del bene al prossimo. E' l'unico estremismo ammesso quello della carità, direbbe Papa Francesco. Perchè sé l'invidia è vedere l'erba del vicino sempre più verde della propria, la carità ti infonde il sospetto che quell'erba potrebbe anche essere erba sintetica. Più verde, ma sintetica: dunque tarocca, fasulla, ingannevole. Lotto di giorno e di notte con quest'alternanza di vizio e virtù: il cuore mio è un'arena di avverse tifoserie. La Grazia, con me, fa gli straordinari tutte le sere: “L'invidioso ti loda senza accorgersene” mi bisbiglia tra le Ave del rosario. Me lo dice perchè non reagisca, per farmi disprezzare l'invidia impedendole di poggiarsi sul mio cuscino. Alla porta del mio cuore. Mica facile, però la Grazia è testarda: è la testardaggine di Dio.


La Quaresima con Giotto
I^ giovedì con Giotto, L'ingiustizia e la giustizia, 18 febbraio 2021
II^ giovedì con Giotto, L'incostanza e la fortezza25 febbraio 2021
III^ giovedì con Giotto, L'ira e la temperanza4 marzo 2021
IV^ giovedì con Giotto, La stoltezza e la prudenza, 11 marzo 2021
V^ giovedì con Giotto, L'infedeltà e la fede, 18 marzo 2021

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Dal 2 marzo, in tutte le librerie, Dei vizi e delle virtù (Rizzoli 2021), il nuovo libro di Papa Francesco e Marco Pozza

A Padova, nella Cappella degli Scrovegni, uno dei massimi capolavori dell'arte occidentale, Giotto racconta il percorso della salvezza umana attraverso le storie di Gesù e di Maria sulle pareti e il Giudizio Universale sulla controfacciata. Nel registro inferiore, in bianco e nero quasi fossero formelle in bassorilievo, Giotto dipinge le quattro virtù cardinali e le tre teologali alla destra del Cristo giudice, e alla sinistra sette vizi che delle virtù rappresentano il contraltare. Proprio a queste coppie di opposti - ingiustizia-giustizia, incostanza-fortezza, ira-temperanza, stoltezza-prudenza, infedeltà-fede, gelosia-carità, disperazione-speranza - è dedicata la nuova conversazione tra Papa Francesco e don Marco Pozza. Le virtù sono le strade che conducono alla salvezza, i vizi quelle che finiscono nella perdizione: "Le virtù ti fanno forte, ti spingono avanti, ti aiutano a lottare, a capire gli altri, a essere giusto, equanime. I vizi invece ti abbattono. La virtù è come la vitamina: ti fa crescere, vai avanti. Il vizio è essenzialmente parassitario". Riflettere su questi temi serve a "capire bene in quale direzione dobbiamo andare, perché sia i vizi sia le virtù entrano nel nostro modo di agire, di pensare, di sentire". Per questo, ogni capitolo è arricchito da un testo di Papa Francesco che approfondisce un tema del dialogo e da una storia di vita che don Marco Pozza ha ricavato dalla sua esperienza di cappellano del carcere di Padova. Perché nella vita quotidiana vizi e virtù procedono sempre intrecciati, e questo libro è un percorso che ci consente di ripensare insieme il compito, difficile e necessario, del discernimento tra il bene e il male.

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Giulian, da domani, anche lei entra in quarantena”. Ho faticato a trattenere una risata isterica, quando il mio Dirigente mi ha dato questa notizia. Dentro di me ho subito pensato “Non ci credo. La vita è davvero bastarda e si prende gioco di me. Manca solo un giorno!”. Ero riuscita ad evitare l’isolamento fiduciario, zigzagando a destra e a sinistra tra le classi che, a scuola, ci stavano finendo una a una.  É stato come se qualcuno mi facesse lo sgambetto da dietro, il modo più meschino che ci sia per fermare una persona in corsa, diretta verso la porta avversaria per fare goal. Senza rendertene conto, in un attimo sei sdraiato a terra, cadendo in un modo rovinoso e decisamente poco aggraziato. Non mi vergogno a scrivere che la rabbia e la frustrazione, rientrando a casa, sono state mie compagne. Non ero arrabbiata per l’isolamento, ma per il fatto che mi aveva “regalato” il secondo compleanno completamente da sola, chiusa in casa. Mi ha assalita tanta tristezza e un profondo senso di ingiustizia. Bastava che aspettasse un giorno, almeno avrei festeggiato.

E, invece, l’amore se ne frega di tutto: della quarantena, dell’isolamento, dei limiti della zona rossa. Ho sperimentato sulla mia pelle, da donna sempre così profondamente incredula e difficile da convertire alla gratuità, che il Bene conosce strade impensate. Quando l’amore arriva, lo fa in un modo che ti travolge, è abbondante. Non ho mai ricevuto così tanti mazzi di fiori (e tutti diversi!) come durante il mio secondo compleanno totalmente isolata. Ero già pronta ad affrontare una giornata intrisa di malinconia. Lo scorso anno lo ricordo come un grande giorno buio. Invece sono state 24 ore non-stop di messaggi, telefonate, sorprese, corrieri che suonavano, gente appostata sotto al mio terrazzo solo per salutarmi, cacce al tesoro a distanza. É stato come essere stata travolta da un’onda di Bene totalmente fuori programma, che ognuno lo ha espresso a proprio modo.

È da giorni che ci ripenso e rigusto tutta quella bellezza, e ancora ho il cuore che non se ne capacita. É stato come fare esperienza diretta e tangibile di cosa significhi sentirsi amati in modo unico, personale. Ciascuno di loro aveva proprio pensato a me e ha cercato e trovato un modo per farmi sentire tutto quel bene. È proprio vero: l’Amore rende ingegnosi e creativi. É quel bene che tu non chiedi e, proprio per questo, ha un sapore ancora più buono. Dio mi sta lasciando senza parole da giorni. Mi viene solo voglia di ringraziare e di restituire per aver ricevuto gratuitamente così tanto. La sera, a letto, prima di chiudere gli occhi, sorridendo ho pensato: “Allora, è così che ci si sente quando ci si sente voluti bene in modo totalmente gratuito? È così che ci si sente amati da Dio?”. Auguro a tutti noi un Amore così e di diventare, a nostra volta, strumenti creativi per molti altri.


Fonte immagine: cdnuploads

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“Maestra, non ti sento!”
“Ragazzi, non vi vedo, attivate la videocamera!”
“Oh no, si è bloccato tutto!”
Per chi ha dei ragazzi in età scolare, o chi è un docente, queste sono le frasi più ricorrenti della settimana appena trascorsa. Se esistesse una classifica delle espressioni più usate in questi ultimi giorni, il podio sarebbe più che assicurato.
Questa tipologia di Didattica a Distanza non piace a nessuno, siamo onesti. Non piace agli studenti, anche se trovano comodo fare lezione in pantofole. Non piace a chi insegna, perché tra la connessione più traballante di un funambolo ubriaco, i familiari nei paraggi che chiedono attenzione, le varie ed eventuali, bisogna trasformarsi in un mostro mitologico con cento occhi, altrettante braccia e capacità sovrumane. Tuttavia si fa di necessità virtù, provando a vedere il bicchiere mezzo pieno, cioè la transitorietà di questa situazione e la necessità di preservare la salute pubblica. Proviamo a pensarci, se tutto questo fosse avvenuto solo una ventina di anni fa avremmo avuto meno della metà delle possibilità che abbiamo oggi: niente videolezioni, nessuna possibilità di sentire in tempo reale studenti e insegnanti, telefonate e passaparola interminabili tra genitori e docenti. Quindi cerchiamo di raccogliere tutto quel che riusciamo a trovare di buono, fosse anche solo qualche pagliuzza. Anche perché, se ci si ostina a fissare solo quella parte di bicchiere mezzo vuoto, si finisce per dimenticare di assaporare quel liquido che lo riempie.
Non tutta la tecnologia vien per nuocere. Poter interagire con altre persone, in tempo reale, trovandosi a chilometri di distanza, è comunque qualcosa di grandioso. Seppur con le limitazioni che uno schermo porta con sé, l’abbraccio virtuale per me è senz’altro meglio del silenzio: si ha comunque la possibilità di vedere il sorriso altrui, di sentirne la risata, di scambiarsi le opinioni osservandosi negli occhi. Anche quando la connessione ha qualche attimo di svenimento e tutti noi sullo schermo ci blocchiamo come belle statuine, colti in espressioni tragicomiche che spero finiscano nel dimenticatoio prima di subito.
Tutto bello e roseo, quindi? Ma nemmeno per niente.
Questa Didattica a Distanza è un’autentica sfida. Per insegnanti e studenti. E per chi dovrebbe pensare all'Istruzione pubblica ed inclusiva, perché mette a nudo invece tutte le crepe di un sistema che troppe volte lascia ancora indietro i meno abbienti o coloro che hanno poca dimestichezza tecnologica: è come scoprire una ferita, si riuscirà ad intervenire per risanarla?
Per quel che mi riguarda, mi costringe a pensare ogni giorno, per ogni lezione, a come bucare lo schermo per farmi vicina ai miei alunni. Mi costringe a rinnovarmi in ogni momento, facendomi mettere alla ricerca di idee sempre nuove e coinvolgenti, affinché il sapere che amo trasmettere non sia qualcosa di già bello, pronto e confezionato, ma un seme da affidare con tutta la fiducia possibile. Se pretendo di insegnare allo stesso modo di quando mi trovavo in aula, ho già sbagliato in partenza. È come se pretendessi di far navigare un magnificente veliero nella stessa maniera con cui si conduce la piccola barchetta a remi del laghetto di Villa Borghese: ne verrebbe fuori un autentico disastro.
Pensare che la passione per la conoscenza e le nozioni si trasmettano solo stando seduti su banchi e cattedra è qualcosa di così riduttivo che mi vengono i brividi al solo pensiero. Tutto quel che ci capita nella vita è una enorme scuola, tutto quel che ci capita può essere fonte d’insegnamento ed apprendimento, se ci educhiamo l’un l’altro ad osservare ed osservarci. Anche attraverso uno schermo, se necessario. Con l’ovvia speranza di tornare ad abbracciarci il prima possibile e che questo tempo si possa ridurre a memoria da cui abbiamo imparato qualcosa. 

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