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Alla fine di tutto, mi sono rimasti cuciti addosso i vostri quasi quattromila volti, incrociati nelle aule, nei teatri, nelle palestre dove la vita ci ha fatto incontrare in questo gennaio-febbraio negli istituti ENGIM del Veneto. Volti parlanti, sguardi aggrovigliati, domande da milioni di dollari. Perchè, certo, essere giovani è divertirsi oggi per raccontare domani a degli amici cos'hai fatto, ma è anche alzarsi una mattina e chiedersi: “Dove sto andando, cosa sto facendo della mia vita, chi mi può riempire il cuore, c'è qualcuno mi ama?” E' la magnifica avventura della giovinezza, quella che assieme siamo andati a stanare nei bassifondi delle galere: complimenti, ragazzi/e! Non era facile lasciarsi prendere per mano da un prete di passaggio (con una faccia da strafottente), scendere nell'inferno, rimanerci per qualche ora, e poi risalire asciugandosi gli occhi dalle lacrime. Supplicando disperatamente vita, come un assetato chiederebbe disperatamente un bicchiere d'acqua! «Hai presente quando la sabbia scotta ma tu te ne freghi perchè tanto sai che stai correndo verso il mare? Ecco, mi piacerebbe tantissimo vivere così. Come posso fare?». E' stata scritta da una di voi, dopo un'assemblea. Vedete, ragazzi: per chiedere della felicità, è necessario in qualche modo sentire già la sua vicinanza. E volerle dire: “Adesso ti prendo, sei tutta per me!” Quando san Leonardo Murialdo, negli anni di fine Ottocento, ha messo le fondamenta della vostra scuola, aveva bene in mente chi voleva andare a cercare: «Poveri e abbandonati: ecco i due requisiti che costituiscono un giovane come uno dei nostri giovani. E quanto più è povero e abbandonato, tanto più è dei nostri». Parole dorate, dette col cuore, riservate a coloro che, forse, pensavano d'essere nati poveri e, dunque, svantaggiati. Mai: uno può nascere in un pollaio e diventare un bellissimo cigno!

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Sono arrivato a scuola da voi nelle vesti di un postino: ho portato con me delle storie, le ho imbucate nel vostro cuore, ve le ho affidate: forse le leggerete oppure le cestinerete. Io le ho imbucate, dopo aver suonato il campanello. Storie sudate, sanguinanti, felici e dubbiose: quella di Jacopo e di Antonio, due dei ragazzi che vivono con me dietro il ferro e cemento del carcere di Padova. Antonio è quello che, parole sue, dopo la morte della mamma ha conosciuto l'inferno, i bassifondi dell'inferno. Andando ad accarezzare la morte. E' ancora vivo, taglia le verdure, scrive poesie: sogna. Poi la storia di Jacopo: una storia di droga, sesso e violenza. Una storia di riscatto: «Non posso sapere chi sarò domani, ma so bene chi sono oggi: un ragazzo che non dimentica chi è stato ieri. E che cosa ha fatto ieri». Detto con onestà, fatica, vergogna. Storia rimesse in piedi da uno sguardo, sguardo d'affetto mentre tutti li guardavano di sbieco. Uno sguardo che, guardandoci, ci fa vedere tutto in maniera diversa, lucente. E, sentendoti guardato così, avverti qualcosa di gigante che ti sta attraversando. «Rimanendo a contatto con il bene – mi ha scritto un giorno una persona detenuta – mi sono reso conto del male che ho fatto. E ho deciso di prenderne le distanze». Oppure (questi sono gli eroi) ha deciso che non risponderà al male con il male: è la storia di Manuel Bortuzzo, quella che ci ha accompagnato nelle nostre riflessioni. Dopo essere stato costretto, a 19 anni, a vivere in una carrozzina perchè qualcuno gli ha sparato tre colpi di pistola colpendolo al midollo osseo, ha risposto così alla domanda se provasse rabbia per i suoi carnefici: «Rabbia verso di loro? No, non ne provo, non la meritano. Son già sfigati di loro a vivere in un ambiente del genere». Ricordo benissimo  i vostri occhi lucidi mentre scorrevano le parole di Manuel: erano parole vere, di un coetaneo, che stavano accadendo. T'immagini se Jacopo, Antonio e Manuel avessero ragionato come tantissimi ragionano, dicendo: "Sono troppo stanco, depresso, confuso. Nessuno mi capisce, Nessuno mi vuole bene. Tutti ce l'hanno con me. Figurati se me ne va bene una. Lui sì che è intelligente, lei sì che è bella. Non ne sono capace, non ci provo nemmeno, non ci riuscirò mai. Tanto, non serve a niente. Ma poi, cosa dirà la gente? Ah: se avessi, se fossi, se diventassi. Se mi capita, mi sparo". Le loro, invece, sono parole giovani, alla portata di tutti quelli che hanno il coraggio di coltivare un sogno dentro di loro. Parole eroiche, di quelle che annientano la violenza.

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A me piace tantissimo studiare la storia scritta dai perdenti: se non parti dalla penultima fila, che eroe potrai diventare? Mi piace ascoltare le piccole storie, quelle che non fanno notizia, che tanti nemmeno conoscono. Le grandi storie, il più delle volte, mi hanno deluso. La mia storia stessa, quando la si ingigantisce, rischia di deludere. Entrando nelle vostre scuole, perdendomi nei vostri laboratori, vedendovi all'opera attorno al forno, al tornio, al banco di meccanica ho rivisto in-diretta quello che mi ha insegnato papà: lavorando diamo forma non solo agli oggetti che teniamo in mano, ma anche a noi stessi. Che, tradotto, è ancora più avvincente: quelli che ti amano non cercano d'aggiustarti. Ti amano così, rotto come sei. Perchè le imperfezioni – di una brioche, di un'acconciatura, di un tavolo riparato, un vestito rammendato – rendono più credibile una storia. La vera felicità è sapersi amati per quello che si è. E' questa la scoperta che mi trovavo in tasca dopo ognuna delle mattinate passate assieme a voi.
E' stato il mio/nostro personalissimo sinodo dei giovani: protagonisti, non spettatori. Tutta gente di meccanica e termoidraulica, acconciatura e marketing, panificazione, pasticceria. Siete i futuri elettricisti, idraulici, meccanici, panettieri, acconciatrici, receptioniste. Sarete, sopratutto, quello che voi stesse deciderete: il muro di Berlino non è mai caduto, ricordatevelo sempre. Il muro di Berlino – il 9 novembre 1989 – l'hanno fatto cadere: fosse stato per lui sarebbe ancora là, a dividere terre gemelle. L'hanno fatto cadere i giovani, a forza di picconate e di sogni perchè quando è chiaro lo scopo della tua vita, anche fare fatica assieme ha un senso spettacolare. Perchè le cose accadano, è necessario che qualcuno le faccia accadere!

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Scusate se vi ho disturbato con queste righe povere e scarne, ma sentivo il bisogno di dirvi grazie a modo-mio per avermi fatto sentire a casa in mezzo a tutta quella vostra bolgia giovane che, nel giro di un battito d'ali, sapeva ridere, piangere, commuoversi e interrogarsi. Sentivo risuonare dentro di me le parole che un uomo straordinario, Papa Francesco, ha confidato ai giovani riuniti nella città di Panama il mese scorso: «Non sei fregato veramente finchè ha da parte una buona storia e qualcuno a cui raccontarla». E la vostra storia è una buona storia, non scordatelo mai. Ha il profumo del pane appena sfornato.
Incontrarvi è stata, per me, una benedizione: una grande esistenza nasce sempre dall'incontro con una grande occasione.
Siete stati/e la mia occasione di primavera!


«Nella mia vita ho sbagliato più di 9000 tiri,
ho perso quasi trecento partite,
26 volte i compagni mi hanno affidato il tiro giusto e l'ho sbagliato.
Ho fallito moltissime volte.
Ed è per questo che alla fine ho vinto tutto»
(M. Jordan, 32.353 punti realizzati)

Un abbraccio fortissimo a tutti/e!
Che nessuno firmi mai la vita al posto vostro!

don Marco Pozza

www.sullastradadiemmaus.it
(f) sullastradadiemmaus

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(per info https://veneto.engim.org)

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Jim Caviezel The Passion

La prima lettura è tratta dal libro del profeta Daniele, che scrive in contemporanea con l’aspro scontro con il re della Siria Antioco IV Epifane. Quest’ultimo, preso il potere nell’anno 175 a.C., preoccupato per la vastità dell’Impero, decide di uniformare tutte le regioni secondo la cultura ellenista, provocando la ribellione ebraica: mentre per altre popolazioni tale scelta non è problematica, per il monoteismo giudaico, essa suona, invece, tale e quale una bestemmia. Il libro di Daniele, essendo contemporaneo alle persecuzioni del II secolo a.C. (al contrario del libro dei Maccabei, in cui troviamo i racconti delle persecuzioni e delle lotte, scritte però a conclusione di esse), colloca gli avvenimenti all’epoca del re Nabucodonosor.
È in questo contesto che nasce la bellissima preghiera di Daniele, che, dopo aver ricordato la miracolosa fuga dall’Egitto (sempre nel cuore di ogni buon israelita) domanda soccorso in una situazione difficile.
Quell’ Ascolta, nostro Dio suona immediatamente come controcanto all’invocazione Ascolta, Israele (שְׁמַע יִשְׂרָאֵל, Shemà, Israel) e fa precipitare subito la preghiera in un contesto di sentimento affettuoso: nel riconoscimento reciproco, tra Dio ed il proprio popolo. Curioso, alle nostre orecchie, ma teologicamente perfetto, quel per amor tuo: in nome di quale amore chiedere ascolto a Dio, se non il proprio, dal momento che Dio è l’Amore assoluto?
All’interno di questa preghiera c’è una frase d’importanza colossale, che struttura sia la forma che il contenuto di ogni preghiera esistente: «Noi presentiamo le nostre suppliche davanti a te, confidando non sulla nostra giustizia, ma sulla tua grande misericordia» (Dn 9,17).
Ancora oggi, questa puntualizzazione ci edifica, nel senso letterale che ci “rende strutturati”. A causa dell’istinto egocentrico, penetrato nel profondo del nostro essere con il peccato originale, siamo - spesso - portati a presentarci a Dio come ad un nostro debitore: qualcuno, cioè tenuto, non solo a fare qualcosa per noi, ma anche a farla come noi vogliamo sia fatta.
Pensiamo sia ovvio essere ascoltati, nelle nostre preghiere e, quando ciò non avviene, lo riteniamo un’offesa personale, perché pensiamo sia un’ingiustizia. Ma chi può davvero ritenersi giusto, essendo onesto con se stesso? La realtà è che noi siamo chiamati a confidare nella misericordia di Dio, perché se aspettassimo di essere degni delle aspettative di Dio sull’uomo, non potremmo mai presentarci a Lui, perché, come Padre esigente, le sue aspettative su di noi sono alte, ma vi corrisponde altrettanta pazienza, di fronte alla consapevolezza che, accanto alla nostra grandezza, convive la nostra miseria.

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Stir 3

Non sempre siamo sufficientemente consapevoli delle nostre schiavitù. La più grande schiavitù di tutte è - infatti - proprio quella di essere schiavi, pur illudendosi d’essere liberi. È di questo che parla l’Apostolo, nella seconda Lettura:

in me c’è il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio (Rm 7,19)

Nella sintesi di san Paolo, probabilmente, può ritrovarsi ciascuno di noi. Difficilmente, infatti, qualcuno si volge al male, in cerca del male. Il più delle volte, in verità, anche il male compiuto con consapevolezza non è altro che un’incomprensione: convinti di fare la scelta migliore, ci rendiamo conto - solamente dopo - che si trattava solo della scelta più comoda, nella quale siamo rimasti avvinghiati e, più ci dimeniamo, più ne rimaniamo prigionieri. Qualche volta, del resto, il male che compiamo trova, invece, la propria origine nella stanchezza: la spossatezza fisica (o mentale), ci rendono nervosi, meno pazienti, portandoci magari a scegliere - ad esempio - di essere più accomodanti con i figli, ottenendo solo di rinviare alla prossima volta, l’esplosione di una richiesta che, accontentata una volta, vuole esserlo nuovamente.
L’essenza del peccato è proprio questa: una schiavitù, con l’apparente illusione della libertà, magari, della trasgressione a regole imposte da altri. Che, però ci lascia con l’amaro in bocca. Come capita a Gertrude, che, assaporando la soddisfazione che aveva ricevuta, si stupiva di trovarci così poco sugo, in paragone del desiderio che n’aveva avuto (Promessi sposi, capitolo X). Il peccato è - sempre - in debito col desiderio che lo ha fatto scaturire: l’aspettativa è alle stelle, ma il risultato delude. Il male è banale, è il bene ad essere creativo: per questo, rischia di trasformarsi in un’ascesa di depravazione; come le ciliegie, una trasgressione tira l’altra perché, una dopo l’altra, nessuna ci dà abbastanza sugo, in confronto al desiderio da cui era nata.
Libera nos a malo è l’invocazione che fluisce dal nostro cuore, nella preghiera del Pater. Di fronte al male che ci sovrasta ed annichilisce, rischiando di renderci suoi schiavi, non ci resta che l’abbandono fiducioso, nell’abbraccio del Padre, che tutto conosce, di noi e del nostro cuore.

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