5 1 1 1 1 1
0 1 1 1 1 1
Elena è una delle ragazze che domenica scorsa hanno ricevuto il Sacramento della Confermazione in una parrocchia di Padova. Enumerare le sue passioni è come voler contenere l'acqua del mare in una buca: troppe per nasconderle in un pugno di parole. Solo lei, con il suo arco teso e la sua freccia puntata, sarebbe in grado di non fallire il bersaglio nemmeno stavolta.
Tantissima giovinezza all'anagrafe, una voglia di vivere smisurata nell'anima, fiducia centellinata con il contagocce nella sua giovane storia. Pronta per ricevere lo Spirito Santo: questo fiume di fantasia coraggiosa e di coraggio fantastico che ti lancia alla conquista della vita!
Le ho rubato uno sguardo appena tornata al suo posto dopo l'unzione con l'olio: ha guardato il Crocifisso e si trovò con gli occhi lucidi. Due secondi, non di più! Quanto bastò per farmi ricordare quando nei campi di concentramento nazisti regnava il divieto per i prigionieri di guardare le guardie negli occhi: a chi trasgrediva, la pena di morte era immediata. Proibito perché guardare una persona negli occhi è parlarle, comunicarle mille messaggi: "Mi vedi? Sono qui! Sono come te". Al contrario, se le guardie non vedevano gli occhi dei prigionieri, questi addirittura non esistevano.
Già morti prima dell'uccisione.
Elena invece, dietro la sua apparente distrazione, fissava intenerita quel Cristo. Un Cristo che sin da bambina le ha mostrato il lato difficile della fede e della vita, la bellezza faticosa di ri-partire dopo improvvisi arresti, la gioia di mille talenti inscritti nel cuore! Seduto vicino a lei mi son venuti i brividi perché avverto che certi attimi ti fanno presagire la nostalgia di fissare prima possibile il Volto di Cristo. Ero lì per farle da padrino, son tornato a casa come un bambino pieno di compiti da fare. Con un chiodo fisso nella testa: voglio usare i giorni che mi rimangono per preparami a contemplare con quella tenerezza il volto del mio Maestro.
Ho ripreso l'aereo per Roma con il cuore in festa! Io, che da prete per migliaia di giorni ho cercato di distruggere fotocopiatrici e di regalare fogli bianchi da inventare, ho raccolto uno sguardo che m'ha rassicurato: per Cristo vale la pena di rischiare la novità!
Che sapiente tenerezza in quell'incrocio di sguardi!
Altro che l'aridità di certe epigrafi già stampate per annunciare la morte certa di Dio!
Per vedere i pulsanti di condivisione per i social (Facebook, Twitter ecc.), accetta i c o o k i e di "terze parti" relativi a mappe, video e plugin social (se prima di accettare vuoi saperne di più sui c o o k i e di questo sito, leggi l'informativa estesa).
Accetta c o o k i e di "terze parti"
0 1 1 1 1 1
"Il mio parroco" è stato il titolo dell'ultima puntata de "Sulla via di Damasco" andata in onda sabato scorso su RaiDue. Un parroco vicentino mi scrive: "Stanno parlando anche di noi". Solo un prete dal cuore grande e dall'intuito vivacizzato da ore di preghiera come l'autore di quel programma poteva rischiarsi una puntata sul silenzioso lavoro dei parroci in questi mesi tristemente noti per altri parroci.
Tra la pieve e il fiume stava un prete: semplice come il suo sguardo, sorridente come il Dio di cui parlava, indaffarato come le mani sempre sporche. Non aveva velleità di carriera, nel microcosmo di quel borgo ci vedeva il mondo, in quella corona foderava paure e gioie, tristezze e umiliazioni, pane, sogni e poesie. Sfruttava un caffè, un passaggio, un dubbio per farsi conoscere e apprezzare. Per conoscere l'umanità. Il giorno in cui partii per tentare il mio assalto al sacerdozio mi rammentò che camminare significa mettersi a nudo, scoprirsi in un faccia a faccia con il mondo. E il cammino limita le cose da portare perché il superfluo lo si pagherà in termini di fatica e di sudore. Anche di rabbia.
Ho pensato a lui guardando la puntata e, tra me e me, ho parafrasato parole di don Mazzolari: "Anch'io voglio bene al mio parroco". Gli voglio bene perché, dopo 21 anni che lo conosco, lo vedo sempre più battagliero, grintoso di una grinta che s'annida oltre le vette innevate. Lo vedo rapito da Dio a tal punto che la fatica che gli piove addosso lo innalza. Uomo vero m'ha firmato l'abbraccio più bello il giorno della mia prima messa: e l'ha condito con un pugno di lacrime. Lui, che ti da sempre l'aria dell'Uomo di Denim - quello che non deve chiedere mai -, sa firmare atti di folli e tenerissimi, di spavento e di timidezza, di esaltazione e di paura. Per questo gli voglio bene.
Per lui i giovani sono il futuro! Non perché si faranno adulti, ma perché nei loro occhi legge già le impronte dei giorni a venire. Altri affermano il contrario per assurda pigrizia mentale.
Oggi era ancora là: in mezzo alla gente con mani sporche o sotto il Cristo con il breviario aperto: solo per lui riservo quel possessivo affettuoso "mio"! Altri non m'hanno dato occasione minima. Anzi!
Vorrò sempre bene a don Luciano. Tanto bene: perché prima di chiedermi l'onore per la veste che porta s'è dimostrato onorabile agli occhi della sua gente.
Per vedere i pulsanti di condivisione per i social (Facebook, Twitter ecc.), accetta i c o o k i e di "terze parti" relativi a mappe, video e plugin social (se prima di accettare vuoi saperne di più sui c o o k i e di questo sito, leggi l'informativa estesa).
Accetta c o o k i e di "terze parti"
0 1 1 1 1 1
Tra le distrazioni più care amo capire graffiti, analizzare murales, afferrare sillabe tra loro a prima vista sconnesse. M'arresto nel mio cammino perché curioso di svestire l'animo che ha mosso una penna a scribacchiare un sentimento così veloce ma denso di avvertenze. All'altezza di Terme Euganee dal treno scorgo una scritta su un muro prossimo ai binari: "Dio è morto. Finalmente". Andata e ritorno sui libri di scuola: busso alla porta di Nietszche, mi faccio rammentare il suo annuncio circa la morte di Dio. Era il tempo de La gaia scienza. Ma qualcosa stona! Quella scritta sul muro nasconde la soddisfazione rinchiusa dentro l'aggiunta "finalmente". Ma veramente c'era gioia nelle parole di Nietszche? A me più che un grido di vittoria pareva nascondere un urlo carico di tragicità. Il grido di un mistico (come lo dipinse il teologo H. De Lubac) che odiava il cristianesimo ma amava alla gelosia Gesù Cristo. Tuffatosi al mercato in pieno giorno con una lanterna in mano, l'uomo folle grida la sua notizia e capta come rimbalzo l'ironia dei suoi concittadini. La stessa ironia con la quale il filosofo smaschera la loro superficialità. Ma lui, folle deriso, si sente angosciato perché scopre che hanno ucciso Dio, il significato della vita.
I cittadini del mercato, prigionieri di una fretta che troppo spesso conduce ad un analfabeto delle emozioni, non percepiscono la drammaticità di quest'evento. Il folle getta a terra la lanterna che si sbriciola in frantumi e firma un'amara constatazione: "Vengo troppo presto non è ancora il mio tempo. Questo enorme avvenimento è ancora per strada e sta facendo il suo cammino: non è ancora arrivato fino alle orecchie degli uomini..." (aforisma 125). Di un'intelligenza più profonda di chi ha scarabocchiato quel graffito, Nietszche si dimostrò nemico totale di quell'ateismo volgare rappresentato dalla folla assiepata nel mercato. Lui era consapevole che in gioco non era solo la morte di Dio, ma la morte dell'uomo.
L'uomo: quest'appassionato ricercatore di verità, si scopre tragicamente smarrito laddove deve accollarsi tutte le conseguenze della sua finitezza. Che paradosso: in un'epoca che forse troppo presto ha fatto suo il principio dell'inutilità di Dio per l'uomo, riaffiora la nostalgia di un senso da ricostruire.
Com'era quella storia che Dio scrive dritto anche sulle righe storte...?
Per vedere i pulsanti di condivisione per i social (Facebook, Twitter ecc.), accetta i c o o k i e di "terze parti" relativi a mappe, video e plugin social (se prima di accettare vuoi saperne di più sui c o o k i e di questo sito, leggi l'informativa estesa).
Accetta c o o k i e di "terze parti"