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Italia Ebbi appena il tempo di partorirlo, che quel pensiero s'intrufolò tra la moltitudine confusa della folla. All'altare della Patria si stava celebrando la Festa della Repubblica: un compleanno speciale per Donna Italia, croce e delizia di mille nostre animate discussioni. Migliaia di persone, battevano le mani, osannavano il passaggio delle Forze Armate, ascoltavano il discorso del Presidente. C'era un gruppetto, le cui radici non erano certo italiche. Italiani lo divennero più tardi: per scelta, per necessità, per caso. Per fortuna. Ormai dietro il tricolore, un arcobaleno di volti abita lo stivale della nazione. M'è sorto un dubbio: l'Italia diventerà come Babele o come il giorno di Pentecoste? A Babele, pianura di Sennaar, giaceva una confusione di lingue: la scalata verso il cielo si concluse non concludendosi perchè la diversità divenne ostacolo. A Pentecoste, l'anti-Babele, ognuno sentiva parlare della bellezza di Cristo nella sua lingua natìa. La diversità divenne ricchezza.

Sarà "ItaliaBabele" se abiteremo la convinzione che il nostro sia l'unico linguaggio per dire "uomo". Diventerà "ItaliaPentecoste" se scopriremo che è la diversità a farci innamorare e gustare appieno la nostra identità. Magari un giorno, leggendo i libri di storia, i nostri bambini scopriranno che, fatta l'Italia, s'iniziò a fare gli italiani. Secondo il suggerimento del D'Azeglio nazionale.
Non nonostante gli stranieri, ma mediante la diversità di chi italiano non nacque. Ma lo diventò più tardi.

Ma che cos'è l'Italia?
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Foglie morteChe emozione imbattersi in qualcuno che ti dice: "Sei bellissimo". Lo dirà per i tuoi lineamenti giovani, gli occhi vispi, il fisico scattante. Lo diranno perché ti vedono, s'imbattono nel tuo sguardo, nell'armonia del tuo essere. E' brivido tutto divino, però, che qualcuno ti dica "sei bellissimo" senz'averti mai visto, ignaro dei tuoi capelli e dell'andamento dei tuoi passi. Incrociando la bellezza nelle tue parole che accendono vecchi ricordi, fantasmagorie lontane, bellezze nascoste.
Imperativo celeste la fedeltà alla Parola. Che non è chiacchiera d'uomo, ma Parola di Dio. "Porrete nel cuore e nell'animo queste mie parole... le insegnerete ai vostri figli" (Dt 11) è l'infuocata esortazione del Mosè pastore oggi. Non si tratta di incasellare le parole giuste, di giocare con i sinonimi o di scegliere apposta i contrari. Di destreggiare sinestesie, risonanze e inclusioni. Si tratta di vivere della Parola. Nutrirsi della parola. Una Parola che soffre di claustrofobia sin dalla nascita: "quando camminerai per via". Forse Mosè ha intuito che le chiese stanno diventando il magazzino delle parole dimenticate. Usurate. Ammassi di parole che non parlano. Alle quali sono state tolte la voce, la potenza, il fuoco. L'accusa è pesantissima: omicidio premeditato e volontario. Sembra che la Parola non debba uscire perché creerebbe fastidio. Calerebbero le entrate economiche sotto Natale. Il mibtel di Pasqua soffrirebbe. Il Nasdaq farebbe tremare il conto corrente. Parole stampate in faccia - raccomanda il vecchio condottiero di Dio -. Cioè predicatori nudi di una Parola che veste, appassionati di urlare una Parola che li tormenta, che li infastidisce, che li logora nell'animo. Che facciano passare la sorpresa, la voglia, la provocazione. E' negli occhi di chi parla che la gente va cercando la potenza della Parola. Certe espressioni da "pesce lesso", fredde e glaciali oscurano la potente bellezza celeste. Gli occhi non parlano e lo sguardo non illumina il buio dell'esistenza. Non è questione di microfoni, ma di poesia dell'anima. Conosco predicatori che hanno un potere unico: quello di raggelare l'uditorio perché la pelle non è luminosa come quella di Mosè sul Sinai. E' un parto sudato condividere la Parola di Dio: la sua estrazione è dolorosissima, sudata, snervante (nulla a che spartire con le omelie preparate tra il suono della campana e il canto iniziale). Appassionante! Sono le doglie del parto che annunciano i vagiti di una vita che urla la voglia d'esserci.

Ho sentito da un pulpito dopo la comunione (in "zona chiacchiere"): "E' stata dimenticata una borsa della Gucci tra i banchi. L'interessata venga a ritirarla in canonica. In orario ufficio". Magari lasciando il 10% del valore.
Mai sentito annunciare che è stata dimenticata la Parola!
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Franco PellizzottiUna scia fugace a lisciare lo sguardo, il boato festoso della gente assiepata ai bordi delle strade, il silenzio devoto al passaggio della maglia rosa. E poi le gocce di sudore, le borracce gettate che diventano cimeli da conquistare, la firma da strappare all'amato campione. Semplice bellezza e antichi ricordi al cuore del Giro d'Italia. Se ne innamora il bambino, lo segue il papà, lo ricorda con struggente nostalgia il nonno malconcio. Occasione bella per rinfrescare la passione per lo sport.
Per la fatica. Per la conquista.
Ma chi è il ciclista? In sella alla mia bici, saltellando tra i pendii dell'Altopiano, avvertii da bambino la forza naturale, semplice, spontanea di un  amore che diventa passione e che, acceso dalla passione, diventa emblema della vita. Un bellissimo, straordinario gesto fisico. Capita tutto all'improvviso, di primo mattino: un germoglio di poesia che s'insinua nell'animo e ti dice che senza bicicletta non è poi così bello vivere. E tu, bambino vivace e scomposto, sali in sella al tuo destriero e ti batti con tutte le tue forze: la grinta, la passione, l'astuzia.  La caparbietà, il coraggio, l'audacia. Di notte la bici sta poggiata al letto: t'affascina l'odore acre dei copertoncini che hanno lottato sull'asfalto, il profumo della catena appena oliata, l'odore di vernice che allaga l'aria. E' la dama che t'accompagna nei viaggi notturni. Dormi, inventi e parti. Ma parti perché hai sognato! E i sogni t'aiutano a spostare l'appuntamento con la sconfitta. Anche Dio ci consegna dei sogni. E questo è il suo metodo inconfondibile per tenerci svegli, sull'uscio di casa, con i sandali ai piedi e le cinture ai fianchi. Perché non ci addormentiamo. Perché non ci scoraggiamo. Parti con un sogno in tasca e t'addentri lungo la stradina che costeggia l'Astico, che s'inerpica sullo sterrato fino a lambire la freschezza di una fontana. Immerso nel sacrario di una natura che sembra svegliarsi dolcemente al tuo passaggio. Sembri un cercatore d'oro, un insoddisfatto alla caccia della fortuna, pioniere di un'avventura che assomiglia troppo alla vita per non emozionarti.
Nel silenzio delle montagne, danzando sulla bici, ho avvertito la voce allenatrice di Dio. M'innamorai di quel tracciato "da capogiro" tutto divino e lo scelsi come mister. Non dimenticando l'incrocio che divenne teatro del nostro amore: il telaio di una bici. Che da quel giorno divenne reliquia.

Perchè lungo le salite il fisico è al limite.
E l'anima cerca l'essenziale!
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