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Fosse sufficiente questo...! Ma non basta puntarlo in faccia e parlargli: la fatica sta nel guardargli attorno, nel conoscere l'ambiente in cui vive. Teorema intricato l'uomo: più semplice incasellarlo nello stampo della nostra mentalità, dei nostri schemi. Ignorando l'ambiente nel quale è nato, cresciuto, amato. Li obblighiamo tutti a calzare lo stesso numero di scarpe!
Mi piacerebbe che nella bisaccia del suo nuovo governo, signor Berlusconi, c'infilasse - a nome nostro - il coraggio (cioè la capacità di elevarsi sopra i costumi del proprio tempo) e la capacità di saper perdere. Tutti addestrano alla vittoria: ci farebbe la cortesia di  spiegarci una volta per tutte come affrontare la sconfitta? E' solo delle pubblicità progresso? Seppur giovane mi risulta che poche volte la vita chieda la brillantezza di un centometrista: il più dei giorni s'addiziona con la pazienza, la durata e la fatica del maratoneta. Come fare? Nessuno brevetterà la ricetta magica: siamo tutti apprendisti aspiranti al dottorato. Però potremmo iniziare rendendo meno ridicolo e più dignitoso il sostantivo "cittadino".
A che velocità? Le consiglio l´idea di "velocità perfetta" tratteggiata ne II gabbiano Jonathan Livingstone: "non significa mille miglia all´ora, nè un milione di miglia, neanche vuoi dire volare alla velocità della luce. Perché qualsiasi numero, vedi, è un limite, mentre la perfezione non ha limiti. Velocità perfetta vuol dire solo esserci, essere là".
Esserci. Non apparire!
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Correva il giorno 23 ottobre 1917, vigilia (anche se nessuno osava immaginarlo) di una delle pagine più tristi della storia d'Italia. Gli scampati al massacro raccontano che quel giorno, attesa di un brindisi mai partito, i capi dell'esercito erano distratti e in tutt'altre cose affaccendati. Dal 24 ottobre la città di Caporetto divenne sinonimo della disfatta per antonomasia tramandando alle generazioni future uno scontrino "salato": 11.000 morti, 19.000 feriti, 300.000 prigionieri, 400.000 fra disertori e sbandati, 3.200 cannoni, 1700 bombarde, 3000 mitragliatrici e 300.000 fucili.
Poca concentrazione causò troppa carneficina. Nel 1917. M'è riapparsa in sogno in questa ultime notti d'attesa la formazione che passò alla storia dopo quella sconfitta: Cadorna - Capello - Badoglio - Cavaciocchi - Bongiovanni. Forse basterebbe cambiare i nomi: della storia conosciamo già il finale. Perché il clima non è cambiato: dai "fucili imbracciati" di Bossi al "Rialzati Italia" dell'eterno Silvio passando per la fiction del novello aspirante premier. Per concludere con il messianismo eretico di Boselli e il fondoschiena di Milly d'Abbraccio che ha l'onore d'aver affisso nei cartelloni il pensiero di molti italiani. Sull'onda del successo decretatogli dal Times, non tradisce nemmeno Beppe Grillo, il solito Beppe nazionale: sul suo blog ha già pubblicato la lista di ministri del governo che da lunedì salirà al potere. Risultato dichiarato ancor prima del fischio d'inizio.
A noi cosa rimane da fare?
Forse abbiamo tra le mani noi la cosa più bella: formulare i migliori auguri di buon lavoro a tutti/e coloro che non sono riusciti ad entrare nelle liste bloccate, a candidarsi, a trovar spazio sulla schiena o sulla coda della "mucca da mungere". Nonostante i bei proclami elettorali, le bibliche aspirazioni, i propositi esagerati. Proprio per questo meritano tutto il nostro tifo: perché ora hanno la bella possibilità di dimostrare che tutto ciò che avevano ideato non era finalizzato al riscaldamento di una poltrona, allo scricchiolio di uno scranno, alla comodità di un fanta-lavoro. Ma erano intenzioni nate nel cuore, decantate nel silenzio, finalizzate al bene comune. Hanno il massimo: ovvero l'occasione di mostrarsi coerenti con il loro cervello pre-elettorale.
Pure il Vangelo, disarmante nella sua puntualità, fa recapitare il suo augurio questa domenica. Sotto forma di negazione: "Un estraneo non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei" (Gv 10,1-10).
O forse la conoscono così bene che si turano le orecchie quand'inizia a gracchiare.
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La chiamerei "sindrome Lisomucil". Quel medicinale m'è rimasto come emblema di un qualcosa che ti costringono ad ingoiare contro voglia. Ingoiare: non gustare, centellinare, assaporare. No, ingoiare! Cioè: "apri la bocca e taci". Sindrome diffusa pure oggi questa che mi molestava da bambino. Sembra che le istituzioni per sopravvivere debbano sottoscrivere questa ricetta dagli effetti collaterali deleteri. Questi mesi - vissuti confondendo volutamente il Triduo Pasquale con il triduo elettorale (senz'accorgerci che Uno toglie la croce, l'altro l'appesantisce) - sembrano firmare una certezza: parlar di fede e di politica è impresa alquanto ostica. E forse annoiante. Ma siccome ammetterlo non ci onora, allora applichiamo la terapia appresa quando la mamma s'affacciava con quel bel cucchiaione di Lisomucil: ci porgeva la caramellina, ci solleticava sotto la gola e, appena scorgeva un millimetro tra le sponde dei nostri dentini, con un guizzo felino di puntuale perfezione, c'infilava in bocca una cucchiaiata di medicinale. Che, seppur addolcito, manteneva sempre un che di vomitevole. Mi fosse stato somministrato con più delicatezza, forse oggi nelle farmacie non proverei disgusto alla sola vista di esso! Immagine attuale di un disgusto generale diffuso. Addolcito dall'ironia usata per parlare ad un popolo che non ne vuole più sapere di nulla, che è stanco e logorato da parole svuotate, che s'interroga sulla sua dignità. Il cristianesimo c'aveva tramandato una soluzione accattivante per legare la Parola alla terra. In due tempi: cosa offre di bello la Parola di Dio all'uomo e cosa offre di bello la vita dell'uomo alla Parola di Dio per prendere forma? Una dinamica elegante che scende dal cielo per incontrare la terra e farla salire verso le altezze. Altro che una Lisomucil-terapia. Il popolo italico, grembo di geniali capolavori e geniali cavolate, è forse rimasto uno dei pochi esemplari di rassegnato assopimento: non c'accorgiamo più che ogni spot, elettorale o sociale, rappresenta un'elegante presa in giro. Un cucchiaio di Lisomucil addolcito da un cubetto di Zucchero Eridania. O dal fondoschiena di Milly d'Abbraccio.
E' il problema del bambino che in terza elementare s'appisola durante le lezioni. "Dovrebbe metterci più buona volontà" - afferma la maestrina. Non sapendo che la volontà è discendente diretta dell'interesse. E che l'interesse spunta nel giardino dell'emozione.
Vedendoci votare, forse gli scrutatori ci diranno: "Perché è svogliato?".
Non c'è una domanda di riserva, per favore?
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