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Star Trek Family copia

In occasione dell'uscita del suo nuovo libro Cose che una donna - prontuario di femminismo medievale, Andrea Torquato Giovanoli ha voluto rilasciare un'intervista in cui presentarlo. Come nello stile dell'autore, in un libro agevole e denso d'ironia, è possibile trovare uno sguardo disincantato sul mondo di oggi, intinto nella speranza che, guardando al disegno di Dio, è sempre possibile comprendere molto di più di quanto la nostra fragilità umana rischia di fraintendere.

1) Hai intitolato questo volume, un po’ provocatoriamente, come un prontuario di femminismo medievale. Di libri sul femminismo tuttavia ce n’è a bizzeffe: perché aggiungere allora un aggettivo facilmente fraintendibile? Ma soprattutto: c’era bisogno di un altro libro sul femminismo?

Naturalmente, il sottotitolo del libro è volutamente provocatorio e di proposito è studiato per mettere insieme due parole che nell'accezione contemporanea suonano come un ossimoro, in più di un senso. Tuttavia, così come il titolo - il quale oltreché a riferirsi a tutte quelle cose riguardanti il maschio che a una donna dovrebbero interessare per poter meglio interagire con lui - accenna anche velatamente alla tipica ciclicità del gineceo attraverso quelle "cose" che una donna mensilmente si trova a dover "gestire", allo stesso modo il sottotitolo sintetizza quella capacità della donna di un tempo di essere autenticamente femminile che oggi, a causa di un'equivocata pretesa di riscatto del suo genere, si è purtroppo persa, a danno di entrambi i sessi. Ecco perché, dopo aver scritto un manuale di maschilismo reazionario (La sindrome del panda) in cui ho trattato del ruolo del maschio contemporaneo all'interno della relazione di coppia, non potevo concludere l'argomento se non esaminando la questione anche in riferimento all'altra metà della mela.

2) Pari dignità: quando e come ottenerla, senza divenire una “scimmiottattura” dell’uomo (mantenendosi, cioè, fedeli a se stesse)?

Ciò che la donna contemporanea sembra aver dimenticato è che, così come alla figura maschile è naturalmente legata una naturale autorità, quella femminile gode invece di una naturale dignità che l'uomo, di suo piuttosto incline all'imbruttimento, riesce a guadagnare soltanto con sforzo ed un costante lavoro su se stesso. Ecco perché alla donna basta essere autenticamente femminile per esprimere in ogni ambito la propria naturale dignità, mentre invece, se si mette a contendere all'uomo le sue prerogative di genere in una fraintesa uguaglianza, non potrà che svilire se stessa nell'equipararsi a quel maschio la cui natura tende alla bestialità. Il femminismo dovrebbe indicare invece  il giustificato orgoglio della donna per la sua femminilità, poiché nel cessare di essere se stessa ella ha soltanto da perdere. Anzi, è proprio esercitando quella sua naturale dignità femminile che la donna può stimolare l'uomo ad affrancarsi dalla sua natura bruta per essere all'altezza delle sue aspettative su di lui, attuando proprio in tal modo quella pari dignità con cui essi sono stati creati e tanto ambita da entrambi.

3) Nodo centrale, presente nel libro, è la complementarità tra uomo e donna: in che modo recuperare un rapporto di stima reciproca, in vista di una nuova alleanza tra i sessi, in luogo di una spesso ostentatamente sbandierata contrapposizione?

Ovviamente, essendo il contenuto del libro proprio incentrato su questo cambio di prospettiva (già affrontato peraltro ne La sindrome del panda) non posso che rimandarne alla lettura, tuttavia posso anticipare che un buon punto di partenza per cambiare il proprio sguardo sull'altro è re-imparare a conoscerlo e a riconoscere se stesse per quello che si è in realtà, fuori da ogni pregiudizio e da ogni ambizione di controllo.

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Sartoria

Lo sperone Mummery, sul Nanga Parbat (8126 m.), è un dito di roccia puntato dritto al cielo: guardarlo è come ammattire, sentirsi sovrastare, rimpicciolirsi, ingigantirsi. “E' solo un pezzo di roccia!” dice la gente giù a valle. “E' un sogno da batticuore” professa Daniele Nardi (mi ostino a usare il tempo presente). Di professione scala le montagne: è uno di quelli che quando scala dà le spalle a tutto il resto. Dando alle montagne del tu: niente affatto il pronome della villaneria, è pronome di vicinanza, cortesia e intimità. Per chi sale verso l'alto, scalare è come prendere il punto di domanda e gettarlo in su, per poi riacciuffarlo: riavutolo in mano è come se la vita si fosse ingrandita in qualche punto, svelando un pertugio attraverso il quale ficcarsi per scrivere qualcosa di bello. Per stupirsi: lo stupore è istigazione alla scoperta, una sorta d'insonnia per chi ne viene affetto. Andare-in-alto è andare a scuola di parola, educarsi alla sintassi del silenzio: «A valle, nelle città, le parole sono aria viziata, escono dalla bocca straparlate, non portano conseguenze» (E. de Luca). Da giorni Daniele e Tom Ballard abitano il/nel silenzio della montagna: dispersi, morti, travolti. Oppure nascosti, semivivi, in agguato. Tutto è possibile per chi crede. E credere, in certi attimi, è linguaggio ecumenico per eccellenza.
Fin lassù, perchè? “Era ossessionato da quello sperone di roccia” stanno sostenendo in tanti, piedi nelle babbucce. Usano esattamente quella parola, la parola ossessione: termine psicologico, connotato patologico, sfumatura grigia. Ossessione è quando qualcosa non vuol lasciare la tua mente, il sospetto che la tua idea espressa non sia mai abbastanza, un'incompiutezza insaziabile. Una ossessione violenta è anche il marchio della creatività, una cura permanente all' incedere della noia. Alcuni pensieri sono troppo adirati dentro noi, non vogliono sentir ragione di prendere sonno: stanno svegli la notte e diventano ossessioni. Ecco allora che lo Sperone Mummery - passione per l'alpinismo a parte - è uno sperone che parla a tutti noi, è una storia che ci affratella: dentro ciascuno di noi svetta quella roccia, quel quasi-impossibile, l'intrigo che ci toglie di dosso, alla notte, il sonno. La voglia di battersi per un qualcosa che sia un pezzo unico: «Ci sono salite difficili, altre ambiziose, poi ci sono quelle storiche, che lasciano il segno. Questa è una di quelle» dice di quello sperone Simone Moro, un altro di quelli che danno del tu ai quei ciclopi giganti di pietra. E' ossessionato, Daniele? Probabilmente sì, come Alessandro è ossessionato di Marta nonostante tutti gli dicano “Non è la donna per te”. Come Margherita, valigia in spalla, se ne va in terra straniera perchè ossessionata dal sogno di diventare ricercatrice spaziale. Come Luigi che, orecchie tappate, non ne vuole sapere di non riuscire a fare dei suoi studi il lavoro per un'intera vita. Colombo era ossessionato da quella navigazione ignota: scoprì l'America, nonostante il rischio di naufragio fosse folle, ai limiti dell'impossibile. E' ossessionato Daniele, nè più nè meno di quanto lo sono io dei miei chiodi fissi. La vita è un'ossessione irrazionale. E al richiamo della vita si può rispondere solo con la finezza della poesia, del creare. Scrive Alda Merini: «Mi nacque un'ossessione. E l'ossessione diventò poesia».
Scalare è fatica operaia: l'eleganza di uno scalatore è proporzionale alla capacità di risparmio-energie. Per insistere o arrestarsi si necessita della stessa dose di pazzia: si è sempre ad un tiro di sasso dalla resa, anche dall'insistenza. Non c'è un indice di pericolo valido per tutti: la gloria, come il rischio, è un abito di sartoria confezionato su misura. Non è vero che le montagne disprezzano chi osa sfidarle: «Le grandi montagne hanno il valore degli uomini che le salgono, altrimenti non sarebbero altro che un cumulo di sassi (W. Bonatti). E' per questo che in tanti ci siamo scoperti incantati dalla vicenda di Daniele e Tom: perchè, attendendoli, è come se stessimo di fronte ad un sarto, intento a prenderci le misure per l'abito. Intenti a capire quanto siamo disposti a pagare per un sogno.

(da Il Sussidiario, 8 marzo 2019)

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Perché Dio usa misericordia all’uomo?
Detto chiaramente, fuori dai denti, a noi, spesso pare una manifesta ingiustizia. Soprattutto, quando non siamo noi i diretti interessati (perché, quando invece lo siamo, la nostra prospettiva cambia radicalmente!).
“Chi sbaglia, paghi!” è il primo pensiero che si affaccia alla nostra mente.
Avere misericordia o, meglio, che qualcuno riceva misericordia, ci sembra sempre un modo per farla passare liscia a qualche mascalzone scansafatiche, che, marciandoci su, continuerà imperterrito, in un atteggiamento insolente ed indisponente.
In realtà, non è questo l’approccio di Dio. Forse il concetto che ci viene in soccorso è quell’esasperazione di cui parla Paolo in Colossessi 3,11 (Voi, padri, non esasperate i vostri figli) e che è ripreso dalla Seconda Lettura che la liturgia propone. Dio usa misericordia verso ogni creatura, affinché essa non soccomba sotto un dolore troppo forte (Cor 2, 7). Non ce n’è: il male fa male. Nonostante una scintillante copertina che ci attrae in modo irresistibile, esso però ci consuma dall’interno, facendoci marcire, come una mela intaccata da un verme. Dall’altro lato, tutto può parere come prima, anzi, ancora più brillante e ricco di fascino. Ma non possiamo nascondere anche a noi stessi quello che spesso nascondiamo a chi ci guarda: la morte ci abita il cuore.
Il Male, infatti, ci svuota l’anima. Possiamo assuefarcene, come accade coi vizi, che sono “cattivi abiti” che indossiamo così a lungo da non accorgerci di quanto siano laceri, consunti e portatori di negatività. Magari ci mettiamo una toppa, nell’illusione di migliorare la situazione; ma, quando la stoffa è lisa, tale escamotage risulta, sostanzialmente, del tutto inutile, quando non unicamente illusorio.

«Fratelli, se qualcuno mi ha rattristato, non ha rattristato me soltanto, ma, in parte almeno, senza esagerare, tutti voi» (2Cor 2, 5 )

dice san Paolo. È sintesi del Corpo Mistico della Chiesa, entro la quale tutti i battezzati si muovono: ciascuno ne è responsabile, della santificazione, come della dannazione. Perché se è vero che Cristo è il salvatore, ogni membro del Corpo danneggia tutto il corpo: perché se una mano va in cancrena per noncuranza di una sua ferita, l’intero Corpo avrà una mano in meno a propria disposizione. Far parte della Chiesa è consolazione, perché significa essere parte di una grande famiglia, per cui “chi crede non è mai solo” (Benedetto XVI, 24 aprile 2005), ma racchiude anche la grande responsabilità per cui ogni nostra azione si riverbera, nel bene come nel male, sul Corpo tutto. Ecco perché è fondamentale, innanzitutto nelle nostre comunità, riscoprire l’importanza di essere “misericordiosi, come il Padre” (Lc 6,27).
Dio, del resto, è consapevole della fragilità umana. Accanto alla sua ambizione alla perfezione, insita nella stessa sua tensione verso l’infinito che si manifesta anche solo nella sua inevitabile progettualità, così come nell’irrazionale protesta contro la signoria della morte sulla sua natura corporea, destinata ad un lento decadimento, l’uomo soggiace all’inconsistenza della propria volontà, alla scarsa capacità di perdurare nei propri proposito di compiere quel bene, quando pure si rende conto che solo in esso potrà trovare la felicità a cui anela. Dalle Sue mani siamo usciti: ci conosce, da quando ancora dovevamo formarci nel grembo materno, per questo, non vuole che ci lasciamo scoraggiare dalle nostre mancanze perché, accanto ad esse, si è appuntato tutte le nostre potenzialità, persino quelle che, per accidia, ancora sono rimaste inespresse e puramente utopiche.

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