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gracchiare

M'incuriosiscono, da sempre, le persone che bestemmiano: la mia terra, a mio discapito, è terra con forte afflato imprecatorio. Soprattutto contro Dio, che pare lo sfogatoio pubblico di qualsiasi cosa appaia poco gradita. M'incuriosisce, anche, la bestemmia in sé: per il contenuto, per la materia della quale è fatta. Mi attrae - il che non significa affatto che io l'apprezzi o ancor più la giustifichi, figurarsi! - per tre motivi: per la sua codardia, la sua fantasia e la sua (perfetta) inutilità. Per la codardia: avete mai fatto caso che il bestemmiatore (da trivio) bestemmia sempre Dio e mai Gesù? Non ho mai udito, se ci penso anche per un solo istante, una bestemmia che inizi col nome Gesù: tutta la fauna selvatica è, otto volte su dieci, giustapposta come suffisso al nome “Dio”. Le altre due volte a quello della più umana tra le creature, la Madonna. Di Gesù, invece, nessuna traccia. È troppo facile bestemmiare Dio, però: è lontano, irraggiungibile, indaffaratissimo. Bestemmiare Dio è assomigliare a colui che dice con fierezza: “Io dico sempre le cose in faccia, le cose che penso!” ma poi lo becchi spesso a parlare male delle persone quando non sono presenti. Bestemmiare Dio è bestemmia-a-distanza: è facile vincere così. È Gesù la vera presenza di Dio, quaggiù: “Diglielo in faccia a Dio, se ne sei capace!”, significherebbe citare Gesù in persona. Nessuno, però, bestemmia Gesù: che qualcuno abbia paura di una reazione improvvisa, in diretta, di una difesa senz'arringa? Quando sento uno che bestemmia Dio, l'immagino codardo: l'odio è la vendetta del codardo umiliato.
Le bestemmie, però, hanno (tanta) fantasia: certe volte, se non fosse che mi beccano sempre impreparato, mi verrebbe da trascriverne qualcuna, tanto è grande l'indice di inventiva (disgraziata) che le inabita. Sono delle vere e proprie trattazioni di teologia negativa: magari quella ortodossa c'avesse sfumature di così grande (at)trazione come le bestemmie! Fantasia, però, assai viziatella: se ne può fare un uso smisurato solo perchè l'Interessato, ripeto, è a debita distanza e non ha il diritto di replica. Vorrei vedere qualcuno giustapporre al nome Gesù gli stessi animali che abbinano al nome di Dio! Manca il coraggio: al contrario sarebbe impossibile credere che, in tutti questi anni di letteratura triviale su Dio, mai nessuno abbia trovato il coraggio, anche solo per spavalderia, d'attaccare all'identico modo direttamente Gesù Cristo. Eppoi, in terz'ordine, m'incuriosiscono per la loro inutilità: finora, a me, non è mai capitato di veder bucarsi la ruota di una bici, sentire il ciclista che bestemmia Dio e vedere la ruota ripararsi all'istante. La ruota bucata, anche il rubinetto che perde, la pastasciutta scotta, un sorpasso azzardato, il dito medio alzato, il toro che non monta la vacca. Per dei nonnulla. Apportasse qualche guadagno, mi sarebbe chiaro l'intento: ma siccome, per chi poi sentirà strattonarsi l'anima dalla coscienza, toccherà pure scomodarsi per andare a confessarsi, è chiara l'inutilità della bestemmia. Giustificata, magari, dal fatto che la fila alle Poste è lunga e si deve fare tante cose. A tutte quelle, dovrà aggiungersi la confessione anche. Becco e mazziato.
Si bestemmia Dio, insomma. Anche la Madonna, purtroppo. Gesù no, però.
Ci vorrebbe un coraggio da leone per bestemmiare Gesù: l'hai di fronte, è un uomo al pari tuo, potrebbe reagire. Le sue reazioni smodate i Vangeli non le tacciono affatto: usa cordicelle, manda Satana a svernare nei maiali, chiama satanasso Pietro ch'è il suo migliore amico. Bestemmiassimo Gesù, il minimo sindacale d'aspettarci – è elegante come destinatario, ndr – sarebbe di venire smascherati come Pilato Ponzio, l'ignavo: «Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?» Un modo leale per dire quello che diciamo noi agli altri: “Prenditela con me, perchè te la prendi con mio padre, mia madre?” Facile offendere chi non c'è: da uomini, invece, è il vis-a-vis. Gesù è il Dio a portata di mano, l'occasione favorevole per dirgli in faccia ciò che gli dici a distanza (di sicurezza). Per questo il Natale è la più grande fregatura del bestemmiatore: quello che non riesci a dire per orgoglio, paura o viltà, un giorno, il giorno di Natale, ti verrà incontro perchè tu gliele dica in faccia quelle cose. Ma non gliele dirai mai, perchè ci vorrebbe coraggio a dire quelle cose in faccia a Gesù, in persona. O forse perchè, sotto-sotto, non le pensi davvero quelle cose lì, di Dio. In ogni caso da apparente figo passi presto in codardo. Un codardo sfigato, oltretutto, perchè incapace anche di bestemmiare in maniera corretta. Intellettualmente onesta.

(da Il Sussidiario, 1 dicembre 2021)

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 l altezza e scritta nel dna ecco come calcolare quanto sara alto

Nella lettera paolina, avvertiamo tutto il dolore di un israelita (“Vorrei infatti essere io stesso anàtema, separato da Cristo a vantaggio dei miei fratelli, miei consanguinei secondo la carne”), di fronte al dramma del proprio popolo. Dopo che Cristo gli ha apertogli occhi, si rende conto del grande dono e – al contempo – della grande responsabilità che è annessa alla scelta – inequivocabile, irrevocabile e libera – di Dio del popolo ebraico. Il “Dio dei nostri padri” che il piccolo Paolo ha conosciuto in famiglia è però il medesimo che in Croce è morto e che gli è apparso sulla via di Damasco, a difesa della Sua Chiesa. In Lui la Rivelazione ha raggiunto la pienezza ed il compimento pieno di quanto è prefigurato nell’Antico Testamento. Ecco perché, più ancora dei Gentili, l’Apostolo delle Genti è come scisso, tra la gioia dell’annuncio missionario di Cristo a chi non Lo conosce e il rammarico di vedere come tanti dei suoi fratelli vivano ancora nell’attesa del Messia. Quel Messia sorto dalle viscere di una donna ebrea, quella giovane Maria che, con il suo sì al progetto divino, ha cambiato le sorti dell’intera umanità.  

Quel Messia che, però, nel suo rivelarsi, oggi come allora, è libero dagli schemi umani, fino a sorprendere perfino vive l’apertura alla possibilità del mistero. Così è per lo stesso Giovanni Battista. L’abbiamo visto indossare peli di cammello e nutrirsi di miele e locuste selvatiche. Caratteristiche che non sono solo note a margine oppure annotazioni di costume, ma sono un’indicazione, precisa e puntuale, della volontà di penitenza e conversione, che non solo instilla nei propri adepti, ma che il Precursore vive, anzitutto, in prima persona, quale strategia efficace per prepararsi all’avvento del Messia, di cui è ben noto l’avvento. Anzi, come spesso accade, la convinzione comune è che sia possibile anticiparne l’arrivo, con la predisposizione del cuore e dei presupposti per accoglierlo come quel Re dell’Universo che viene per salvare quel mondo, che ama fino a dare la vita, pur di redimerlo.  

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schwazer

Il figliolo prodigo che lo sport, da figlio-maggiore qual'è, mai accetterà di riaccogliere in casa. Eppure, nel paese bizzarro dello sport, è la prima volta che un atleta ammette l'errore, senza accampare scuse imbecilli: il sugo avariato, l'urina trafugata, il formaggio tarocco, la saliva della suocera. Ai ghigliottinai, però, non basta: “Ha tradito: che marcisca!” Con otto anni di squalifica, l'equivalente di un ergastolo sportivo, gli hanno murato la porta di casa. Alex, dal canto suo, è sincero - «Questa non è l'apologia di un angelo» - ma senz'apparire affatto uno zerbino: «Non è nemmeno la confessione di un diavolo». È la storia di un'anima in cammino, un'anima in marcia. “Di un'anima marcia!” mi correggeranno alcuni, pensando ad uno sbaglio di battitura. Nient'affatto! Dopo il traguardo (Feltrinelli 2021) è la storia di un'anima in marcia. Dell'uomo, Alex Schwazer, che è stato crocifisso dalla sua grande impresa dorata: «Non sapevo più con chi parlare – racconta nelle sue Confessioni laiche -, perchè tutti vedevano in me soltanto il campione, il carro armato. Nessuno voleva vedere la stanchezza, l'esaurimento, l'assenza di motivazioni». Siccome sei un vincente, non sarà più calcolata la tua fragilità. Oneri, onòri di chi nasce tale: in tutti i campi. Anche nella Chiesa, in ogni trambusto del quotidiano.
L'eroe di Pechino 2008, però, è un'anima fragile, una terra turbolenta, una brocca di cristallo. Un cervello che, un giorno, decide d'allearsi con l'allenatore più suadente ch'esista in circolazione: «Ad aiutarmi c'era solo la mia stupidità», racconta. La stupidità del doping, la fallacia della menzogna, il sospetto che la fatica possa essere scansata. Londra 2012: Tutti giù per terra! Dalle stelle di Pechino alle stalle della capitale londinese: il mondo va così, perchè lagnarsi? Il fatto è che, senz'avere mai viaggiato nella tratta stelle-stalle, non si comprende che «ci vorrebbe forse un po' più di moderazione dopo le vittorie, e meno accanimento dopo le sconfitte. Il circo mediatico si mobilita solo per le vittorie rumorose, per le cadute altrettanto rumorose». Per evitare la mattanza non è servita nemmeno la faccia di Giuda che, a differenza di quello dell'Evangelo, ha ammesso il suo tradimento, ricevendo il perdono prima da altri che da sè. Non sarà mai facile, però, chiamarsi col proprio nome quando la gloria si mescolerà con il fango: «E' strano. Quando ti attaccano un'etichetta è difficile strapparla via, nel bene e nel male (…) Peccato che io detestassi il fatto d'essere Alex Schwazer». Anche perchè le supposizioni, stilate dal divano-letto, saranno sempre delle diagnosi ineccepibili: «Qualcuno ha scritto che un tarlo doveva essersi insinuato nella mia testa. Che mi avevano lasciato solo. Qualcun altro mi aveva definito un caso umano. Un traditore. Un ragazzo in fuga da se stesso». La ferita, invece, era altrove, più in profondità. E per riconoscerla non bastava essere degli specialisti, occorreva essere umani: «Non è che non avessi voglia di fare fatica. Vorrei che la fatica avesse un senso».
Per qualcuno, però, non basterà nemmeno questo: l'aver pagato la somma pattuita. Sarà urgente dissolversi: «Non ho mai pensato di nascondermi: per quanto costasse, ogni giorno sapevo di dover guardare in faccia le mie responsabilità». Il mondo, comunque, mai lo perdonerà, ti perdonerà. Nemmeno accetterà che qualcuno ti tenda una mano di pronto-soccorso: «Chi mi stava aiutando a rientrare nel mondo dello sport – in modo trasparente e pulito – era lo stesso (Sandro Donati, ndr) che mi aveva smascherato prima di Londra. Non mi ha mai detto: “Stammi alla larga, dopato”. Mi ha ascoltato. Ha voluto conoscere la mia storia. Mi ha offerto il suo aiuto». Ovverosia l'arte della (ri)educazione: non è da tutti, non tutti sanno essere educatori. Alcuni rimarranno solo agitatori.
In Alex, tuttavia, l'uomo è sempre valso molto più dell'atleta. L'atleta che a Rio 2016 hanno voluto esporre al pubblico ludibrio, ha brindato alla medaglia d'essere doppiamente papà, di Ida e Noah: «Cinque anni tra i più difficili della mia vita, salvati dalla presenza di Kathi (la moglie): mi ha impedito di affondare». È sempre così: come uomini si vale non per un oro al collo, ma per la propria dignità difesa coi denti, a denti stretti. Costi quel che costi. Il resto? «Non posso sprecare il mio tempo nel tentativo di ragionare con persone che non vogliono ascoltare». In quanto a vita, ragionare così è da medaglia d'oro.

#iostoconAlex

(da Il Sussidiario21 novembre 2021)

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