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labirinto

Arianna oppure Francesco (il Papa), altra via d'uscita sembra non esserci: «Passi la vita inchiodato nel labirinto, pensando al modo in cui un giorno ne uscirai, e a come sarà fantastico – scrive John Green -, e immagini che il futuro ti trascinerà pian piano fuori di lì, ma non succede». Non succede perchè il motivo è semplice: perchè le cose accadano, da che mondo è mondo è necessario che qualcuno le faccia accadere. O è Arianna, il cui gomitolo è divenuto proverbiale, oppure è Pietrofrancesco, la cui visione dall'alto (e d'insieme) ti permette di trascendere dal labirinto, aggrappandoti al Cielo. Nessun bisogno, comunque, di costruire un altro labirinto, dal momento che l'universo intero è un grande labirinto. L'immagine mi è venuta spontanea seguendo la serata di Canale 5 Il mondo che vorrei, realizzata attorno ad un'intervista che Papa Francesco ha rilasciato al vaticanista Fabio Marchese Ragona. Parole scarne, semplici, quasi imbarazzanti a motivo della loro essenzialità: «Se tu non fai questo, se non ti avvicini perchè tutti siano salvati, neppure tu ti salverai – ha riflettuto il Papa - Questo è molto semplice ma è così: nessuno si salva da solo». Chiaro, incontrovertibile, inespugnabile: tanto che, ascoltandolo, ti verrebbe d'arrabbiarti perchè appare tutto così semplice da non capire perchè, certe volte, ci complichiamo le cose pur di non volerle risolvere.
Francesco, nel (frat)tempo, è divenuto l'ossessione dei suoi avversari. Assomiglia, simpaticamente, alla lepre che fa andare via di testa il cacciatore che vorrebbe metterla nel sacco: cambia continuamente la sua direzione (non la mèta), addita il Cielo tenendo i piedi per terra, pesta i piedi nel modo più fastidioso e irritante possibile, ch'è quello di ascoltare, non di rispondere: «La parola “risposta” non mi piace – stuzzica il giornalista che chiede una sua possibile risposta ai drammi del 2020 - “Di che cosa hai bisogno?”, questa è la domanda da fare». Il non-detto è pazzesco in quanto ad evidenza, anche a prurito: troppe volte, anche come Chiesa, abbiamo dato risposte a domande che nessuno si poneva. Salvo poi arrabbiarci perchè il mondo – pagano, apostata, maledetto, lontano (chi più ne ha più ne metta) – non ci ascoltava. Un cristianesimo, quello di Francesco, che interroga più che replicare. La risposta, per sua natura, dice sicurezza, forza, rende sicuri: la domanda, invece, inquieta, interpella, abita la possibilità che vengano buttate per aria le risposte preconfezionate. Il cristianesimo di Francesco è più domanda che risposta: è un cristianesimo a prima vista fragile, esposto al ridicolo, una sorta di dejavù che lo rende così umano d'apparire incredibile. Ditemi, però: il cristianesimo è, forse, meno vero solo perchè meno potente? Il Natale appena celebrato - «Dio piantò la sua tenda in mezzo a noi» (Gv 1,14) - è un monito che c'inchioda al muro: non è l'umanità a stare dentro la Chiesa, ma è la Chiesa che sta dentro l'umanità. Fuggire dal presente è bestemmiare, non rispondere alle domande è scansare l'umano. L'aborto, il vaccino, la solitudine, le sommosse, la disperazione: domande inquiete alle quali Papa Francesco non accenna minimamente di rifuggire. Il forte sospetto – forte com'è forte l'aceto – è che avverta da tempo e molto bene come il suo problema sia lo stesso identico problema che aveva Dio con quella testa-calda di Giona: non tanto l'incredulità dei niniviti (marci, peccatori, infami e chi più ne ha più ne metta), quanto il rancore di Giona e di quelli che “appartengono”. Ma hanno così poca voglia di uscire dal recinto per finire di infarcirsi di pratiche vuote che disegnano, spesse volte, un cristianesimo dai lineamenti disumani. Quasi viperini.
E' semplicissimo: «Non cambiano i valori, cambia l'espressione del valore» ha sottolineato, sapendo che andava sottolineato. Davvero eretico il Papa, o la lepre è capace d'andare in guerra facendo guerra alla guerra? Una “lepre” che se ne intende pure di viticoltura: «L'uva si raccoglie in autunno – ha colorato in un suo passaggio en plen air -, questo è il momento di pace e non di crisi, bisogna seminare il bene comune». Jorge Mario Bergoglio ha in sè il piglio del guerrafondaio anche quando invita alla pace: nessun invito alla difensiva, figurarsi all'offensiva. Il suo è un indice puntato all'iniziativa: “Dunque, che facciamo?” Spento il televisore - (sei milioni di telespettatori, due milioni e mezzo per il film, oltre un milione per il dibattito) -, per uscire dal labirinto non ci restano che Arianna e Francesco. Il gomitolo di Arianna è la cura orizzontale della storia: “Fidati di chi ci sta aiutando a vincere il virus! Io mi vaccino”. Quello di Francesco è un invito-verticale: «Pregate di più!». Tutti due assieme, in coppia, e pure in diretta.
Un hombre vertical, anche ieri sera.

papa francesco canale 5

(Rivedi l'intervista del Tg5 firmata da Fabio Marchese Ragona)

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La liturgia delle Ore e le orazioni dell’Epifania attestano come, in precedenza, in questa solennità si conglobassero diverse manifestazioni (epifanie) del Signore: non solo quella del fanciullo Gesù innanzi ai Magi e ad Erode, ma anche l’episodio del Battesimo lungo le acque del Giordano, il primo miracolo avvenuto a Cana di Galilea e, infine, anche la moltiplicazione dei pani (sono queste le letture che ci aspettano, nelle prossime domeniche).
In tutti e tre gli eventi, pur distinti e distanti (nello spazio come nel tempo), possiamo tuttavia registrare una caratteristica in comune, una costante che si ripete.
È Dio che ci anticipa e ci precede. Come la stella che aspetta i magi, sulla casa dove c’è il bambino.
Come Cristo, che si mette in fila come se fosse un peccatore, che si fa peccato, pur essendone immune, affinché noi possiamo imparare ad affidarci a Lui, nella lotta contro il Male, consapevoli di non essere più soli ed indifesi, ma anticipati dalla larghezza di una Redenzione che va al di là dei nostri meriti, oltrepassandoli ampiamente. Lo stesso potremmo dire anche per gli ultimi due episodi.
Dio non aspetta che noi ci rendiamo conto di essere fragili e bisognosi di aiuto. Si alza Lui, ci viene Lui incontro, per darci una mano a sconfiggere il nostro maledetto orgoglio, perché, solo così, potremo guadagnarci la vera libertà. Quella dei figli di Dio.
Una libertà che va oltre le norme o i divieti, che oltrepassa quella che era l’Antica Alleanza, intrapresa con il popolo d’Israele e apre nuovi orizzonti e traguardi, in precedenza, insperati ed insperabili.

A questo si riferisce l’Apostolo, nell’Epistola, con cui si rivolge agli Efesini:

«Egli infatti è la nostra pace, colui che di due ha fatto una cosa sola, abbattendo il muro di separazione che li divideva, cioè l’inimicizia, per mezzo della sua carne. Così egli ha abolito la Legge, fatta di prescrizioni e di decreti, per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo, facendo la pace, e per riconciliare tutti e due con Dio in un solo corpo, per mezzo della croce, eliminando in se stesso l’inimicizia. Egli è venuto ad annunciare pace a voi che eravate lontani, e pace a coloro che erano vicini» (Ef 2, 14-16).

Un Corpo, come un ponte: a saldare anime, a salvare uomini. Vicini e lontani, pagani e prediletti nell’Antica Legge, istituita in Abramo. Un Corpo ad abbattere il muro che divideva uomini ed idee.

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Pope Francis delivers an extraordinary "Urbi et Orbi" (to the city and the world) blessing - normally given only at Christmas and Easter - from an empty St. Peter's Square, as a response to the global coronavirus disease (COVID-19) pandemic, at the Vatican, March 27, 2020. ANSA/ REUTERS/ YARA NARDI/ POOL

Non so se quand'era bambino, tra le migliaia di immagini che popolano la foresta della nostra fantasia in quell'epoca, papa Francesco sognasse di diventare un astronauta. Quando lui era piccolo, poi, sbarcare sulla Luna per l'uomo era ancora il grande sogno proibito, l'impossibile che il mondo intero aspirava a rendere possibile: la storia, ad un passo dal possibile. «Si deve prima asfaltare tutta la strada» gli avrebbe risposto qualcuno se, soltanto, avesse chiesto come si faceva ad andare fin lassù, per poi guardare il mondo dall'alto. Con lo sguardo di Dio. Il 27 marzo, quel venerdì entrato nella storia tutto d'un getto, ho pensato che quella volta – io non ero ancora nato – dev'essere stato molto simile a quella Piazza il suolo lunare se l'eterno secondo Buzz Aldrin, appena sceso dopo Neil Armstrong, disse: «Che magnifica desolazione!» Il vuoto del suolo lunare, il vuoto della Piazza più cara e sacra all'intera cristianità. Il mondo, in quelle settimane, viveva in un perpetuo stato d'assedio, il terrore scartavetrava i cuori, anche la Terra sembrava essere diventata zona-maledetta. Rosso-sangue. Tutti a promettere la luna - «Per anni i politici hanno promesso la luna. Io sono il primo in grado di darvela» disse Richard Nixon il 20 luglio 1969 -, ma solo l'uomo vestito di bianco tentò la sfida di riportarci tutti (assieme) in quella benedetta Luna. La stessa di san Giovanni XXIII in apertura di Concilio.
Quando l'ho visto salire quella gradinata in solitaria (non era da solo, però), cavalcare quello spazio immensamente vuoto, la tenerezza mi ha devastato l'anima. Per un attimo mi son sentito in colpa d'avergli suggerito quel gesto: “Sarà mai possibile – mi dicevo seduto davanti alla TV – che un uomo trovi tutto questo coraggio, si addossi tutta questa paura, si avvii a sfidare il vuoto in quella maniera che ai più potrebbe sembrare temeraria?” I giorni precedenti quella serata li ricorderò come pagine indelebili della mia personale storia della salvezza: dopo l'appello alla tv – ch'era l'appello collettivo avanzato dai nostri avanzi di galera – abbiamo parlato a lungo per telefono, abbiamo discusso sul concetto di vuoto, sull'immagine della tempesta, sulla potenza universale di cui è capace Pietro con i suoi gesti. Sull'urgenza urgentissima di aprire una trattativa con il Cielo, come ai tempi di Mosè, prima che fosse troppo tardi. In quei colloqui, al mio cuore bambino sembrava di essere dentro la stanza di Neil Armstrong a condividere con lui le ore finali che precedettero la sua più grande impresa. Avvertivo tutto il suo cuore nelle parole confidate, la sua analisi minuziosa, la sua visione d'insieme, l'attenzione saggia e sapiente - “Preghiamoci tanto, mi diceva, il rischio di scivolare dalla profezia al ridicolo è altissimo. Il diavolo è in agguato in questi momenti!” -, l'apprensione di un uomo che, in certi attimi, avverte sulla pelle un cambio di marcia repentino, sempre inaspettato, una sorta di clic: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20). Quel vuoto era l'universo da riconquistare, le colonne d'Ercole da attraversare, il Camino Bill del K2, la foresta di Aremberg alla Parigi-Roubaix: tutti assieme, moltiplicati per x che tende all'infinito. Tutti, in quelle giornate, si avvicinavano a quel vuoto, lo studiavano, lo misuravano, lo fotografavano al microscopio. Erano tutt'intenti a capirlo. Lui, ispirato, fiutò quello che da sempre sapeva: che in materia di fede occorre sempre amare per poter capire, non è possibile prima cercare di capire e poi decidere se amare oppure no. “Non sei da solo, c'è una Chiesa che ti tiene per mano” gli dissi nell'ultima nostra telefonata prima di quella sera. Lui, da grande generale d'armata qual è: Non dimenticarti di pregare per me. Sono le solite parole, pensai. «In Argentina si raccomanda di non cambiare il cavallo mentre si guada il fiume» mi disse. Afferrai al volo che non erano le solite.
Quando l'ho visto là in mezzo, mi sono sentito a casa nel suo sguardo: sono tornato bambino quando, durante il temporale, andavo a sedermi in braccio al nonno. Ero anch'io sulla Luna quella sera, io e tutti i miei fratelli che s'erano dati appuntamento alla tv: c'era una guerra in atto, il nemico era tutto invisibile, l'alleato amava confondersi all'avversario e viceversa. Però, lì in mezzo, c'era un uomo che aveva avuto il coraggio di bucare quel vuoto: era entrato armato di Vangelo e silenzio, l'aveva attraversato tutto per andare ad abbracciare il Crocifisso e la sua (ma)Donna, poi si era seduto giusto in mezzo. E lì, nello spazio vuoto della paura, ha dichiarato guerra alla guerra: «Nel nome del Padre, del Figlio, dello Spirito Santo (Amen)». E' stato uno dei più grandi atti pacifici della storia universale: Beati i costruttori di pace. Ha vinto in quell'attimo, nell'attimo in cui ha pronunciato il Santissimo Nome impronunciabile, nell'istante in cui ha spostato tutto per far rimettere il piede a terra a Cristo. Quella sera eravamo in Quaresima, ma sembrava d'intravedere già le luci di un nuovo Natale. Di una nuova (ri)creazione. «Quando ho guardato la Terra, in piedi sulla Luna, ho pianto», disse Alan Shepard durante la missione Apollo 14.
A guardare il mondo dall'alto abbiamo imparato quella sera. Potenza di un gesto (dis)umano, di un Cristo in azione.

Buon fine d'anno.
Che Dio ci perdoni (anche) l'imperdonabile!
don Marco Pozza

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