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“Mio padre era un Arameo errante”: così si apre il ritratto di Abramo che Mosè fornisce, nella prima lettura della V domenica di Quaresima, secondo il rito ambrosiano. 
Errare non è solo sbagliare, fallire, aver preso una cantante. Errare è - soprattutto – il verbo dei pianeti: “vagante, errante” è, infatti, il significato primo dell’etimologia di quella parola. Anche gli antichi si erano infatti che Venere (probabilmente, l’unico pianeta visibile ad occhio nudo) non era sempre nella stessa posizione.  
Abramo è come un pianeta. Cambia di posto. Era un arameo, ma arriva in Egitto. Si sposta, seguendo il comando di Dio. Il rischio di Abramo, però, non è stato invano. Davvero, da lui nacque un popolo, che si moltiplico e crebbe, in terra d’Egitto, che subì la schiavitù degli Egiziani. Che, finalmente, con Mosè, trovò la propria libertà, imparando che anch’essa aveva un prezzo. Ogni libertà, infatti, porta – inevitabilmente – con sé un prezzo da pagare. Ce ne accorgiamo quotidianamente: la libertà da discount non esiste. Ogni nostra scelta, anche per i limiti, di spazio, di tempo e di estensione, imposti dal nostro essere materia signata, comporta un no a qualcos’altro: dalle scelte più banali a quelle che danno un senso alla nostra vita. Come gli ebrei rimpiangono le cipolle d’Egitto, anche noi, talvolta, ci ritroviamo a rimpiangere qualcosa a cui non possiamo tornare, solo perché stiamo affrontare un tratto impegnativo della nostra vita. 
 
Assillato dal pensiero di rimanere senza un’eredità, il tempo, galantuomo, diede ragione a Dio: davvero la discendenza del patriarca è “numerosa come le stelle nel cielo e la sabbia del mare” (Genesi 22, 17) e, a buon diritto, è ricordato come “padre di molti popoli”  (Rm 4, 18), dal momento che è una figura di grande rilievo per tutte le principali religioni monoteiste. È necessario spezzare una lancia in favore di Abramo: per Dio, ogni giorno è l’eterno presente, davanti a lui e dietro di lui non ha senso parlare di ieri, oggi e domani; per noi uomini, invece, il tempo scorre come un fiume, con minuti, ore e giorni che si susseguono uno dopo l’altro e con i ritmi imposti dalla natura che ci pongono innanzi l’inesorabile passare del tempo, con i mutamenti che esso comporta sul nostro corpo e sulla nostra intera persona. Per questo, talvolta, l’impazienza ha il sopravvento: è una delle tante forme con cui si manifesta la nostra paura del tempo e della morte che, in ultima analisi, non è altro che un assalto di estremo realismo che ci pone di fronte alla fragilità e alla precarietà della nostra vita.  
Abramo è un arameo errante, perché abbandona la sua terra e si lancia in una nuova avventura. Tuttavia, in lui possiamo ritrovare la figura dell’intera condizione umana, caratterizzata da precarietà ed instabilità. Ci illudiamo di poterne essere esenti, solo perché - magari – abitiamo in una grande città o non abbiamo avuto necessità di trasferirci. Basta osservare con attenzione una roccia – o un albero – per comprendere come l’uomo sia precario. Chi vive a lungo, spesso tra mille acciacchi, arriva – raramente – intorno ai cent’anni. Ci sono ulivi e querce secolari che hanno visto intere generazioni di esseri umani. Ci sono poi rocce che possono contare addirittura milioni di anni, per cui, non c’è partita: se avessero gli occhi e la bocca, quante ne avrebbero da raccontare! 
Pensare a questo rende evidente come non è certo nella solidità, nella robustezza, nella durata che l’uomo può disegnare una differenza rispetto alle altre creature. Su quel piano siamo sconfitti, senza ritegno. Aprendo però una diversa prospettiva: davvero si può considerare un valore la durata? È da lì che deve passare il giudizio? O forse da qualcos’altro? 

Anche il Vangelo, che parla della resurrezione di Lazzaro, tocca il grande tema della precarietà, sorella gemella della morte. Perché, in fondo, il vero motivo per cui vorremmo cancellare, dalla nostra mente, il pensiero della morte, è proprio l’insicurezza della sua ora. Ci auguriamo sia sempre un po’ più in là, ma, in fondo, nessuno potrebbe scommettere che non possa arrivare in qualunque ora di oggi o di domani. Non c’è una regola. Non ci sono strategie. Sembra quasi un assurdo gioco, in cui, in ogni caso, siamo sempre noi a perdere. 

Il brano evangelico è senz’altro ricco di stranezze. Innanzitutto, c’è un primo annuncio, che arriva a Gesù, per avvisarlo che l’amico Lazzaro è malato. Sembra la fotocopia di tantissimi altri episodi, in cui, la comunicazione è più o meno questa: “Maestro, vieni, presto, il tale (figlio, servo) è malato!” (cfr. Gv 4, 46 – 54; Lc 7, 1- 10); e, in quei casi, anche quando rimbrotta la mancanza di fede, il miracolo arriva, la guarigione avviene prontamente e la persona, prima nell'angoscia, è congedata con ritrovata serenità. In questo caso, poi, Lazzaro sappiamo che, per Gesù, insieme con le sue sorelle, era davvero un amico: la loro casa, a Betania, nel peregrinare del Maestro di Nazaret, aveva sempre rappresentato un punto di riferimento dove potersi rifocillare coi discepoli e dove poter sentire nuovamente quell’aria di casa, che diventava ineffabile sollievo per il Signore, quando l’insistenza delle folle si faceva troppo pressante: a maggior ragione, quindi, ci aspetteremmo una risposta, sollecita, pronta e che Gesù lasci ogni cosa per soccorrere Lazzaro.  
Ecco perché suona parecchio stonato leggere 

Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava 

Sembra quasi che Gesù sia sopraffatto dall’indifferenza. Si scontra, insomma, con quel ritratto, forse un po’ (troppo) zuccheroso con cui lo dipingiamo.  
Nel frattempo, Marta e Maria, sorelle che, diversamente, hanno mostrato di servire con amore il Signore, si mostrano profondamente differenti anche di fronte alla morte del fratello. Se una gli corre incontro, quasi desiderosa di rompere la solitudine e la tristezza negli occhi di uno sguardo amico, l’altra rimane in casa, pur sapendo ambedue del suo arrivo, quasi volesse – specularmente – rinnovare quell’attesa, di difficile comprensione, che l’amico aveva loro riservato.  
Se continuiamo nella lettura diviene chiaro che davvero Cristo nutriva profondo e sincero affetto per i tre fratelli e, di fronte a quella morte, comprendiamo a che profondità è sceso, per condividere le nostre umane vicende. Escluse da sé solo quel peccato che era venuto a sconfiggere, in modo definitivo e senza possibilità d’appello, ma non si sottrasse alla fatica, alla fame, alla sete, al dolore per la morte di un amico. Volle scendere fino in fondo quell’abisso che vivere la morte di una persona porta con sé: perché, senza attraversare quell’abisso, non poteva non assumere su di sé anche quel dolore, conseguenza del peccato e della morte, per redimerlo nel suo sacrificio. Come un palombaro, discende nelle oscurità più profonde degli abissi, e la sua voce, Parola Eterna che squarcia le tenebre, come nuova creazione, raggiunge Lazzaro, da quattro giorni nel sepolcro, ridonandogli la vita. 

Senz’altro, questo miracolo fece scalpore all’epoca, tanto che sappiamo che, prima dell’ingresso in Gerusalemme, Lazzaro redivivo era diventato una sorta di “attrazione” per i compaesani. Eppure, la resurrezione di Lazzaro, pur rimanendo un segno forte, non esaurisce la redenzione portata da Cristo. Non è venuto a tirarci fuori dal sepolcro, solo per allungare di qualche anno la nostra permanenza terrena.  
La nostra vera patria è Dio: per questo, il nostro intimo freme e protesta contro l’ingiustizia della morte; e, nonostante fatichiamo ad immaginare cosa significhi la parola eternità, vagheggiamo quel senza-fine a cui ci fa pensare il cielo stellato e il mare che si perde all’orizzonte.  
 
Una certezza ci accompagna: Cristo, che ha liberato Lazzaro dalle bende, può liberare anche noi, un giorno, dai legami della morte, per restituirci la vita che non muore; ma, già adesso, può restituirci la libertà dai legami del peccato, se ci abbandoniamo alla sua grazia, che sempre ci accompagna e ci sostiene nel cammino quotidiano, qualunque terra sotto il cielo abitiamo in questo momento.  


Rif.letture della V Domenica di Quaresima, secondo il rito ambrosiano, anno C

Fonte immagine: Report Difesa

Maddalena Negri
L'autore: Maddalena Negri

Classe 1986, orgogliosamente nata sotto il sole del 13 agosto. Ama scrivere e vi si cimenta, con alterna fortuna, dall’età di otto anni. Privilegia, inizialmente, racconti e scopre la poesia solo più tardi, a 14 anni.
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