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pace

Appartiene - lo scambio della pace durante la santa messa - a quella scuderia di cose e di simboli che il virus, in questi anni di infuriata coabitazione, ha preso e lanciato per aria. Con il rischio di farle evaporare. Essendo radicato nella mano, ne ha rimesso assai come gesto perchè nulla più della mano ci è stato fatto divieto di usare per toccare l'altro: la stretta di mano, il prendere qualcosa a mani-nude, doverle igienizzare ogni due per tre. Vietato toccare!”, per le mani, equivale alla loro morte: se non possono toccare, a che cosa serviranno? Durante la Messa, con le mani il sacerdote consacra il pane e lo fa diventare Cristo: poi lo (ri)tocca per metterlo nelle mani della gente. Gente che, al momento dello scambio della pace - «Scambiatevi il dono della pace» - con la mano stringe quella del vicino, chiunque esso sia. È simbolo per portare la pace al mondo intero: “Uno per tutti, tutti per uno”. Dal singolo vicino, simpatico o antipatico che sia: al mondo lontanissimo.
Quando ci siamo visti vietare anche questo – «al fine di assumere le misure precauzionali previste per il contenimento del contagio del virus» - ai più pareva una celebrazione monca senza quel gesto antichissimo che, tutto sommato, era anche simpatico, una sorta di boccata d'aria nel mezzo del treno-cacciato della celebrazione. Piuttosto che niente, meglio piuttosto: poiché lo sguardo non è (ancora) veicolo di trasmissione del virus, al posto dello scambio della pace con la mano, sempre la CEI, «può essere sufficiente e più significativo guardarsi negli occhi e augurarsi il dono della pace, accompagnandolo con un semplice inchino del capo». La qual cosa, ad essere sinceri, era già in auge tra il popolo ancora prima dell'approvazione: è la vox populi (non è la prima volta!) a svegliare quella della Chiesa ufficiale. E così, sostituita la mano con l'occhio, “è tutto a posto!”
O quasi. Perchè, sinceramente, scambiarci la pace con la mano, mica ci costringeva a guardarci negli occhi: chissà quante volte, per i più svariati motivi, ce la siamo data solo con la mano, senza lo sguardo, anche tra preti sull'altare. Ma il gesto di mano, anche il semplice prendersi per mano, senza uno sguardo ad illuminarlo, è mezzogesto, un gesto monco. E così, reinventandocelo per necessità e non per virtù, abbiamo capito quanto sia difficile scambiarsi la pace guardandoci dritti negli occhi: se certi gesti non dicono più niente, certi sguardi dicono sempre tutto. Senza il bisogno della punteggiatura. Chissà se, vedendo quant'è difficile lo scambio della pace con lo sguardo, appena possibile torneremo a darci la mano senza lo sguardo. E' probabile ma, a questo punto, sarebbe un passo indietro.

(da «Specchio» de La Stampa, 13 febbraio 2022)


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don Marco Pozza
L'autore: don Marco Pozza

Marco Pozza (1979), parroco della parrocchia del carcere Due Palazzi di Padova, è uno «straccio di prete al quale Dio s'intestardisce ad accreditare simpatia, usando misericordia», come ama dire di se stesso.
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Commenti   

Maddalena
#1 Due momenti che evitereiMaddalena 2022-02-13 08:18
Personalmente, assieme con la questua, sono i momenti liturgici di cui ho sempre fatto molto volentieri a meno. Il primo perché quasi mai il vicino era qualcuno con cui avessi conti in sospeso, per cui, liturgicamente, mi pareva abbastanza vuoto di senso. Spesso, poi, diveniva un insensato peregrinare per il luogo di culto che lo faceva assomigliare molto di più ai convenevoli pre-partita che a un gesto liturgico, coi suoi rimandi al saxro. Il secondo, semplicemente perché avviene all'offertorio, cioè mentre il rito si concentra più propriamente intorno all'altare, cioè al Calvario e mi pare, quindi, poco opportuno, distogliere lo sguardo, in quei momenti, da Chi disse «Quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a Me!». Probabilmente, è una fragilità mia, ma penso che la condivisione più profonda sia condividere il corpo di Cristo e le offerte per le necessità della Chiesa si possano raccogliere in tanti altri momenti...

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