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«Qualsiasi cosa vi dica, fatela» (Gv 2, 5). Questa è una delle poche frasi che la Madonna, che ci è presentata come una persona che conserva “tante cose nel cuore”, pronuncia nel Vangelo. E cambia la rotta di Dio. Se leggiamo la dinamica delle Nozze di Cana, che il Vangelo ci propone, sembra infatti che il miracolo sia indotto dalle parole, discrete ma efficaci della Madre.
Credo basti questo a capire quale possa essere la potenza della Madonna, che pure non era sacerdote né parte dei dodici, ma, in base alla scelta di Dio a cui aveva liberamente aderito, aveva ricevuto un posto del tutto particolare, unico ed irripetibile, nella storia della salvezza. Un posto che non le ha riservato solo onori, beninteso, ma, anzi, sicuramente non sono mancati gli oneri, tra cui quella spada incomparabile che, per amore di Dio verso l’umanità, le ha trapassato l’anima.

Osserva Giovanni Paolo II che «a taluni la domanda di Maria appare sproporzionata, perché subordina ad un atto di pietà l'inizio dei miracoli del Messia. Alla difficoltà ha risposto Gesù stesso che, con il suo assenso alla sollecitazione materna, mostra la sovrabbondanza con cui il Signore risponde alle umane attese, manifestando anche quanto possa l'amore di una madre» (Udienza generale, 5 marzo 1997).

Va riconosciuto, inoltre, con opportuno senso storico, che

«L'iniziativa della Vergine appare ancora più sorprendente, se si considera la condizione d'inferiorità della donna nella società giudaica. A Cana, infatti, Gesù non solo riconosce la dignità ed il ruolo del genio femminile, ma, accogliendo l'intervento di sua Madre, le offre la possibilità di essere partecipe all'opera messianica. Non contrasta con questa intenzione di Gesù l'appellativo "Donna", col quale Egli si rivolge a Maria (cfr Gv 2, 4). Esso, infatti, non contiene in sé alcuna connotazione negativa e sarà nuovamente usato da Gesù nei confronti della Madre ai piedi della Croce (cfr Gv 19, 26). Secondo alcuni interpreti, questo titolo "Donna" presenta Maria come la nuova Eva, madre nella fede di tutti i credenti» (Giovanni Paolo II, ibidem).

Qual è, però, il contesto di tutto ciò? Uno sposalizio, a Cana di Galilea, ci dice il Vangelo di Giovanni.
Chi sono gli sposi? Non ci è dato saperlo: possiamo immaginare siano amici o, quanto meno, conoscenti della famiglia di Gesù e, considerando che, pochi versetti prima, Gesù ha chiamato a sé i primi discepoli, possiamo immaginare che possano esserci anche loro, in particolar modo, le due coppie di fratelli pescatori. 
Siamo quindi in un cotesto di gioia e di festa; Maria, però, prima degli altri, pare accorgersi della nota stonata, che avrebbe potuto, se non “guastare la festa”, quanto meno, nuocere al buon nome degli sposi, irrimediabilmente ricordati come tirchi o poco previdenti nell’offrire vino agli invitati alle loro nozze. Ecco perché Maria è mossa da misericordia, e, forse per la prima (di tantissime altre volte, non altrettanto note, solo perché non tutte trascritte) si fa mediatrice dell’amore di Dio, rivolgendosi al Divin Figlio, affinché rivolga la propria attenzione nei confronti di una coppia che aveva bisogno di non perdere il gusto per la vita e per la gioia.
Lo strumento di questo miracolo, che Gesù accetta di compiere è bipartito: uno è inanimato e sono le sei enormi giare (che la nuova traduzione, per facilitare la comprensione specifica essere di una capacità che va da ottanta a centoventi litri), mentre l’altro sono i servitori che, obbedendo a Maria, si fidano e compiono esattamente quanto è loro richiesto di fare. L’azione insolita (e pericolosa per un servo che, nel caso in cui risulti sgradita, sorbisce le conseguenze, che possono essere nefaste, per lui!) non era tanto quella di riempire le anfore, naturalmente, quanto il presentarle al Maestro di tavola (una figura che potremmo paragonare all’odierno sommelier che, in un matrimonio era incaricato di restare sobrio, assicurandosi la qualità del vino).
La reazione del Maestro di tavola, al contrario, è soddisfatta, tanto quanto spaesata: «Tutti mettono in tavola il vino buono all’inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora» (Gv 2, 10). Che, in sostanza, significa: “promosso a pieni voti, anche se non capisco per qual motivo sprecare un vino di tale qualità, quando ormai gli invitati saranno già un po’ brilli e quindi, se anche il vino fosse di qualità inferiore, non si accorgerebbero neppure!”.

Ad un’esagerazione in quantità (facendo una media della capacità delle giare, considerandole di circa 100 litri ognuna, se le giare sono 6, stiamo parlando di 600 litri di vino), corrisponde altrettanta esagerazione in qualità. A fronte di abbandono fiducioso, anche quando non capiamo esattamente dove Dio ci stia conducendo, l’offerta è sempre una sovrabbondanza: Maria, che ha detto sì a Dio, è “ricolma di grazia” (cfr. Lc 1, 26), così come le giare sono ricolme d’acqua, a Cana e le ceste degli avanzi, dopo la prima moltiplicazione, sono dodici (altro simbolo di pienezza, cfr. Mc 6, 44).
Che l’abbondanza sia lo stile di Dio, lo conferma Cristo stesso: «Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» (Gv 10, 10).

Dall’acqua al vino. Ma il vino migliore proviene sempre da Dio. L’abbiamo sentito molte volte, questo episodio evangelico, eppure, tendiamo sempre a guardare con sospetto la gioia, come se non sia possibile che venga da Dio, come se Dio sia quel “guastafeste” che ce la toglie. La realtà è che – piuttosto – noi ci accontentiamo. Ci accontentiamo di noi stessi e delle nostre forze e, quando vediamo che inizia a scarseggiare il vino, invece di cercare quello buono, anzi, migliore, che solo Dio ci può dare, iniziamo ad aggiungere sempre più acqua, nell’illusione che, magari, un po’ si sapore di vino riusciamo, comunque a gustarlo. Al contrario dei servi, che si fidano ed eseguono, tante volte noi polemizziamo con Dio, scendiamo a compromessi e – di fatto – riteniamo che il nostro impegno – tutto sommato – possa anche sostituire il Suo intervento. Temiamo di perdere il controllo e questo fa sì che non riusciamo a sperimentare quella sovrabbondanza che sorpassa la nostra comprensione e può solo lasciarci stupiti, come il Maestro di Tavola. Perché i piani di Dio sono sempre eccessivi, rispetto ai nostri piccoli piani che, come piccoli Stalin, ci ostiniamo a ricavare, nell’illusione di poter essere noi a dare una direzione ed un senso alla nostra vita. Nonostante non ci sia giorno che Dio manda in terra che si realizzi come noi avevamo inizialmente prospettato!  

È possibile, come del resto molti esegeti fanno notare, in questo episodio, che Giovanni Evangelista stesso definisce “segno”, un richiamo all’Eucaristia e, in particolar modo, all’effusione del sangue di Cristo sulla Croce. Ecco perché Gesù dice «Non è ancora giunta la mia ora». L’«ora» di cui è quella in cui la manifestazione dell’amore di Dio vedrà il proprio compimento e di cui il miracolo, a Cana, è segno e anticipazione, ma non ancora compiuta realizzazione.
In questa prospettiva, tutto cambia, allora. Gesù non è più solo un commensale, ma lo Sposo, che Giovanni Battista ci indicava con l’orgoglio (salutare) di cui si riempie solo chi Gli è amico e gode nel vederLo riconosciuto nella sua gloria. Una gloria, che però, richiede la Croce, dal momento che è sulla Croce che si manifesta l’Amore, totale e gratuito di Dio, che si rinnova, tramite la Chiesa, Sua sposa, proprio nel sacrificio eucaristico.
Perché l’Amore richiede quella totalità che richiedere di passare attraverso la sofferenza. Perché la Croce è – sempre – una Croce di gloria. Anche quando non siamo capaci di squarciare il velo del tempio e scorgerla, oltre la patina della sofferenza.   

 

Rif. Vangelo festivo ambrosiano della II Domenica dopo l’Epifania, ANNO B 


Fonte immagine: Headtopics
Vedi anche: Un Dio a perdere

Maddalena Negri
L'autore: Maddalena Negri

Classe 1986, orgogliosamente nata sotto il sole del 13 agosto. Ama scrivere e vi si cimenta, con alterna fortuna, dall’età di otto anni. Privilegia, inizialmente, racconti e scopre la poesia solo più tardi, a 14 anni.
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