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vipera

L'hanno scritta a caratteri cubitali, che tutti la possano leggere, in un vicolo di Catania: «E' troppo faticoso resistere ad una tentazione. Meglio farmela amica e capire cosa vuole». Nemmeno a Dio, andando a ritroso nell'immenso fiume della Scrittura, riuscì mai di avere la botte piena e la moglie ubriaca, «un essere libero dal peccato che sia al tempo stesso un uomo» (Y. Muffs). Optò, strada facendo, per un'umanità peccatrice, visto che l'alternativa era un mondo senza uomini. Poi, supportando la debolezza, si scoprì pure capace di simpatia verso il peccatore. Dopo il pane e il condono dei peccati, ecco la terza avvertenza-per-Dio da parte della creatura: «E non ci indurre in tentazione». Che nessuno, badate bene, immagini Dio come uno che si diverte a mettere alla prova l'uomo: un Dio così non meriterebbe affatto d'essere creduto, nè amato. Il poeta inglese Oscar Wilde diceva: «L'unico modo per liberarsi di una tentazione è cedervi». A che serve, però, liberarsene di una? Eccone subito un'altra: "L'ultima, poi basta" dice sempre quell'imbecille di Lucifero. L'ultima, però, non è mai stata l'ultima.
Va anche detto, a scanso di equivoci, che Cristo mai imbastì nè firmò alcuna petizione contro l'abolizione delle tentazioni: lasciò a Satana l'illusione di sentirsi padrone pure delle anime, dopo che lo è di certi corpi. Invece che abolirle – non gli riesce, ripetiamo, avere botte piena e moglie ubriaca – scelse di affrontarle. La sua era convinzione di sostanza: un conto è indicare la strada, un conto percorrerla assieme. Scelse, ancora una volta, d'esagerare: s'improvvisò apripista, in pieno deserto, a sfidare Satana, il santo-patrono delle tentazioni.
Gli concesse il lusso di metterlo alla prova: «Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto per essere tentato dal diavolo» (Mt 4,1). Non è vero, dunque, che il demonio lo tentò: questo dice chi non ha mai letto il Vangelo attentamente. Gli evangelisti hanno lasciato scritto che fu lo Spirito a condurlo, in modo che Satana rodasse la sua capacità tentatrice. Tre-a-zero per il Cristo, senza diritto-di-replica. Lasciarsi tentare da Satana fu l'esordio pubblico del Cristo, appena dopo essersi confuso tra i peccatori nel Giordano. Il motivo lo si capì dopo: scelse d'esordire spartendo con l'uomo la più feriale delle faccende, che è quella dell'essere tentato. Dell'essere distratto da Dio.
Si lasciò tentare e, vincendo, lasciò scritto: "I mostri esistono, eccome". Mica scelse di nascondere all'uomo la più manifesta delle evidenze, ch'è quella della miseria. Fece di-più, a favore dell'uomo: lasciò dimostrato che i mostri possono essere sconfitti. E' per questo che il popolo che gli corre dietro, vista la capacità in materia, lo invoca: a squarciagola «E non ci indurre in tentazione». Che è il contrario dell'induzione-alla-tentazione: "Fà di tutto perchè anche noi, quando siamo tentati, non ci lasciamo fregare dall'altro".

"Ti raccomandiamo: non ci lasciare soli"

E' il pezzo che più amo di Paolo, il santo apostolo delle genti: «Quando sono debole, è allora che sono forte» (2 Cor 12,10). Pronunciato senza vergogna: se non pare assurdità, ci manca poco. Con quell'altra ammissione fatta ai Romani: «Infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio (...) Sono uno sventurato» (Rm 7,19.24). E' una confessione tra le più umane, che riesce solo ad un peccatore-perdonato: è la tentazione a renderci umani. Prima di Cristo le tentazioni esistevano, dopo-Cristo le tentazioni sono rimaste in circolo: ciò che Cristo ha tentato di mutare è stato l'approccio ad esse. Le avesse tolte di mezzo, ne avrebbe rimesso la libertà: è la tentazione a farci sentire liberi. La grande tentazione: "Non c'è più nessuno pensa a te!" Che è sempre fatta di mille piccole tentazioni, la cui somma-totale è il prodotto dell'azione di Lucifero moltiplicato al credito accordatogli.
Il prodotto interno lordo del Maligno.
Uscito dal deserto in-piedi, Cristo mise a disposizione il suo segreto per quelli che, tentati, non vogliono mollare la presa: «Vegliate e pregate per non entrare in tentazione; lo spirito è pronto ma la carne è debole» (Mc 14,38). Satana, il motore-immobile delle cadute a tonfo, lo si vince solo pregando. E, dopo averlo pregato, prendendolo per i fondelli: non c'è nulla che gli roda maggiormente del sentirsi irriso per le sue mille smancerie.
«E non ci indurre in tentazione» è urlo di caverna: dice lo spavento, il terrore, l'angoscia. Artefice della tentazione è Satana, non Cristo! Anche l'oggetto della tentazione è Satana, nascostosi dietro le sue illusioni: "Desiderami! Concediti a me!" è la sua proposta d'amore all'uomo. L'intervento di Cristo è un'operazione-di-salvataggio, ancor meglio di tutela: nulla a che vedere con l'induzione. E' più una richiesta di custodia: "Non permettere che siamo sedotti dalla tentazione", traduce Tertulliano. "Preservaci, abbi cura, non abbandonarci nel momento in cui Satana si scatena". E' supplica di vicinanza nella prova.
Invocato così, Dio non spaventa affatto: c'è fede, sacro-timore. E' ammettere la sua competenza in materia, laurea strappata sul campo: «Infatti, proprio per essere stato messo alla prova ed avere sofferto personalmente, è in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova» (Eb 2,18) Il sospetto che Dio sia nemico della gioia, che si diletti ad istigarmi, è l'ultima storiella di Lucifero. Pace all'anima sua, non chiediamo a Dio che non-ci-tenti-più, ma lo supplichiamo di riuscire a tenergli testa. Nel più trasparente dei codici sportivi: più l'avversario è forte, più la vittoria è bella. E' sotto il torchio della tentazione che si recita la più credibile professione di fede: "Credo nell'Agnello. Rinnego il Lupo, con tutte le sue opere, con tutte le sue seduzioni". Tiè, Satana: beccati questa!
Pure quest'altra, materia di soccorso-assicurato: «Poichè hai osservato con costanza la mia parola, anch'io ti preserverò nell'ora della tentazione che sta per venire sul mondo intero, per mettere alla prova gli abitanti della terra» (Ap 3,10).
Tutto-chiaro: da avversario, però, riconosco a Lucifero un'arte sopraffine, la sua arma vincente: sa sedurre come pochi altri al mondo. Sta appena sotto-Cristo, assai sopra tutti. Quando lo dimentico, lui vince a man bassa.
Sedurre è parte in causa della tentazione: scordarlo è farsi beffare a occhi-chiusi.

(da M. Pozza, Il contrario di mio. Sfumature randagie sul Padre Nostro, San Paolo 2018)

don Marco Pozza
L'autore: don Marco Pozza

Marco Pozza (1979), parroco della parrocchia del carcere Due Palazzi di Padova, è uno «straccio di prete al quale Dio s'intestardisce ad accreditare simpatia, usando misericordia», come ama dire di se stesso.
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