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scarabocchi

Nell'officina di mio papà, sin da quand'ero bambino, ho sempre sentito la radio accesa: sempre-e-solo Radio Maria. Ascoltandola (da quarant'anni conosco mio papà) ha pregato, ascoltato, (ri)pensato. E' diventato il mio teologo-ombra, cosa che più di qualche volta mi mette in seria difficoltà: la sua finezza intellettuale, la sua meditazione sui Novissimi, quella sua ostinata ricerca su che cosa significhi «discese agli inferi» sono la conferma di quanto una radio, fatta bene, possa fare di un meccanico un illustre pensatore. Papà ama Radio Maria, legge volentieri i libri di padre Livio Fanzaga (i miei meno, ndr), però non ha mai perduto l'onestà intellettuale. Che, sovente, ritrovo nell'unica critica che – lui non è un arrogante come me, tutt'altro – rivolge al direttore dell'emittente: «Troppe volte dice “Secondo me, a mio parere, questa è una riflessione personale”. Rischia che la gente confonda la dottrina con le sue opinioni”». Mio padre ha un cervello e una sapienza di cui vado fiero, che mi fa sentire ignorante: sa distinguere una provocazione da una verità dogmatica, un'interpretazione da una citazione. Un conduttore, da Dio.
Nel mio caso, Radio Maria non è una radio che ascolto: non per questo, però, ne sottovaluto la ricchezza, il seguito, la profondità di (certi) discorsi. “L'hanno detto a Radio-Maria, come fai a dire che non è vero!” mi rinfaccia spesso qualcuno se mi metto di traverso a qualche affermazione uscita da quelle frequenze radiofoniche. “E allora?” rispondo. “Allora è una radio cristiana, basta questo!” No, signori: l'aggettivo non convalida il sostantivo, è una gradazione che ci aggiunge. Non lo esime, però, dall'essere sottoposto a critica, ad osservazioni, a prese di distanza. Sovente, invece, l'aggettivo cristiano/a è diventato come il bollino che la commessa attacca per tenere fermo il nastro su un pacco di regali: sta scritto il nome del negozio, i recapiti, la pubblicità. Ma non garantisce nulla sul contenuto: devi aprire la borsa per vedere se quello che c'è è materiale originale o roba contraffatta. Per le esternazioni sul virus che don Livio ha articolato, basterebbe lo sconforto creato per fiutare che «secondo me, a titolo personale» è più un rischio in agguato che un aiuto alla comprensione. Coloro che lo ascoltano non sempre hanno gli strumenti per discernere ciò che è personale da ciò che è dottrina: si fidano, si affidano, pongono la loro fiducia. A volte è comodo prendere in affitto pensieri già pensati per evitare di pensare con la propria testa. Chi lavora con la fiducia – chi scrive conosce il tremore di lavorare con la fiducia – sa che la sua parola non è una parola qualunque, non produce un effetto qualunque, non è facile da dimenticare. Che Satana esista, e che per farlo si sia brevettato una arte di tessitura invidiabile, è materia di fede: non occorre ce lo dica Radio Maria. Ma dare una lettura (come l'ha data) così discordante con la morte penso sia una cosa dalla quale poter dissentire. E lo (ri)faccio.
E' un complotto il virus? Servirebbero competenze scientifiche e dati dimostrati per dirlo senza apparire ingannatori. Più che un complotto è un dramma che sta tenendo sotto-scacco il mondo. Causa morte, distacchi, sofferenza, angoscia. È una natura che ci sta mostrando cosa potrebbe voler dire pensare di vivere sani in un mondo malato, come dice Papa Francesco. Di poter stare dentro casa senza il pensiero di come stia il mondo fuori. Che dietro tale dramma ci sia il tentativo di cassare il cristianesimo e Cristo attraverso una sorta di dittatura sanitaria, è un “secondo me” azzardatissimo, direbbe papà che è estimatore di padre Livio. Mi piace la passionalità di un uomo come padre Livio, ma non condivido (posso?) la lettura che lui dà della realtà. Come lui è liberissimo di non condividere la mia di lettura. Questo, dunque, è un motivo in più per pregare tra di noi, per noi, a nostro favore: perchè quando uno si affeziona a qualche uomo/donna di Chiesa, non si scordi mai di guardare la luna perdendosi nel dito che la indica. Il dito è il dito, non è la luna: fare di un dito la luna questo sì è volere cacciare il cristianesimo dal mondo. Non è un avviso per nessuno: è un promemoria-mattutino per me, per evitare di firmare qualche complotto verso Dio.
A scapito della fede dei piccoli soprattutto.

don Marco Pozza
L'autore: don Marco Pozza

Marco Pozza (1979), parroco della parrocchia del carcere Due Palazzi di Padova, è uno «straccio di prete al quale Dio s'intestardisce ad accreditare simpatia, usando misericordia», come ama dire di se stesso.
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