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Baggio4x4

La premessa è fuori-discussione: è la più grande delle promesse, quella di stare con noi tutti i giorni, finchè il mondo (questo mondo) vedrà la luce. Dunque non è domenica senza l'Eucaristia: “Non è più domenica senza l'eucaristia” han lamentato in tanti nella stagione scorsa delle chiese chiuse, della Comunione in versione spirituale. È un'avvertenza, per il mio cuore tormentato, me la riscrivo: non è domenica senza Eucaristia. Punto, a capo. A capo, dunque, sono libero di parlare di Baggio: perché non è più domenica senza Baggio, da quando Baggio non gioca più. Il fatto che mi spinge a scrivere di lui è che, nel mio cuore, lui è rimasto il calcio. Non è più calcio senza Baggio. Il calcio, lo sapete, è un posto unico al mondo: «Non c'è altro posto del mondo dove l'uomo è più felice che nello stadio di calcio» scrisse il maledetto Albert Camus. Per qualcuno – non è il mio caso – il calcio è una fede, che con quella cristiana spartisce la condizione di ogni fede: non cessa mai una fede, al massimo smette di plasmare una vita. Il calcio non è finito con l'uscita di Baggio. Quel giorno, per chi l'ha amato, il calcio ha cessato di far battere il cuore. Quello era il vero mestiere di Roby.
È bastata una foto per accendere il cuore: quella che ritrae il divin Codino in campagna, mentre sta caricando la mitica Panda 4x4. L'ha postata sua figlia Valentina, ridonandoci un frammento di un uomo che, da vent'anni, ha scelto il silenzio come paese nel quale andare ad abitare. “È tornato alla vita normale, com'è ovvio, dopo una vita di successi” sminuisce qualcuno. Il che, invece, non è affatto normale, in un certo mondo: normale sarebbe stato riciclarsi testimonial o vestirsi da opinionista, sfruttare il passato per sgranocchiare il presente, andar tutti i giorni a portare un mazzo di fiori sulla lapide di chi si è stati e non si è più. Questo, forse, sarebbe la normalità: senza che nessuno, tra l'altro, abbia diritto a definirla viltà, questa normalità. Baggio, invece, non è mai tornato alla sua vita di prima, di quand'era solo Roberto: non vi è mai tornato per il fatto, adesso ci è evidente, che non se n'era mai andato. Quella foto, a veder i commenti, ha fatto bene al cuore: parla di un suggerimento, invece che di una dimostrazione. C'è la campagna veneta, un calciatore-contadino, anche cacciatore: è la pop-art della terra più mistica e dissacrante del pianeta, il mio Veneto. Gli stivali al posto dei tacchetti, i guanti al posto del pallone, il prato d'erba che non è più un campo da calcio. Patate da piantare, una bici da caricare, l'uva da vendemmiare.
In una fotografia, lo sanno bene i fotografi, non si ritrae la persona: è il suo pensiero che devi ritrarre, il non-detto, la suggestione. Che, nel caso di Baggio, è il fascino della normalità: tutti, a parole, diciamo di (ri)cercare la normalità, ma ci innamoriamo così tanto delle follie, che le pazzie ci riescono sempre bene, ma è con le cose normali che abbiamo qualche difficoltà. Sogniamo i tappeti rossi dei Festival, poi lo struggimento arriva da una Panda 4x4 (la mitica panda di papà) che diventa lo scenario di un mondo che, sotto-sotto, torna a far battere il cuore perché più vicino, più alla nostra portata, più umano. Meno sacrale, più sacro. È la filosofia del ragno: ciò che per la mosca è il caos, per il ragno è la normalità. Il Baggio-contadino è ciò che il cuore vorrebbe sentirsi ripetere tutti i giorni: che è la normalità la vera rivoluzione. Che dio, quello minuscolo, viaggi in Panda, zappi la terra, coltivi le patate. Non è più domenica senza Baggio, perchèénon è più vita senza la terra sotto i piedi: da lavorare, accarezzare, custodire.
L'invisibilità di Baggio, poi, aumenta a dismisura la sacerdotalità della sua figura. Il che, anche qui, sembra un mezzo paradosso: chi più si nasconde, più ha il potere di esserci, di trafiggere, di entrare nell'immaginario a gamba tesa. Di questi tempi, insomma, la normalità è la vera rarità. Potenza di una foto scattata al volo. Potenza di un dio-minuscolo che mai ha cercato di sostituirsi a quello maiuscolo, rimanendogli sempre un passo dietro. Qualunque sia il suo nome.

(da Il Sussidiario, 14 ottobre 2020)

don Marco Pozza
L'autore: don Marco Pozza

Marco Pozza (1979), parroco della parrocchia del carcere Due Palazzi di Padova, è uno «straccio di prete al quale Dio s'intestardisce ad accreditare simpatia, usando misericordia», come ama dire di se stesso.
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