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desantis

Uccisi, forse torturati. Una cavolata ciclopica, a detta dell'assassino: «Ho fatto una cavolata. So di aver sbagliato – parole di Antonio De Marco, accusato del duplice omicidio di Daniele De Santis e della fidanzata – Li ho uccisi perchè eran troppo felici, per questo mi è montata la rabbia». Per troppa-felicità (altrui) si può, in un battibaleno, improvvisarsi sicari. E' fatto strano l'uomo: spesso non conosce affatto la sua felicità, ma quella degli altri non gli sfugge mai. Oppure è così stupido, l'uomo, che rifiuta d'esser felice per paura, domani, di non esserlo più. Adesso, rinchiuso dentro una fredda cella di galera, avrà modo di meditare sul rumore che fa la felicità: avrà modo di riconoscerla dal rumore che ha fatto andandosene. Dal rumore che gli ha scaricato addosso pensando d'averla fatta scomparire per sempre. Peccato, però, che quella felicità, invece che andar per le strade sperate, si sia infilata come un tarlo dentro il cuore di un'anima infelice. Perché d'infelicità, prima ancora che di cattiveria, si tratta: quell'infelicità ch'è la somma di tutte le felicità che non si è mai riusciti ad ottenere. Che non si ha mai avuto il coraggio d'andarsi a cercare. La galera, adesso, servirà da palliativo di sicurezza per arginare la fiumana di quel cuore. Un quasi paradosso arginare il malessere, quando ad essere incontrollabile è la felicità: non c'è niente di più facile da controllare di una persona infelice, non c'è niente di più incontrollabile di una persona felice. Per questo, il mondo ci vuole infelici. Per questo si uccide.
Capita che si ammazzi per quel «piccolo nulla quotidiano che tante volte rischia di dominare nelle mie giornate» (J. Carron). Un piccolo (immenso) nulla che rovina la bellezza stessa del mondo: a rendere terribile il vivere su questa terra è che, volentieri, mettiamo l'identica passione nel cercare di essere felici e nell'impedire che gli altri lo siano. Ci impegniamo così tanto, lottiamo con tutte le nostre forze, ma non per il desiderio di possedere quella cosa, bensì per il fatto che gli altri non la possiedano. Invidiare la felicità altrui – senza cercare, prima, d'andare a vedere il sudore lasciato per strada per costruirsela – è guardare la vita attraverso un microscopio: quando, invece, l'amore ti permette di vederla da un telescopio. Il microscopio t'invita ad abbassare le aspettative, il telescopio a cercare di migliorare la realtà. Disturbava, a quel ragazzo-omicida, il brillìo negli occhi di quei due giovani innamorati: specchiandosi in quella lucentezza, avvertì, forse, la consapevolezza d'essere un fallito, di sentirsi tale. Eppure, incontrare qualcosa, qualcuno, in cui dentro brilla qualcos'altro, difficile persino da narrare, è stimolo a migliorarsi, quasi un augurio: “Fai attenzione, amico, perché è così che ci ha fregato la vita: eravamo addormentati quando lei ci ha messo dentro un suono, un'immagine, un odore, un amore che non se ne sono più andati via. Abbiamo accettato di svegliarci, non volevamo scoprirlo quand'era troppo tardi. Ecco perché ci vedi così felici”. L'attenzione come segreto e ingrediente primo della felicità: fare attenzione a ciò che accade, scrutare i particolari, esplorare il quotidiano, scandagliare la speranza. Per essere felici occorre, come minimo, un minimo d'interesse per la destinazione ultima della propria esistenza. Perché la felicità accada, è necessario che qualcuno la faccia accadere. Nulla è a caso.
Per essere felice un giorno basta una festa (o una mattanza), per essere felice due settimane è sufficiente un viaggio, per un anno basta avere la fortuna d'ereditare qualcosa. Per una vita, invece, occorre uno scopo degno, all'altezza delle proprie aspettative di felicità. Dipendesse da me, nella cella dove adesso farà transumanza quel giovane, farei trovare un bellissimo specchio. E sopra ci appenderei un post-it, con scritto: “È da questa faccia che dipende la felicità. O l'infelicità: non te la prendere con altri, allenati invece!” Perché, tutto sommato, la felicità è una piccola cosa. È la sua luce ad illuminare. Anche ad accecare.

don Marco Pozza
L'autore: don Marco Pozza

Marco Pozza (1979), parroco della parrocchia del carcere Due Palazzi di Padova, è uno «straccio di prete al quale Dio s'intestardisce ad accreditare simpatia, usando misericordia», come ama dire di se stesso.
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