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Wilderbeest

Il carcere, ch'è il sottoscala di una città, sta a dimostrazione che in tanti credono di essere dei lupi, ma non sopravviverebbero un giorno senza l'ausilio del branco, forse nemmeno un minuto senza il guinzaglio al quale stanno legati, vantando d'essere la gente più libera della terra. “Ricordate sempre questa conclusione – disse un giorno uno dei nostri ragazzi detenuti ad un gruppo di studenti -: più si abbaia in branco, più si scodinzola quando si è da soli". Un'ammissione di codardia da uno che, anni fa, aveva anticipato il gesto compiuto contro Willy Monteiro Duarte, ch'è quello di massacrare un ragazzo. Anche un grosso augurio di pronta guarigione, però, ad una civiltà a forte rischio di estinzione: “Fate sempre le vostre scelte fuori dal branco, per quanto potete. Solo così potrete, un giorno, chiamarle scelte”. È evidente, basta questo: chi ha una personalità lo trovi sempre fuori dal “branco”, quello spazio di bestialità dove tantissimi cervelli sono soliti darsi appuntamento per creare un unico, quasi invisibile, cervello. Eccoli gli uomini-branco: non più uomini ma omuncoli che sollevano la testa solo quando sono nel branco, al guinzaglio. Li incontriamo spesso nelle gattabuie delle galere, il giorno dopo che sono stati scaraventati dentro non dalle forze di Polizia ma dall'ignavia del loro stesso cuore: tutta gente che non appartiene più a se stessa, che ha perduto l'indipendenza, incapace di reggersi in piedi da sola. Quando parlano – quelli di loro che sanno farlo – producono solamente un brusìo di sottofondo: il silenzio dei solitari invece è musica al loro cospetto. Tutto (ri)torna: la violenza è semplicissima, le alternative alla violenza sono complesse. Il mostro – lo sa bene la fidanzata di uno degli accusati che da lui sta aspettando un bimbo – non dorme sotto il letto: può dormire accanto a te.
In quattro-maciste non hanno saputo reggere l'umanità di un mingherlino, quel Willy Monteiro che ha cercato di difendere un amico. “Se l'è cercata” dicono adesso in parecchi, ovviamente a bassa voce. Come se fermarsi a soccorrere un amico in difficoltà fosse un reato punibile con l'assassinio, come se il cercare di mettere pace tra contendenti fosse uno sgarbo inaccettabile per chi ha fatto dello sgarbo una regola di vita. È il brusìo del branco: prima un calcio in pieno petto a freddo che fa rimbalzare il giovane contro un'auto, poi una rasoiata di pugni sul volto. Poi, come se non bastasse, lo “asfaltano”: ci passano sopra, come si calpesta una cosa di poco conto. Umiliano una storia che per loro non è più storia: «A tutto si abitua quel vigliacco ch'è l'uomo» scrisse il romanziere russo Fedor Dostoevskji. Troppo codardi per far quello che sapevano essere giusto – il risolvere una questione con l'uso civile delle parole – e troppo codardi anche per evitare quello che sapevano, in partenza, essere codardia, l'autostrada per mandare al tappeto la loro anima, suicidando per sempre la loro giovinezza. A loro riguardo, adesso, piovono insulti come baionette. Ad un bambino, ancora in procinto di nascere, hanno già strappato via per sempre il nome e il cognome: si chiamerà “il figlio dell'assassino”. Ad una donna, in procinto di nascere madre, è stata già tolto l'affidamento della sua maternità: “La moglie del boia”, non più col suo nome la invocheranno. Eppure la responsabilità penale, ch'è tantissima, è personale, ed è giusto che rimanga tale: allargarla è dare supremazia al branco.
A marcire in galera: “Pena di morte!” è il grido degli osanna! in diretta. Che vengano in galera è il minimo sindacabile: che la galera sia la risposta al perchè della violenza è un'ingenuità altrettanto pericolosa del lasciare loro la possibilità di scodinzolare liberi tra le vie della Ciociarìa. Perchè nessuna galera sarà mai la risposta, nessuna sbarra di cemento potrà fare le veci di una domanda di fronte alla quale qualsiasi società ama scappare: perchè quattro ragazzi, venuti al mondo da un gesto d'amore, scelgono l'odio e la morte come risposta alla gratuità? Per il resto, siamo tutti d'accordo: che vengano, giustamente, in galera. Qui dentro, il più delle volte, non cambia assolutamente nulla. A volte si peggiora pure. Qualche minima volta, però, quello che fuori non si è riusciti a dire  e fare per pigrizia, orgoglio o viltà un giorno, come d'agguato, ti verrà a cercare. Ti troverà. E avrà gli occhi insopportabilmente fendenti della medesima vita che hai sottratto.

don Marco Pozza
L'autore: don Marco Pozza

Marco Pozza (1979), parroco della parrocchia del carcere Due Palazzi di Padova, è uno «straccio di prete al quale Dio s'intestardisce ad accreditare simpatia, usando misericordia», come ama dire di se stesso.
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