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La vocazione umana e cristiana tocca, in profondità, l’umanità della persona. Al contempo, coinvolge, totalmente, Dio e, in particolar modo, lo Spirito Santo: è compito di quest’ultimo suscitare e richiamare, in ciascuna persona (con le sue singolarità, la sua storia, le sue paure, le sue ferite, le sue mancanze, i suoi pregi, i suoi difetti, le sue aspirazioni, le sue ambizioni, le sue idiosincrasie, le sue antipatie, i suoi “spigoli”), la Parola di Dio, affinché ognuno possa realizzare, nella propria vita, il disegno immaginato, dall’eternità, su ogni uomo ed ogni donna che nasce sulla Terra.
L’Incarnazione di Cristo interroga la vita di ogni uomo, perché, se Dio si è fatto uomo, per me, e io ne sono consapevole, non posso non domandarmi come questo evento, che ha cambiato la Storia, possa e debba influenzare la mia vita (come ogni vita). L’intero agire morale umano (ma, in particolare, quello di ogni cristiano) si muove sulla linea di una risposta all’agire di Dio. Quando questa risposta corrisponde ad una vocazione sacerdotale, questa risposta incontra, in modo quotidiano, il mistero di Dio.
Sono le mani del sacerdote che prendono in mano dei semplici dischetti d’acqua e farina e,d un calice ricolmo d’acqua mescolata a vino e, dopo aver pronunciato con la propria voce le parole di Cristo, rendono presente il Figlio di Dio sui nostri altari. È attraverso la sua persona, il suo ascolto, la sua riflessione, illuminata dallo Spirito Santo, che il sacerdote, per i meriti della Croce di Cristo, può offrire il perdono del Padre, che ci attende a braccia aperte. È il sacerdote che ci accoglie nel mondo e nella comunità cristiana, con il sacramento del Battesimo. È il sacerdote che benedice la nostra salma, quando arriva il momento di lasciare questo mondo, nella speranza di poter correre incontro a Cristo Risorto. Non è forse questo che è mancato a tutti noi, allontanati dalla divina liturgia, resa in forma pubblica? Immagino che, forse, anche ai nostri sacerdoti possa essere mancato tutto ciò.
Durante la sua intera vita, nel suo quotidiano, ogni sacerdote incrocia vita e morte, la sacralità dei misteri divini e la sporcizia del peccato e del Male, l’odio più feroce e l’amore più tenace. Vive tra le persone, per portarle a Cristo; vive di Cristo e per Cristo, per ricevere da Cristo il tesoro più prezioso, in modo tale che la sua povertà di essere umano non lo faccia mai agire per se stesso o procedere a mani vuote. Impossibile non pensare lo stretto legame tra Eucaristia e sacerdozio, essendo il presbitero chiamato a custodia del tesoro più prezioso della Chiesa: Cristo stesso, presente nel tabernacolo dell’altare.

Se ciò è vero per ogni sacerdote, non possiamo dimenticare che ogni sacerdote è diverso, perché la sequela è chiesta – sempre – a quella persona lì. Perché Dio non spara nel mucchio, né sceglie a caso chi vuole lo scelga; tuttavia, non è neanche possibile affermare che scelga i migliori. Sappiamo bene che non è così. Ce lo dicono i santi che, nonostante la loro santità, non hanno dismesso i loro panni d’uomini, le loro stranezze, le loro difficoltà, i propri difetti: tutto ciò che, paradossalmente e persino contro la loro stessa volontà (oltre a quella di Dio), ha potuto “tenere distante” qualcuno. Perché è inevitabile: come disse Gilles Villeneuve, “non si può piacere tutti”. È una verità dell’uomo, perfino del santo.
«Mi ami tu?» domanda Gesù a Pietro, dopo la propria resurrezione, quindi a bocce ferme. Pietro è rattristato, addolorato. Gli sembrava di averGli già detto di volerGli bene. Forse non si è dimostrato credibile? Ecco che il pensiero torna a quelle ore tremende, intensissime della Passione, che hanno rimesso in discussione tutto e tutti, dal primo all’ultimo degli apostoli. La confusione ha regnato sovrana, tanti sono scappati, qualcuno ha tradito, tutti sono rimasti a corto di parole, persino lui, Pietro, l’impulsivo, il tenace pescatore di Galilea lo aveva rinnegato. E non davanti alla minaccia di una spada, di fronte al sinedrio, per bocca di soldato. No: ha fatto ben di peggio. Si è vergognato di testimoniare Cristo di fronte ad una semplice serva. Pietro capisce l’antifona, ma non si affida più a se stesso, perché risponde: «Sì, Signore, tu lo sai». Cristo perdona, ma non dimentica. Meglio: sa che, nella memoria del male, risiede la nostra possibilità di riscatto. È a noi che serve il ricordo. E, memore del triplice rinnegamento, Pietro è chiamato a confermare per tre volte l’amore.
«Se voglio che egli rimanga finché io venga, a te che importa? Tu seguimi» (Gv 21,22): è una delle ultime parole di Cristo che troviamo nell’ultimo capitolo del vangelo di Giovanni. È una chiosa che evidenzia l’incontro di due libertà. Quella di Dio e quella dell’uomo. È una scelta libera e personale, individuale, non influenzata da alcun agente esterno. Come un innamorato, se a Dio potessi chiedere, cosa ti piace di me, direbbe: “Tutto”. Quindi, non ci chiede di lavorare sui nostri difetti? No, ce lo chiede: in quello risiede la nostra parte e la nostra risposta. Dio, però, ci chiede tutto, proprio perché non elimina, a priori nulla di noi. Anzi: è nelle nostre peculiarità che cerca di venirci incontro per mostrare qualcosa di sé. Basti pensare al Vangelo: nelle parabole, Gesù parla di campi ed eccelli, di piante, di animali domestici e selvatici, di pastorizia coi pastori e di pesca coi pescatori. Indossa i nostri panni, per renderci pronti ad indossare i suoi.
Nella vocazione entrano in gioco l’amore, ma anche - soprattutto! - la libertà, di Dio e dell’uomo.
Così, se ogni sacerdote è chiamato a conformarsi a Cristo, sacerdote eterno, è però chiamata a farlo con il proprio carisma, con le proprie qualità e nonostante i propri difetti. Tutto è richiamato in Cristo, affinché, come direbbe san Paolo, anche nella debolezza e fragilità dell’essere umano, possa manifestarsi la potenza di Dio. Forse, proprio qui nasce il sollievo del sacerdote, quando rischia di vacillare, come preso da vertigini, di fronte all’immensità del mistero che si ritrova: è Dio che agisce in lui e nonostante lui. Perché, nonostante gli innumerevoli pregi, una volta chiusa la porta, nel silenzio della propria coscienza, ciascun ministro è pienamente consapevole di tutte le mancanze ed i propri tradimenti, come Pietro di fronte a Cristo, nell’ultimo capitolo del Vangelo di Giovanni.

 

Dopo 16 anni, tante cose sono senz’altro cambiate, da quel 6 giugno 2004. Anche se la città è la stessa, le esperienze che hai affrontate in questi anni non possono che avere lasciato un segno: lo studio della teologia e la realtà accademica, nella metropoli di Roma, la terra d’Africa, con il suo sole accecante e la realtà umana che ti colpisce allo stomaco; la terra Santa con i suoi solori, profumi, sapori; il giornalismo e le possibilità di profondità riesce a regalarti; il ventre del pesce in cui sei entrato, come Giona, accettando di uscirne, ogni volta, mutato. Le prime rughe solcano il tuo volto e qualche capello fa capolino, segni visivi che il tempo non passa mai, senza lasciare traccia di sé; memoria, al contempo che, se questo accade al corpo, innumerevoli devono essere i solchi che produce nell’animo, come cerchi su un tronco d’albero, che forte all’esterno nei confronti delle intemperie, quando le radici sono salde, non può evitare di pagare pegno al tempo, accumulando solchi interni che sono specchio del suo ispessimento e accrescimento.
Il tuo carattere (forte e fragile assieme, caparbio e tenace, riservato e feroce, denso come catrame, instancabile nella ricerca, insistente nel domandare, assiduo nello studio e nella preghiera, quando, spente le telecamere che ti puntano la luce addosso, rimangono a farti compagnia solo il silenzio ed i tuoi affetti più cari) ti ha riservato gioie e dolori, profonde amicizie, qualche dissapore, una manciata d’incomprensione e – talvolta – persino quegli eccessi d’entusiasmo, che, in qualche caso, si rivelano più un problema che un sostegno reale.

Se l’emozione lascia ormai spazio all’abitudine, il mio augurio, per te, è che lo stupore non ceda mai il passo alla stanchezza, affinché, ogni nuovo giorno, lo spalancarsi dei tuoi occhi sul mistero di Dio possa essere squarcio nel quotidiano dell’irrompere della vita di Dio nel cuore di ogni uomo.

Maddalena Negri
L'autore: Maddalena Negri

Classe 1986, orgogliosamente nata sotto il sole del 13 agosto. Ama scrivere e vi si cimenta, con alterna fortuna, dall’età di otto anni. Privilegia, inizialmente, racconti e scopre la poesia solo più tardi, a 14 anni.
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