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blue monday tristezza

(Meditazione della figlia di un padre condannato alle pena dell’ergastolo)

Lo seguiva una gran folla di popolo e di donne che si battevano il petto e facevano lamenti su di lui. Ma Gesù, voltandosi verso le donne, disse: «Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli. Ecco, verranno giorni nei quali si dirà: Beate le sterili e i grembi che non hanno generato e le mammelle che non hanno allattato. Allora cominceranno a dire ai monti: Cadete su di noi! e ai colli: Copriteci! (Lc 23,27-31)

Quante volte, come figlia di una persona detenuta, mi sono sentita rivolgere una domanda: “Lei è affezionata al papà: pensa mai al dolore che suo padre ha causato alle vittime?” In tutti questi anni non mi sono mai sottratta alla risposta: “Certo, mi è impossibile non pensarci” dico. Poi faccio anch’io loro una domanda: “Avete mai pensato che di tutte le vittime delle azioni di mio padre io sono stata la prima? Da ventotto anni sto scontando la pena di crescere senza padre”. Per tutti questi anni ho vissuto di rabbia, inquietudine, malinconia: la sua mancanza è sempre più pesante da sopportare. Ho attraversato l’Italia da Sud a Nord per stargli accanto: conosco le città non per i loro monumenti ma per le carceri che ho visitato. Mi sembra di essere come Telemaco quando va alla ricerca di suo padre Ulisse: il mio è un Giro d’Italia di carceri e di affetti.
Anni fa ho perduto l’amore perché sono la figlia di un uomo detenuto, mia madre è caduta vittima della depressione, la famiglia è crollata. Sono rimasta io, con il mio piccolo stipendio, a reggere il peso di questa storia a brandelli. La vita mi ha costretto a diventare donna senza lasciarmi il tempo d’essere bambina. A casa nostra è tutta una via-crucis: papà è uno di quelli condannati all’ergastolo. Il giorno che mi sono sposata, sognavo di averlo accanto a me: anche allora mi ha pensata da centinaia di chilometri di distanza. “È la vita!” mi ripeto per farmi coraggio. È vero: ci sono genitori che, per amore, imparano ad aspettare che i figli maturino. A me, per amore, capita di aspettare il ritorno di papà.
Per quelli come noi la speranza è un obbligo.

Signore Gesù, il rimprovero alle donne di Gerusalemme lo sentiamo come un monito per ciascuno di noi, che c’invita alla conversione, passando da una religione sentimentalista a una fede radicata nella tua Parola. Preghiamo per quanti sono costretti a sopportare il peso della vergogna, la sofferenza dell’abbandono, il vuoto di una presenza. E per ciascuno di noi affinché non si permetta che le colpe dei padri ricadano sui figli.

Preghiamo

O Dio, Padre di ogni bontà, che non abbandoni i tuoi figli nelle prove della vita, donaci la grazia di poter riposare nel tuo amore e di godere sempre della consolazione della tua presenza. Per Cristo nostro Signore (Amen)


(testo raccolto da M. Pozza e T. Mario, photo@CortianaFoto)

don Marco Pozza
L'autore: don Marco Pozza

Marco Pozza (1979), parroco della parrocchia del carcere Due Palazzi di Padova, è uno «straccio di prete al quale Dio s'intestardisce ad accreditare simpatia, usando misericordia», come ama dire di se stesso.
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