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pieve
Adesioni entusiaste e rifiuti ciclopici, ironie di massa e conversioni sincere: «Questi uomini non son ubriachi come voi sospettate, essendo appena le nove del mattino – disse Pietro alla folla – Questo Gesù Dio l'ha risuscitato e noi tutti ne siamo testimoni» (At 2,15.32). Ch'era come dire: “Guardate che non ci siamo inventati noi la Chiesa. Non saremmo mai riusciti a lasciare tutto se quell'Uomo non si fosse mostrato d'una affidabilità irrazionale”. Fu fatto lavoro di saldatura: saldarono la Chiesa a Gesù in maniera tale che la Chiesa non possa fare nulla senza Gesù ma, cosa che appare ancor più sbalorditiva, che Gesù non esercitò nessun potere senza un gruppo di discepoli attorno. Avesse voluto, nel tempo, lasciar libero il suo messaggio, l'avrebbe affidato ad un testo scritto. Invece fece l'esatto contrario: l'affidò alla fragilità della testimonianza dei discepoli che, nei secoli, ne hanno generati altri. L'opposto sarebbe parlare di Gesù come si parla di Carlo Magno, di Napoleone o di Annibale: dei grandi. Del passato, però.
La pandemia ha obbligato i cristiani al digiuno dell'Eucaristia: senza chiese aperte, nessun sacramento è stato possibile. Tutte le lamentele son state lecite, salvifiche: “Ci è proibito accostarci persino ai sacramenti!” ha urlato la gente nei ritrovi virtuali. Dunque non è vero quello che dicevano in tanti: “Cristo sì ma la Chiesa proprio no”. Fosse vero, perchè lamentarsi delle chiese chiuse se basta Cristo dentro sè? Perchè lamentarsi d'essere impossibilitati alla Riconciliazione se: “Io vado nel bosco e chiedo scusa direttamente a Dio. Perchè devo andare da un prete ch'è più peccatore di me?” Perchè lamentarsi della mancanza delle esequie liturgiche se, tanto, la vita eterna è tutta un'invenzione dei preti? Non è stata affatto inutile questa Quaresima vissuta così: come nell'anticamera di una sala operatoria in un battibaleno ci appare chiara tutta la vita davanti, così nel tempo della pandemia ci è parso evidente che, per quanto riguarda la Chiesa e Dio, non siamo quello che diciamo. Ci è mancata la Chiesa con la sua liturgia, la comunità che (ri)nasce attorno ai sacramenti, quel ritrovarci la domenica nella piazzetta per poi entrare in chiesa coi vestiti dei giorni di festa e uscire con vesti domenicali. Eppure, a tornare indietro col tempo, sembra oggi quando si diceva: “Sono un credente ma non sono un praticante” (ovviamente per colpa di questo Papa, ndr). Nutro, da sempre, dei seri dubbi di logicità in quest'affermazione. Semplificata dalla grammatica sportiva, sarebbe come dire: “Mi alleno per tutta la settimana, ma poi la domenica decido io di non giocare”. Sono due le cose: o sei uno che non riesce mai ad entrare in forma per riuscire a competere, oppure sei uno di quelli che ha un'intera vita da perdere. In ambo i casi, nessuno, di te, potrà dire un giorno che sei stato un fuoriclasse. Pare così ovvio d'essere vero.
Nessuno nega l'evidenza: “Certe volte la Chiesa non è proprio granchè come testimonianza”. Purtroppo è una donna che s'indebita con i gesti, con le omissioni, con tutte le cose brutte che Papà le ha detto di non fare. A salvarla, però, è quel capitale di Grazia che Dio le ha assicurato: la sua Presenza. E che, attraverso di lei, vuol fare arrivare al più discolo dei suoi figlioli. C'è un'immagine bellissima di uno scrittore, George Marshall, che mi torna alla memoria quando osservo la mia Chiesa: «E' un vecchio galeone – scrive - che nello spostarsi da un secolo all'altro scricchiola: la ruggine e i tarli sono degli uomini, però, non di Dio». Una volta ancora è Dio a fare la grande differenza, il Dio che si annuncia meglio quando tutto attorno è buio pesto. “E' la notte della Chiesa, chissà come si riprenderà, se si riprenderà”, avrà pensato qualcuno. Si riprenderà, certo. Me l'hanno assicurato anche le lucciole che, durante l'estate, mi sono divertito ad osservare nei loro notturni: anche la Chiesa ha bisogno di un po' di tenebre per risplendere. Di un po' di assenza forzata per far apprezzare la sua presenza.

don Marco Pozza
L'autore: don Marco Pozza

Marco Pozza (1979), parroco della parrocchia del carcere Due Palazzi di Padova, è uno «straccio di prete al quale Dio s'intestardisce ad accreditare simpatia, usando misericordia», come ama dire di se stesso.
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