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Tenendoli in mano, il Papa ha utilizzato come voce gli occhi: «Sembra che parlino!» Quella scultura gliel'ha donata Michele, uno di quelli che l'inferno l'ha pagato dodici anni di gattabuia: è a nome di tutti i Giuda della storia. Le unghie sbriciolate, le punte delle dita scheggiate, sovrapposti come auto nell'attimo di un incidente. Assomigliano al disco di un camion che la Polizia controlla: sono segnate le strade percorse, hanno polvere addosso, narrano di sentieri al limite della percorribilità. Sono piedi impresentabili, antiestetici. Puzzano disgustano: sono vomitevoli. Toccarli è come mordersi: le unghie appuntite, segate. Il fatto è che il piede, certe volte, sa dirti la vita meglio di un racconto: “L'hai scritto con i piedi questo tema?” sgrida la maestra a mò di svalutazione. Scriverlo coi piedi, invece, è essere certi di non mentire: le strade sono state quelle, piaccia o non piaccia. Prima di giudicare un piede occorrerebbe frequentare le sue dita: «La tartaruga batte Achille perchè conosce la strada» (M. Enwall). E' una legge dei piedi: dovunque andrai, lì sarai. «In nome della legge ti condanno a morte».
Sono I piedi di Giuda: sono stati scolpiti in un blocco di legno di cirmolo, la scultura è opera di un discendente di Giuda, uomo carcerato. Le sculture, però, sono come le poesie: non appartengono a chi le scrive, sono materiale di chi le sente proprie. Anche la scultura, scolpita, s'allontana dal padre che l'ha liberata dal legno: si fa adottare dall'animo di chi la scruta. E, scrutandola, si rispecchia. All'alba del Mercoledì Santo il Papa ha dipinto un'omelia su Giuda: l'uomo bastardo, l'amico ingrato, l'infame nell'intera truppa. “Porcogiuda” diciamo a mò di bestemmia: abbiamo detto tutto. Di lui: ch'è bastardo. Di noi: che siamo gente senza misericordia. Invece l'unico che, di Giuda, potrebbe dire qualcosa, tace. Si inginocchia: «Cominciò a lavare i piedi dei discepoli» (Gv 13,5). I piedi di Giuda provengono dalla chiamata di Cristo come da un paese: “Vieni e seguimi, Giuda! Lascio tutto subito e ti seguo, Rabbì!” Iniziò così l'avventura di loro due. Quei piedi, tre anni dopo, batteranno strade a vicolo-cieco: diventeranno gonfi, pallidi, sformati. Diventeranno i piedi di un suicida: “Importa qualcosa? Io te li lavo, rimarrai amico mio in eterno” è l'estro del Dio-lavandaio. I piedi, quei piedi, d'allora rimarranno la condanna di chi è rimasto in vita, non di chi è andato a suicidarsi: o si laveranno, o non si apparterrà alla razza di Cristo. Tutto chiaro.
Quel pezzo di cirmolo l'hanno visto in tanti. Accorgersi che dentro c'erano due piedi, è stata l'ispirazione di un Giuda contemporaneo: lo scultore è una persona detenuta nella galera di Padova. Le sue mani sono sanguinose, i piedi hanno sbagliato strada nella vita, le unghie sono sfatte per le troppe carognate contro cui s'è intestardito a spingersi. “Bastardo!” è il saluto che gli tributa chi lo vuole conoscere leggendo i faldoni nei tribunali. «Ho sentito il Papa parlare di Giuda l'altra mattina in televisione» confessa. La mattina della Via Crucis, quella scultura è stata regalata al Papa come riconoscenza della nostra comunità per la grazia-ricevuta: d'essere stati scelti come compagni nella via della croce, in una piazza spettrale come le patrie-galere. «Sono i piedi di Giuda: sono per te, da tutti noi» gli ha detto Michele mentre, agitato, glieli consegnava. Il Papa, guardandoli, ascoltava la voce di quei passi: non erano passi acuti come tacchi di donna, non c'era il rumore del mocassino maschile. Erano i passi morbidi dei piedi scalzi, senza più scarpe. E' stata una Via-Crucis scritta coi piedi: di Giuda.

(da Il Fatto quotidiano, 14 aprile 2020)

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(Michele consegna al Papa la scultura realizzata nell'ambito del progetto ScolpiAmo attivo nella CR di Padova)

don Marco Pozza
L'autore: don Marco Pozza

Marco Pozza (1979), parroco della parrocchia del carcere Due Palazzi di Padova, è uno «straccio di prete al quale Dio s'intestardisce ad accreditare simpatia, usando misericordia», come ama dire di se stesso.
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