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la legge
"Aggiustare" è un termine che piace a pochi: troppo laborioso, lento. Meglio un tutto-nuovo, da scartare in fretta. Dentro il carcere, invece, “aggiustare” è la missione: “Qui si riparano uomini rotti” potrebbe essere la scritta da appendere fuori dagli istituti di pena. Come, in altre officine, s'annuncia una nuova vita per una macchina rotta, una sedia sfasciata, una veste sfilata. Chi abita la galera ne è convinto: “Se mi cercassi mi troveresti lì, nel mucchio delle cose rotte che pochi hanno voglia d'aggiustare”. E' vero anche il contrario: non puoi aggiustare quello che vuol rimanere rotto. Nella Casa di Reclusione di Padova, in piena emergenza, si è scelto di fare come “i giapponesi”: quando riparano un oggetto rotto, esaltano le crepe, riempiendole d'oro. Sono convinti, loro, che quando qualcuno ha subito una ferita ma ha mantenuto salva la storia, diventa ancora più bello e prezioso.
Da prete vivo la stagione del Covid-19 in galera: come le vacche d'estate fanno l'alpeggio per scansare il caldo, sopravvivo alla furia del virus assieme a gente che, in altri tempi, è considerata un virus per la città. Sono i giorni in cui mi accorgo, osservando come la comunità del carcere gestisce una doppia emergenza, dell'alta lezione civica della quale è capace. Ci sono stagioni nelle quali la vita in carcere sembra una partitella di “guardie e ladri”, “tutti contro tutti”, “Chi vuol essere il migliore”: sono i tempi più bui da tingere, l'uomo detenuto diviene trofeo da esibire, la carità si perde nel vanto d'averla fatta. Certe volte, capita, si butti a terra l'uomo per fargli pagare il prezzo del soccorso. E' nell'emergenza, però, che una comunità si mostra per quello che è: un insieme di uomini che, per non soccombere, si prendono per mano e tentano di stare in piedi sulle onde. In questi giorni – privati, giocoforza, del volontariato - contemplare questo mondo all'opera è una lezione di navigazione su mari esagitati. Il direttore, come un sindaco di paese, dalla mattina alla sera staziona sul fronte: c'è uno scudo protettivo da creare attorno, tensioni da governare, paure da rincuorare, buon-senso da mostrare. Certi pomeriggi pare d'assistere ad un consiglio comunale, composto di maggioranza e opposizione: regole da ribadire e fabbisogni ai quali rispondere, ordinanze da rispettare e magistrati da interpellare, divieti da ribadire e urgenze cui rispondere. Più che la recita di un monologo, è il dialogo a entrare in scena.
Gli uomini e le donne della Polizia Penitenziaria, poi, sono gli esploratori di quest'inferno sommerso: li vedo compatti in questi giorni, professionali all'osso, popolati da tensioni ed emotività. Dal loro esempio, più che l'aggiustare capisco il prevenire: ci sono persone che si possono aggiustare prima che si rompano. E' il fiuto di chi è allenato a riconoscere tempi e modalità. Avvicinare l'uomo nel pieno della rabbia è un azzardo prima che una missione. Li guardo all'opera e intuisco quanto sia fortunato l'uomo ad incontrare un uomo nel momento in cui per società non è quasi più un uomo. Altrove, nelle carceri, le rivolte hanno messo sotto-sopra tutto: qui, se si sono scansate, non è stato per un destino fortuito, ma per un intelligente anticipo di collaborazione quando Covid-19 pareva l'ultimo carro di carnevale. “Di che cosa si lamentano, allora, se funziona così?” obietterà qualcuno. Non va tutto bene: la mancanza del volontariato è cocente, la scuola è un'assenza che intristisce, il via-vai di bontà è stato arrestato fuori. I pasticceri hanno voglia di tornare ad impastare, i redattori a scrivere, gli artisti ad operare: i fedeli a pregare. Non “va tutto bene” niente. E' che i poveri sanno riconoscere che, al tempo delle vacche magre, anche l'istituzione sa offrire quel po' di latte ch'è capace di mungere pur senza avere grandi allevamenti a disposizione. Qui #andràtuttobene è un'offesa all'intelligenza: non andrà tutto bene niente se, ciascuno, non ci mette del suo. Il virus, qui da noi, batte addirittura la giustizia più giusta: è uguale per tutti. Tutti uguali.

(da Il Mattino di Padova, 5 aprile 2020)

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(Briefing mattutino tra il Direttore, il Comandante e la Vice-Comandante)

don Marco Pozza
L'autore: don Marco Pozza

Marco Pozza (1979), parroco della parrocchia del carcere Due Palazzi di Padova, è uno «straccio di prete al quale Dio s'intestardisce ad accreditare simpatia, usando misericordia», come ama dire di se stesso.
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