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C’è una parola che percorre le tre letture ambrosiane, dalla prima all’ultima. Padre. Nella prima lettura, l’accento è posto sulla discendenza. La paternità è vista in relazione ad un’eredità umana, tramite gente di tutte le lingue e le nazioni. Nella seconda lettura, la paternità è nella fede, nella figura di Abramo: «Ti ho costituito padre di molti popoli». Quasi un paradosso, per uno che attese il figlio fino in tarda età, quando ormai, in una persona sana di mente, la speranza avrebbe dovuto lasciare il posto alla rassegnazione. E invece no. Arrivò Isacco. Sorriso di Dio. Perché Dio sorride, di fronte ai nostri progetti, ai nostri programmi, ai nostri farò. Perché, spesso, ha in serbo tutt’altro per noi. Progetti oltre le nostre aspettative, oltre i nostri limiti, al di là della nostra comprensione. Padre di molti popoli sarà colui che fece fatica ad avere figli, a dispetto di chi, tronfio d’una numerosa prole come d’un proprio merito personale (e non d’un dono di cui esser grati), si accontenta di quella. Incapace di guardare oltre i legami di sangue e della Legge. A leggere la Bibbia, viene quasi da pensare che, da sempre, Dio ci prenda gusto a sparigliare le carte, ad invitare ad un pensiero differente rispetto a quello conformista. La fede, che richiede ad Abramo e per la quale diventerà “padre di molti popoli”, è quella che gli richiede di fare dei passi che si allontanino dal solco di un conformismo che acquieta la coscienza. Non sono passi facili, tanto è vero che proverà a fare di testa propria, secondo l’uso del tempo, avendo un figlio con la propria serva, Ismaele. Inutile dire che fare da sé, contrastando le richieste di Dio, come spesso accade, si rivelerà fallimentare. È però un fallimento istruttivo, perché ci aiuta a capire come non sia sempre facile non solo comprendere la volontà di Dio sulla nostra vita, ma, soprattutto, aderirvi con generosa dedizione e fiducioso abbandono.

Il Vangelo ci mostra, invece, il dramma di un padre con un figlio malato. Sappiamo bene come il dolore, quello innocente, soprattutto, metta spesso in crisi la nostra fede. Perché il dolore, perché la sofferenza. Non è mai facile associare la sofferenza innocente a quella del Cristo in croce, come suggerisce san Paolo. Ciascun padre vorrebbe sempre il meglio per il proprio figlio. Quanto meno, desidererebbe evitargli, ove possibile, ogni sofferenza. Per questo motivo, pur non trovando, nel brano evangelico, alcun riferimento all’età del figlio, comprendiamo pienamente il dramma, lo scoramento, la dolce insistenza, la preoccupazione di un padre che si trova ad affrontare la sofferenza di un figlio. Di fronte a una simile situazione, ciascun padre è disposto a qualunque cosa: ad esporsi al pubblico ludibrio, ad abbandonare il naturale pudore che si ha nei confronti della malattia, a ricevere un rifiuto. A fronte della semplice possibilità di migliorare la condizione di un figlio, nessun padre è disponibile a lasciare una soluzione, per quanto incerta possa essere, intentata. Gesù, tornato a Cana, dopo il suo primo miracolo, sembra quasi infastidito da questa ricerca di segni. Vorrebbe una fede più profonda in Lui: senza tornaconti personali, senza bisogno di ricevere nulla in cambio. Eppure, il miracolo, avviene, pur se richiede un surplus di fiducia. Avviene a distanza: è un servo a confermare l’avvenimento, mentre, ormai, si è già allontanato da Gesù. Quel padre ricostruisce allora l’accaduto e comprende che la guarigione è avvenuta proprio tramite la parola. Che, essendo il vangelo di Giovanni, non è un riferimento casuale. La parola di Cristo è Parola: ha potere creativo e ri-creativo. Gesù, Dio come il Padre, può sanare la creazione e farla nuova, perché è la Parola Incarnata, che può salvare l’umanità. A Cana, abbiamo dunque due miracoli. Il primo, nella gioia. Il secondo, nel dolore. Conferma che Dio è con noi, sempre: ci è accanto nella gioia, come nel dolore, non ci abbandona neppure quando noi ci sentiamo inadeguati, incapaci, abbandonati da tutti. «Io sarò con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 19). Lo ha promesso, lo mantiene.

Rif: letture festive ambrosiane, nella V Domenica dopo l’Epifania

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Maddalena Negri
L'autore: Maddalena Negri

Classe 1986, orgogliosamente nata sotto il sole del 13 agosto. Ama scrivere e vi si cimenta, con alterna fortuna, dall’età di otto anni. Privilegia, inizialmente, racconti e scopre la poesia solo più tardi, a 14 anni.
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