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HarryMeghan
La storia del mondo è la storia di pochi privilegiati. Sarà per questo, forse, che la notizia ha prodotto l'effetto di una detonazione: Harry e Meghan, duchi di Sussex, vogliono ritornarsene in Canada, dimettendosi così dalla Casa Reale britannica. La motivazione è semplice: l'insofferenza alle formalità è divenuta insopportabile. Meghan Markle, con il suo stile impareggiabile, è convinta che per “esistere” basti una ricchezza smisurata, anche al prezzo della libertà. Per chi, invece che esistere, vorrà tentare di “vivere” dovrà rischiare in tutti i modi, costi quel che costi, per riprendersi tutta la sua libertà. Un gesto, quello dei duchi, che è una prima-volta difficile da gestire anche per la regina Elisabetta, abituata a sfidare pure il tempo, che scorre inesorabile per tutti eccetto lei. “Sono pazzi a rinunciare a tutte quelle comodità!” pensa qualcuno. Altri, più malfidenti, dicono ch'è facile andarsene avendo già il patrimonio in banca e in tasca. In casi come questi il bello e il brutto è che tutti possono dire tutto e anche il suo contrario. Il fatto, però, è sotto gli occhi di tutti: dietro ogni privilegio c'è un pegno da pagare.
Quando il pegno va a scapito della libertà, qualcuno scende dalla reggia e torna bambino. Quando la libertà messa a repentaglio, poi, è quella collettiva, allora anche un Papa, come Francesco, scende dal palazzo e torna a vivere il più vicino possibile alla strada. “Pro e contro di essere nati in quella famiglia, se ne facciano una ragione. Hanno anche degli obblighi oltre ai privilegi” ha scritto qualcuno. Tra mille obblighi, infatti, se ne sono andati per l'obbligo più grande: il dovere della felicità, anche a scapito dell'onore da mantenere a casa. Il principe in causa, per natura, è recalcitrante: lo sono un po' tutti i fuoriclasse genetici. Il Papa, ch'è un fuoriclasse, non si discosta. La discriminante è chiedersi per che cosa recalcitrano: per appartenere ad una storia oppure per essere stufi di una modalità di presentare la storia della quale sono figli? La differenza è totale: chi tradisce la propria storia è un disertore, chi è stanco del modo di presentare la propria storia più che infedele è innamorato. Cambiare non significa gettare alle ortiche il passato, ma averlo così a cuore da essere capaci di rischiare forme nuove perchè quel passato ritrovi l'entusiasmo per durare e farsi apprezzare nel futuro. L'alternativa sono vite tristi in regge tristi, vaticani tristi, chiese tristi.
La verità ama i tempi lunghi per manifestarsi: il problema dei privilegi è che troppo spesso li si confonde con i diritti. Solo il tempo dirà se Harry e Meghan stanno facendo la scelta giusta. E' lo stesso tempo che, dategli tempo, mostrerà la verità della profezia e dei gesti di Francesco. Qualcuno le chiama “rivoluzioni” queste scelte personali che, com'è ovvio che sia, coinvolgono anche l'istituzione alla quale appartengono. La rivoluzione, però, non ha mai soppresso i privilegi: ha chiaramente cambiato i privilegiati. “Basta con i privilegi!” diciamo tutti: siamo tutti a favore dell'abolizione dei privilegi, finchè non aboliscono i nostri. Senza accorgerci come sia più facile rinunciare ai diritti che ai propri privilegi. Poi, una mattina, qualcuno rivendica il diritto a vivere-normale a scapito del privilegio di esistere-comodo e il mondo intero sobbalza: “Vabbè, sono una minoranza!”
Certe volte , comunque, essere in minoranza è il privilegio più grande.

(da Il Mattino di Padova Il Sussidiario 12 gennaio 2020)

don Marco Pozza
L'autore: don Marco Pozza

Marco Pozza (1979), parroco della parrocchia del carcere Due Palazzi di Padova, è uno «straccio di prete al quale Dio s'intestardisce ad accreditare simpatia, usando misericordia», come ama dire di se stesso.
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