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Ti ho osservato da vicino per quarant'anni. Così vicino da farti diventare la mia gioia più grande, nonostante tu sia rimasto quell'enigma indecifrabile che eri il primo giorno che sei apparso al mondo. “Potevo anche non esserci, lo sai?”, mi rinfacci spesso. Tanti bambini non sono mai nati, hai ragione: sarebbe bastato a quei due giovanotti, quell'impiegata ligia al dovere che sposò quel genio della meccanica, studiare bene come funziona il ciclo mestruale di una donna, appuntarsi il tuo nome in fondo alla lista dei loro desideri più cari, farsi sopraffare dall'angoscia di un'esistenza ancora tutta da scrivere. Vedi: sarebbe bastato poco più di nulla e stanotte non saremmo qui, sotto le coperte, a confidarci cose bellissime. È il bello d'esser nati. “Ricordi quando dicevo: da grande farò il marinaio?” Quanto ridere! Ma se hai persino paura di nuotare, come pensavi di poter governare una nave piena zeppa di anime-in-navigazione? “E' vero. Ma, secondo te, non ho proprio nulla del marinaio che sognavo di diventare?” Sei un maledetto della peggiore specie: quando mi guardi così, mi fai andar via di testa. Hai uno sguardo da marinaio, certo che sì: dovunque guardi, tu scopri un'immensità d'andare a perlustrare. Sei tutto tuo padre.
La tua vita osservata da fuori? È stupita, stolta, stonata, strana, stupenda. Sei imprevedibile ogni volta che alzi lo sguardo. Oppure che lo abbassi: adesso, quando ti chiudi, ho imparato a non disturbarti. Un giorno mi hai detto che con gli occhi chiusi ci vedi meglio: sei proprio stravagante, bambino mio. Però – non montarti la testa, ti supplico – temo tu abbia ragione a vivere così, ad occhi chiusi: in tanti si ostinano a cercare la vita fuori, tu hai sempre creduto che era dentro di te. “Da bambino mi piaceva un sacco andare a raccogliere i fiori selvatici: quelli spinosi, pungenti, isolati. Ti ricordi?” Da quanto ti piacevano, dunque, sei diventato esattamente come loro: non fosse così divertente, la tua vita sarebbe tragica! Tu, invece, sai che, passeggiando per il pianeta terra, tanti sono convinti che tu sia strano? Esiste una grossa letteratura sulla stramberia del bambino che sei. “E tu che mi conosci bene, cosa rispondi loro?” Io faccio le orecchie da mercante, faccio finta di essere scemo, però dentro di me penso che non sei tu ad essere strano, è che quelli che dicono queste cose sono tutti-uguali. Così, ascoltandoli, finisco per innamorarmi ancora più follemente di te, nonostante certe sere mi venga voglia di riempirti di botte anziché di baci: “Dev'essere strano vivere con me, ti capisco: certe sere è strano pure per me”. Immagino: ogni genio è un bambino che cerca di diventare sempre più il  bambino che è stato un tempo. “Non ti pare curioso che, quaggiù, tutti vogliano diventare qualcuno, tranne se stessi?” Dicendomi queste cose, mi fai ricordare quando, ad un camposcuola, guardammo Alice nel paese delle meraviglie. Terminato il film ci dissero di scrivere su un foglio la frase preferita e tu scrivesti quella che piaceva anche a me: «Alice: “Secondo te sono diventata matta?” Charles: “Ho paura di si. Sei matta, svitata. Hai perso la zucca. Ma ti rivelo un segreto: tutti i migliori sono matti». Evviva i matti, allora!
Li accetti, almeno oggi, gli auguri di buon compleanno? “Si, ma solo ad un patto”. Sei il solito commerciante di quella mattina all'asilo: qual è la condizione? “Che accetti i miei!” Accetto: però inizio io, sono arrivato primo nel gioco della memoria. “Tantissimi auguri, bambino-mio. Rimani sempre così: matto, stupito, imprevedibile, strafottente, delicato”. Vai, tocca a te adesso: “Buon compleanno, identico-bambino. Non te l'ho mai detto ma mi sono accorto che, in quarant'anni, mai un giorno ti sei vergognato di dire che tu sei me. Che siamo la stessa persona: io ci metto il cuore, tu ci metti la testa. Sei l'uomo per il quale ho sempre creduto valesse la pena faticare”.
Per quaranta volte, assieme, abbiamo fatto il giro della terra, sotto lo sguardo ruffiano degli astri. Seduti nel nostro aeroplanino scassato, ci siamo goduti da pazzi questo viaggio, scrutando il mondo nei nostri occhi. Oggi ti ho scritto questa lettera, una lettera ad un bambino ch'è nato, per giurarti che senza di te non ce l'avrei mai fatta. “E se questo fosse l'ultimo viaggio?” Se lo fosse davvero, ti chiederei una carità: affacciamoci assieme al finestrino, poggiamo il naso sul vetro e facciamo un inchino alla vita. (Assieme!) “Grazie vita! Per averci fatto vivere accoppiati. È stato bellissimo vivere così: controvento, senza olio”.
Facendo le scoregge in faccia alla noia.

Firmato:
Marco, a Marco-bambino (e viceversa)

«Tutti i grandi sono stati bambini una volta.
Ma pochi di essi se ne ricordano» (Antoine, il mio amico-matto)

don Marco Pozza
L'autore: don Marco Pozza

Marco Pozza (1979), parroco della parrocchia del carcere Due Palazzi di Padova, è uno «straccio di prete al quale Dio s'intestardisce ad accreditare simpatia, usando misericordia», come ama dire di se stesso.
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Commenti   

Giorgio62
#1 AuguriGiorgio62 2019-12-21 22:34
Alla splendida persona che sei tantissimi auguri.
Più si cresce più si va a ricercare nei nostri ricordi immagini di noi , dei nostri cari che ci hanno preceduti,
che con amore ci hanno cresciuti , poi guardo avanti e mi rivedo nei miei nipotini che giocano e sorridono alla vita tutto questo è pura gioia.
Grazie a DIO che mi ha dato la possibilità di conoscerti.
Maddalena
#2 40Maddalena 2019-12-26 14:54
Quarant’anni. Fa quasi paura pensarci, per uno che ho conosciuto come “il prete giovane della parrocchia Sacra Famiglia di Padova”.
Quello giovane e bello. Ormai, per tutti, eri così.
E credo che, per chi non lo vive, sia difficile capire (fino in fondo) quanto ciò possa gravare sulle spalle di chi ne è il protagonista.
È buffo. La mia risposta, alle inevitabili illazioni (quando raccontavo con chi andavo in Burundi o in altri posti in cui mi hai portato), è sempre stata sicura: “no”. C’è stata da subito una buona intesa intellettiva, ma i nostri caratteri, un po’ spigolosi, su lati diversi, non sempre sono andati d’accordo. Eppure, pur mantenendo la mia testa, ti ho seguito. Come il fratello maggiore che non ho mai avuto. Ne ho imitato le mosse, ho provato ad eguagliarti, spronata dal tuo esempio ho cercato di migliorarmi, galvanizzata dalla tua stima che mi diceva che tu avevi visto qualcosa di buono in me. Ed io volevo esserne all’altezza. All’altezza tua. In un gioco di rimandi che a me sembrava strano, com’è strano per chi, da sempre, è stata la più grande, in famiglia.
Un’altra cosa è buffa. Non ti ho mai visto bambino, perché ti ho conosciuto più tardi.
Eppure, in un certo senso, ti ho conosciuto bambino. I tuoi capricci – bambini, la tua ostinazione – bambina, il tuo sentirti – incompreso, che talvolta mascheri dietro quell’arroganza da montanaro fuori posto.
Forse non sempre sono riuscita a comprenderti così come avresti voluto sentirti compreso (e – di questo mi scuso: è parte della fragilità dell’essere umani), ma posso assicurarti che ho sempre cercato di cogliere, nel tuo sguardo, quello che le tue parole non dicevano.
Non condivido tutto di te, e credo che ciò non capiterà mai (di più: un po’ me lo auguro anche; perché stimarsi, rimanendo differenti, continuo a credere mantenga una ricchezza difficile da vivere, ma ineguagliabile per valore). Una cosa, tuttavia, non ho mai smesso di apprezzare: la capacità di continuare a crescere, senza dimenticarti mai di essere stato bambino, accarezzando sogni sempre nuovi e traguardi ancora inesplorati!

Allora, dopo questi quarant’anni, di cui ho conosciuto solo gli ultimi tredici, anch’io mi unisco a te nel ringraziare la vita, Dio ed i tuoi genitori: non solo perché sei venuto al mondo, ma anche perché, attraverso le parole della Scrittura, le nostre strade si sono incrociate, siamo diventati compagni di viaggio e, da allora, continuiamo a crescere insieme, pur camminando su versanti diversi della stessa montagna!

Auguri, don Marco: che tu non ti stanchi mai di cercare di realizzare la miglior versione di te stesso!

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