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transumanza
La transumanza è un'antichissima cerimonia agricola di fine settembre: «E' tempo di migrare – scrive Gabriele D'Annunzio nel “I pastori” - . Ora in terra d'Abruzzo i miei pastori lascian gli stazzi e vanno verso il mare (…) Che sapor d'acqua natìa rimanga né cuori esuli a conforto». Dopo la stagione dell'alpeggio - stagione di notti stellate, lupi famelici, formaggi saporiti – il ritorno in pianura: è una sorta di presepio vivente ambulante quello che in questo fine settimana sta andando in onda in tanti paesi della nostra terra. Materia per fotografi, poeti, bambini stupiti e anziani ricchi di memorie passate. “Transumanza” ha un etimo sublime: trans-humus significa “spostarsi da una terra all'altra”. Dalla montagna alla pianura, dopo essere saliti dalla pianura alla montagna. Andate e ritorni.
Ieri, per una stranezza del calendario, è capitato che s'incrociassero per la strada due transumanze: quella agricola delle bestie con quella di protesta dei ragazzi. Entrambe per ragioni di clima: le bestie son scese alla ricerca del clima migliore per l'inverno, i ragazzi son scesi in piazza, ufficialmente, per proteggere l'ambiente come fosse un amico in difficoltà. Erano un milione ieri (quindicimila a Padova) scortati dall'immagine di una ragazzina svedese che, per l'occasione, ha preso il posto della vecchia immagine di Che Guevara. E, scendendo, si son mostrati capaci pure loro di “fare transumanza”: sono passati dalla piattaforma dei social all'asfalto e ai sanpietrini delle strade di città. A colpire era l'anagrafe dei volti: dalle elementari alle superiori, con in allegato qualche bebè e la scorta di presenze adulte. In tanti l'hanno bollato come un capriccio, una bischerata di fine estate, una manovra di poteri occulti: il carnevale dei “gretini”. L'han capito prima loro: ai leoni da tastiera, fosse anche solo per un giorno, hanno preferito il destino dei leoni delle foreste, delle giraffe e degli ippopotami. Del loro pianeta che ieri ci hanno dato l'impressione non fosse tanto una questione da risolvere, su cui dibattere, ma una presenza da proteggere, un amico in grossa difficoltà.
Hanno iniziato ad accorgersi: a sedici anni non sei così giovane da essere per forza deficiente. “Manco fossero scienziati, cosa vogliono?” li redarguiscono (dalle tastiere). Nulla che non sia già stato dimostrato: si fanno promemoria di quello che la scienza, da cent'anni, dimostra inascoltata. O, forse, del nuovo c'è davvero stavolta: “Giù le mani dal creato!” ho letto su un foglio che una bambina teneva alto in mano. Il creato non è l'ambiente, è molto di più: se il secondo può diventare una politica (ambientale), il primo resta un dono del quale rendere un giorno conto al Creatore. Rimanda diretto a Dio, alla responsabilità di esserne custodi e, quindi, direttamente responsabili. Parlare dell'ambiente è avere cura dei rami, custodire il creato è avere a cuore lo stato di salute delle radici.
Sul cartello di quella bambina c'era il tragitto di una transumanza d'autore.

(da Il Mattino di Padova, 29 settembre 2019)

don Marco Pozza
L'autore: don Marco Pozza

Marco Pozza (1979), parroco della parrocchia del carcere Due Palazzi di Padova, è uno «straccio di prete al quale Dio s'intestardisce ad accreditare simpatia, usando misericordia», come ama dire di se stesso.
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