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scuola 2016
E' la campanella che rompe le righe, il suono della ricreazione più lunga di tutto l'anno scolastico. Al suo rintocco, scatta l'estate: le aule che si svuotano, le scuole che chiudono, la fatica che s'allenta. E' destino che ogni anno, ai primi di giugno, si ripeta sempre la solita frase: “E' finita la scuola (finalmente)!” E' finita, certamente, una stagione della scuola: quella fatta d'insegnanti, di programmi e di interrogazioni. La fase della creazione di un pensiero: siamo andati a lezione da un professore la cui bontà o meno si misura dal fatto che ci abbia colpiti per l'eternità: lui stesso non saprà mai dove s'arresterà la sua influenza. L'estate, però, è l'inizio della fase più bella, quella della ri-creazione: quel pensiero che ci hanno offerto a scuola abbiamo il tempo per ritornare a smontarlo, frequentarlo, dedicandogli più tempo: «Milioni di persone hanno visto la caduta di una mela – scrive B. Baruch -, ma Newton è stato colui che ha chiesto “perchè”».

E' l'estate la vera stagione della scuola: non è più scuola dell'obbligo ma diventa la scuola del desiderio. Che, chiusi gli scrutini, è ciò che resta di tutta la fatica fatta: si va a scuola non tanto per imparare il latino, date, teoremi ma per ricercare ciò che è vero e giusto. La verità e la giustizia: dell'uomo, della storia. Ecco perchè la scuola fa paura, pur essendo l'antidoto più conveniente per tutte le malattie che si respirano nell'aria: costa meno aiutare un giovane a costruirsi che aiutare un adulto a ripararsi. Duecento anni fa, seduto sul colle di Recanati, Giacomo Leopardi scrisse “L'infinito”: l'abbiamo gustato e stramaledetto, amato e mal sopportato, imparato a memoria o anche solo dimenticato. Eppure in quel suo brevissimo componimento, il Leopardi ha nascosto il suo segreto per andar a prendersi la sua percentuale di bellezza: quella famosa siepe – che ostruiva il suo sguardo – diventava occasione di una visuale più grande, di uno spazio più aperto. Sembra un paradosso che ciò che chiude possa spalancare. In realtà la siepe costringe il poeta ad ad un viaggio diverso: dal concreto all'eterno, da ciò che si vede a quello che si riesce ad immaginare. Dalle cose di tutti i giorni alle «morte stagioni, e la presente e viva, e il suo di lei» (“L'infinito”). Cose altissime.

Non più interrogazioni, verifiche, simulazioni: cento giorni a disposizione di coloro che vorranno far entrare in campo il desiderio dopo nove lunghi mesi di allenamenti. Quel desiderio che è sempre più grande di ogni oggetto, concetto: è il desiderio ultimo di quella vastità che abita in noi. Vastità che per nove mesi, certe volte, teniamo a bada per il poco tempo:, che d'estate rivendica un pizzico d'attenzione in più. Di (ri)creazione. C'è una bellezza nascosta dietro una siepe-di-fatica: l'estate è la stagione giusta per pensare che quella siepe sia stata piantata apposta per noi: perchè diventi occasione per farci rimettere in gioco tutto quello che per mesi la scuola ci ha costretto ad imparare. Per verificare se siamo stati, a nostra insaputa, dei sacchi riempiti oppure dei fuochi accesi.

(da Il Mattino di Padova, 9 giugno 2019)

don Marco Pozza
L'autore: don Marco Pozza

Marco Pozza (1979), parroco della parrocchia del carcere Due Palazzi di Padova, è uno «straccio di prete al quale Dio s'intestardisce ad accreditare simpatia, usando misericordia», come ama dire di se stesso.
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