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«Sono un coniglio. Guardami!»

Nessuna gabbia nelle vicinanze, nemmeno a corto raggio d'azione.
Passi confusi, gemiti rinsecchiti. Ferri sulle sbarre, sbarre di ferro: passaporti di ferro e di cemento. Voci sorde di ramadan, voci secche di bestemmie, voci aggrovigliate di avvisi: vagiti di carni fresche e scadute. Tonno, spezie e pomodoro: cielo, terra e polvere. Carta igienica, pannolini e deodoranti. Tutto dentro, tutto insieme, tutto uno. Di un'erba un fascio. Santi e fulminati.

«Sono un coniglio: guarda la mia gabbia».

Entro.

Entro in gabbia.
Entro nella gabbia di un coniglio

(Confidenze mattutine di un coniglio spossato)

«Sono nato in Istria e sono figlio di un pescatore che si ubriacava. Mia madre non sapeva né leggere né scrivere. Sono l'ultimo di sei figli: due sono nati morti, due sorelle me le ha portate via il tumore, l'ultima è divorata da un cancro. L'asilo è stato un incubo: siccome Tito odiava gli italiani, noi bambini di italiani venivamo spogliati, battuti, torturati sui tavoli.
Mio padre mi ha messo in uno zaino e mi ha portato in Italia, in un manicomio per bambini. Siccome piangevo, mi mettevano le cinghie sul letto come i matti dei film (sono un coniglio)». 

Le unghie sono appuntite, le mani sono fiacche e annerite. Unghie e mani incapaci di sostare un attimo: è carne in perpetuo movimento, gracile tremolio di un fremito angosciato e scorticato dall'inferno. Sta seduto sul bordo della sedia, come di chi odora di provvisorietà e di passaggi: le gambe, sotto, incrociate. Puzza come una carogna. Addosso porta l'odore rancido delle cose elementari: la muffa, la rogna, la polvere. La noncuranza.

«A vent'anni sono entrato nel manicomio dei grandi. Per quindici anni, la sera, alzavano delle reti e il letto diventava una gabbia: avevano paura che scappassi. Mi mettevano la camicia di forza, mi davano due pappagalli per la pipì e una padella per la cacca. Di notte dormivo come i conigli in gabbia (sono un coniglio). Due volte mi hanno fatto l'elettroshock. Un giorno sono uscito da quell'inferno».

I movimenti sono flemmatici: le parole barcollano come le mani, lo sguardo arranca come di chi sta scivolando pesantemente, le pupille sono cisterne di rabbia e miseria. Il fisico è un ripostiglio di malattie: asma bronchiale, TBC polmonare, efisema polmonare, allucinazioni visive e uditive, gastrite, ipertrofia prostatica. La cura è sempre quella, sempre la stessa. Numeri e codici per chi, da queste parti, è poco più che un numero, carne da tenere a bada: EN 2mg, Limpidex 30mg, Cardioaspirina 100mg, Zoton 15mg, Taolfen 20g (tutte le sere), Nozinan 25 mg, Diazepam 30g.

«Si richiede vitto in bianco per gastrite con pregressa ulcera duodenale». Certe ricette sono sberleffi. Punto.

(sono un coniglio)

«Sono arrivato alla pensione a 62 anni. Prima ho lavorato in un cimitero come affossatore assieme a tre matti: loro fregavano l'oro ai morti, puzzavano di morto. Una decina di volte, la sera, mi hanno preso e chiuso in una tomba per due/tre ore. “Tanto è matto” - sentivo che dicevano ridendo. Una volta si sono dimenticati di me: sono arrivati la mattina dopo, tranquilli. “Tanto è matto, neanche se n'è accorto”: si diedero pace così.

Il comune mi ha cambiato lavoro: da affossatore (affossato) a spazzino. Ho vissuto per anni in una soffitta dove le bottiglie si ghiacciavano dal freddo: la bora apriva le persiane e io le chiudevo coi ferri. Troppo caldo, troppo freddo: i topi mi camminavano sulla pelle, mi rosicavano le orecchie (“Guarda qua!”). Ho tentato di buttarmi dal balcone, ma neanche la morte mi ha voluto. Sono un coniglio».

«Guardalo il matto...!». Da fuori s'odono voci di rivalsa, risacche di maree che si stravaccano a riva. Di storie che s'accartocciano umide.
«Ha le scarpe spaiate stamattina». E giù sghignazzate.
«S'è pisciato addosso»: è il pubblico ludibrio.
«Guarda, guarda: la sta facendo ancora». La folla sbava.
Tutti a ridere dei matti in piazza: basta che non siano della loro razza. Tanto, è matto. E' stato persino nella tomba una notte intera. 

Un gabbiano si posa sull'inferriata della sua cella di galera, profondo Nord-Est. Il bianco della testa, l'arancione del becco e delle zampe, il nero della coda estrema. Variazioni di colore sulla monocromia del rosso.

Giordano s'alza per dargli la mano: «Ciao, sono un coniglio!»

La raucedine del gabbiano è un ritorno di simpatia.

«Non so dove i gabbiani abbiano il nido, ove trovino pace. Io son come loro in perpetuo volo. La vita la sfioro com'essi l'acqua ad acciuffare il cibo».

Torna a sedersi. Prende in mano la padella per scaldare qualcosa a mo' di pranzo: oggi ha un ospite in gabbia con lui. Un coniglio, un gabbiano e un prete. Ma non gli riesce nulla con quell'attrezzo da grande chef: quella padella evoca strani ricordi. Di gabbie per conigli, di cacche di matti, di tempi andati. Andati, cioè scaduti.

E' impacciato l'uomo: quello sguardo è il vero pasto. Due enormi borse sotto gli occhi: come di chi, viaggiatore, non dorme da decenni. Gonfie, grosse, slabbrate. Povere, nobili, saporite. Occhiaie smunte, patite, incavate: «E come forse anch'essi amo la quiete, la gran quiete marina, ma il mio destino è vivere balenando in burrasca» (V. Cardarelli).

 «Dormi la notte, Giordano?»
«Sono un coniglio».
«Ma ogni tanto la notte chiudi gli occhi?»
«...?!» (stralunato) 

La vista, eccitata, è offuscamento.
L'udito, eccitato, è frastuono.
Il tatto, eccitato, è scottatura.
Il gusto, eccitato, è aceto.
L'odorato, eccitato, è pazzia.

Così conciati, prender sonno sarà la più solenne tra le profezie.
La più efferata tra le maledizioni.

L'orologio del coniglio

L'orologio è scarico e arrugginito.
Non infastidisce nessuno: perché toglierlo? Magari qualcuno oserebbe chiedere l'illecito: “Nessuno che gli cambi la batteria?” Da queste parti, certe domande son state bandite da tempo. Anzitempo.
Domande senza senso nella terra del non senso.
Lui se ne infischia. Sta là, appeso al muro.
Tra i fedelissimi di questo paese di ladri chiamato galera, c'è chi giura d'averlo sempre visto bloccato su quell'ora. C'è chi sospetta che qualcuno abbia rubato persino la batteria: ladri che s'insospettiscono dei farabutti.
Han istituito sorveglianze speciali, ronde notturne, appostamenti mirati: nessuno è mai venuto a capo di così immane questione. Pertanto resta lì.
Proprio lì: due metri prima della cappella della galera. Scusate: della “Chiesa Parrocchiale San Disma Ladro”. Qui han fatto le cose in grande: si son sciacquati l'anima pescandosi come patrono il primo santo dell'era cristiana.
A saperci fare.
Quando passi per entrare in chiesa segna le 12 esatte.
Quando esci per tornare in cella segna le 3 meno cinque. Esatte.

«A mezzogiorno si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio» (Mt 27,45).  

Giordano è sceso: appena lo lasciano andare, lui in chiesa c'è sempre. Secondo banco a destra (guardando dall'altare). Sempre quello, sempre libero: nessuno accetta di sedere sulle miserie dell'uomo. Neanche in questa terra ch'è somma di miserie e ricognizione di misericordie.
A volte è il fazzoletto. Altre volte il cappello. Più sovente una delle due ciabatte. Mai una volta che, giunto al banco, abbia tutto ciò col quale era partito.

«Ultima domenica che ci vediamo questa».

Me lo ripete ogni domenica: sono oltre centocinquanta domeniche. Ogni tanto lo anticipo: «Giordano, questa è l'ultima domenica, vero?» Lui, convinto: «Giusto, avevo fatto male il conto domenica scorsa». Poi si siede, dà un occhio al tabernacolo, e s'addormenta.
Dopo la prima lettura è già al secondo sonno. Il suo ronfare disturba e rende ilari i vicini. Li zittisco con lo sguardo e loro, uomini d'armi, ritirano le armi.
L'apice arriva dopo il canto del Santo, probabilmente la più dolce delle ninne nanne mai udite in cuor suo. In quell'attimo, Giordano molla i freni: lascia cadere completamente la testa. Buonanotte! «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro» (Mt 11,28). 

Venite da me e io vi farò riposare per davvero.

Le mie mani sono alte a sostenere quel Pane divenuto Presenza, la più folle e ardita delle presenze possibili. La più ambiziosa e spavalda. Lassù Lui, la Bellezza; laggiù Giordano, la miseria. In mezzo io: l'incredulità.
Io che guardo Lui. E poi guardo Giordano. Dall'alto al basso, dal basso all'alto: certi tocchi sono ritocchi, certe pennellate sono doppie.

Guardo quell'uomo laggiù: gabbie, elettroshock, camice di forza. Pappagalli per pisciare, padelle per andar di corpo, notti dentro le tombe da vivo. Topi che gli rosicchiavano le orecchie, sevizie da bambino, denutrizione e TBC. Panni bagnati d'urina, miseria senza misericordia e giustizia senza amore. Anni d'inferno, stagioni di ghiaccio, ciabatte bucate. Sensi eccitati, violati, scheggiati: notti insonni di un viaggiatore perduto. Perdutosi. Andato perdendosi.
Lo guardo russare: gli occhi chiusi come serrande di domenica, la pelle morbida come di chi non teme agguati, le braccia stese lungo il corpo rappacificato.
Lui russa, l'altro lo guarda: certi spettacoli sono per la vita. 

«Io ti domando: ma tu ti lasci guardare dal Signore? Lasciarci guardare dal Signore. Lui ci guarda e questa è una maniera di pregare. Come si fa? Guardi il Tabernacolo e ti lasci guardare: è semplice! E’ un po’ noioso, mi addormento. Addormentati! Lui ti guarderà lo stesso» (Papa Francesco).

E' mistero della fede.
E' storia di una Messa che continua: di un sonno che si fa sempre più insistente, commovente, partecipe. E' come se tutti assieme, celebrando l'Eucaristia, stessimo pregando Dio che faccia durare quel sonno il più a lungo possibile. Un esercito schierato a battaglia perché nessuno rubi il sonno a Giordano. 

«La messa è finita. Andate in pace».
L'assemblea si scioglie nel trambusto della domenica. Lui continua a dormire. S'è svuotata la cappellina. Faccio un cenno all'agente: certi spettacoli è da vigliacchi goderseli da soli.
Ci sediamo in fondo alla cappella e lo guardiamo.
Li guardiamo: lui che dorme, l'altro che lo guarda. Noi che guardiamo.
Dopo mezz'ora abbondante, l'uomo si sveglia. S'accorge d'esser rimasto solo: s'accorge di noi, dell'imbarazzo. Del nostro imbarazzo: non è da signori intrufolarsi tra le cose intime degli amanti. 

«Chiedo scusa. Mi sono rilassato. Non mi ricordo neanche quanti anni sono che non dormivo così bene».

Lo dice col cuore, con quella fanciullezza di spirito tanto cara all'Uomo di Nazareth: lo dice con parole abitate, mica prese a prestito. Anche il fiato è di chi s'è appena svegliato: chissenefrega.

Lo accompagniamo fuori.
Lui fissa l'orologio: sono le tre meno cinque. E' da una vita che quell'orologio segna le tre meno cinque (in uscita) e mezzogiorno (in entrata). 

«A mezzogiorno si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio» (Mt 27,45). Buio da mezzogiorno alle tre. Non per sempre: la morte e la rabbia, l'ansia e l'angoscia, la solitudine e l'abbandono non sono per sempre.
Tre ore, poi “spostatevi!”: passa Lui. Il per sempre.
Per davvero. Per fortuna. Per grazia ricevuta.
Per Cristo. Con Cristo. In Cristo.
Le ore più oscure dei Vangeli, con Lui sono il tempo favorevole per dormire tranquilli. Vero, Giordano? La più bella dormita degli ultimi cinquant'anni, forse la più bella di sempre. Certi orologi segnano solo le ore fatali. Quelle decisive.

Le ore degli agguati. 

La vista, consolata, è beatitudine.
L'udito, consolato, è una ninna nanna.
Il tatto, consolato, è una carezza.
Il gusto, consolato, è dolcezza.
L'odorato, consolato, è nostalgia. 

Un orologio senza batteria, un uomo senza sonno, un prete senza più fede. Quaggiù è dramma, Lassù è annunciazione: «D'ora innanzi, nel destino di ciascun uomo, vi sarà questo Dio in agguato» (F. Mauriac).

La pace dei sensi. Il sonno di Giordano.
L'agguato di Dio.

(da M. Pozza, L'agguato di Dio, San Paolo 2015)
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don Marco Pozza
L'autore: don Marco Pozza

Marco Pozza (1979), parroco della parrocchia del carcere Due Palazzi di Padova, è uno «straccio di prete al quale Dio s'intestardisce ad accreditare simpatia, usando misericordia», come ama dire di se stesso.
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