0 1 1 1 1 1

Indice articoli

image11

Questa intervista me la sono dovuta sudare. Letteralmente. Anzi, ce la siamo sudata entrambi (nel senso che l’unica panchina in cui poter chiacchierare in tranquillità era sotto l’implacabile sole di giugno!). Ma l’ho fatto con il piacere che sempre rappresenta fare due chiacchiere con il soggetto in questione. Di lui mi stupisce la spontaneità e naturalezza con cui riesce ad affrontare qualunque cosa: dai grandi temi etici alle facezie domestiche. Nella sua ultima fatica letteraria, dice di avere “tre figli che lo accudiscono dal cielo” (Tobia, Matteo e Mattia) e “tre figli ancora da accudire in terra” (Jonathan, Cristian e Nadia Maria). I numeri saranno a breve da aggiornare, ma avete già capito che si tratta di un uomo con lo sguardo al Cielo e i piedi ben piantati a terra.
Si chiama Andrea Torquato Giovanoli, è un artigiano di 44 anni, scrittore e papà, che ha sempre tanto da raccontare!

1) Il tuo ultimo libro, Papà senza controllo, parla della paternità. Recitare il Padre Nostro, da papà, ti ha suscitato nuove riflessioni?

Un frate francescano mi raccontò, durante un pellegrinaggio ad Assisi, un aneddoto molto noto: il Santo, indetta una sorta di “gara” di Paternostri notturna, ammise di non essere riuscito ad andare oltre alla parola Padre e di aver passato la notte in meditativa contemplazione di questo immenso mistero. Sicuramente, sperimentare la paternità a livello personale mi fa guardare a quella divina con uno sguardo differente.
«Sia santificato il tuo nome» è più che dar gloria a Dio, richiama alla fedeltà sulla base del Suo amore.
«Venga il tuo Regno» mi fa pensare, anche con speranza, al ritorno del Figlio (parusia) che rimetta un po’ d’ordine.
«Sia fatta la tua volontà» è un antidoto alla presunzione del controllo ed un richiamo all’abbandono fiducioso alla Divina Provvidenza.
«Dacci oggi il nostro Pane quotidiano» è per me riferimento innanzitutto all’Eucaristia, cibo spirituale che dà vita.
Riesco a leggere, in maniera più logica, la versione lucana, che dice «Rimetti a noi i nostri debiti, perché noi li rimettiamo ai nostri debitori»: senza la Grazia, nulla è senza colpa.
«Non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal Male» è per me la richiesta di proteggere me e la mia famiglia dall’opera di Satana.

2) Nel libro è chiaramente esplicitato come, per i pargoli, il padre rappresenti la prima immagine di Dio con cui possono confrontarsi quotidianamente. Come si mettono le cose per chi non ce l’ha (non l’ha mai conosciuto, lo vede raramente, è in carcere)? Quali sono le carenze che si sviluppano e come sopperire, secondo te?

Io, per primo, ho sperimentato un padre che mi ha dato tutto, sul piano umano, ma che, non essendo credente, non mi ha educato alla fede. Chi mi è stato padre, in questo, è stato l’allora parroco della parrocchia di Emanuela, che mi ha introdotto alla fede cristiana, rispondendo ai miei dubbi e proponendomi di verificare le mie false credenze a riguardo di Dio e della Chiesa. Il compito del padre è portare all’autonomia: quando ne vedi i limiti, è giunto il momento, di gettarti tra le braccia di Dio, alla cui paternità attingono e prendono spunto tutte le paternità terrene. Chi non conosce il padre, sicuramente ha uno svantaggio, ma, anche chi ne subisce una certa “assenza”, per i più svariati motivi, sia perché è scappato di casa, perché è in carcere o, anche, perché ha abdicato al proprio ruolo e, pur essendo presente, è come se non ci fosse. La prima caratteristica del Padre Celeste che il padre terreno è chiamato ad incarnare è la fedeltà: la famiglia deve essere certa della sua presenza, pur tra i mille limiti del suo essere creatura. Chi non percepisce questo, sviluppa un vuoto interiore, perché manca qualcosa nell’identificazione personale su se stesso: il padre è lo specchio in cui riflettersi, eventualmente anche per sapere in cosa non somigliargli.
Se la madre è immagine della divina maternità di Dio che, come Creatore, dà vita, il padre è l’immagine della divina paternità che limita il figlio per il suo bene.

3) Il tuo libro affronta ampiamente il tema dell’illusione (immancabilmente disillusa, dalla realtà) del controllo, tema quotidiano, soprattutto per chi ha figli.

L’illusione del controllo è una realtà quotidiana, in particolare, quando si cerca di attuare una pianificazione familiare. Basta un niente (un contrattempo, la malattia di un figlio) che ti ritrovi a dover modificare le tue pianificazioni, in base alle esigenze che la realtà ti pone innanzi. È anche questo, del resto, un modo per vivere, sulla propria pelle, la Provvidenza Divina, per cui “tutto concorre al bene” (Rm 8,28).

4) L’uomo è conteso tra le forze del bene e quelle del male, per cui, come scrivi “conoscere per certo l’esistenza delle realtà invisibili che ci circondano permette all’uomo di poter esprimere la propria volontà a favore del Dio d’Amore o dell’angelo ribelle e tale conoscenza è reale libertà di scelta. […] è questo il motivo per cui Satana cerca di nascondere la sua esistenza all’uomo: per poter agire indisturbato a danno di anime che nemmeno sospettano al sua azione tentatrice” (cit. da pag. 30). Puoi fare un accenno a questo passaggio?

La Legge dell’amore ci chiede di amare Dio e il prossimo, in quanto siamo tutti figli nel Figlio e quindi fratelli tra noi, di un unico Padre. Tolto il Padre di tutti, è svuotato il senso stesso della fraternità. Non a caso, infatti, nella Bibbia, subito dopo l’allontanamento da Dio (cacciata dall’Eden), avviene il primo omicidio, causato dall’invidia di Caino nei confronti del fratello Abele. Satana non ha creatività (è Dio a possedere la creatività) e, dall’inizio, utilizza sempre la stessa strategia, tentando di rompere l’alleanza tra maschile e femminile (in seguito alla tentazione del serpente, l’uomo e la donna se ne rimpallano le colpe). Il Male entra nel mondo, per invidia del Diavolo. Il male non fa parte della natura dell’uomo: a vederlo così com’è, egli non lo sceglierebbe affatto e, anzi, se ne ritrarrebbe. Satana non propone esplicitamente il male, bensì lo propone come bene per te. Come il pescatore, che per catturare il pesce, gli lancia un’esca appetitosa e allettante. In questo senso, il Diavolo si manifesta innanzitutto come menzogna e, solo come ultima chance, come violenza. Nel secondo caso, è più manifesto e Satana sa di rischiare a giocare questa carta, per questo la considera come ultima opzione a propria disposizione: ritornando alla metafora del pescatore, sarebbe come un pescatore che si tuffasse in acqua per prendere il pesce; l’uomo rifiuta il dolore e la morte e si oppone, quasi istintivamente, alla violenza, se non vi si sente, in qualche modo, “costretto”. “Il più grande inganno di Satana è quindi far dubitare della propria esistenza” (Baudelaire, ripreso successivamente da Papini): in tal modo, il Principe del Male può agire indisturbato. Il cerbiatto, ignaro della presenza del cacciatore, si comporta sempre in modo meno prudente di quando, invece, se ne avvede.

5) È bello leggere, a pagina 10, che ti definisci “esapapà (con tre bimbi già in Cielo ad accudirmi e tre ancora in terra da accudire)” - e ormai i conti sono da rifare!-. Questa frase riporta al tuo vissuto di papà che ha perso alcuni dei suoi figli in tenera età. Come vivere il dolore in modo cristiano? A conti fatti, non basta il “carpe diem” per trovare senso all’esistenza terrena: l’uomo si ribella, per la propria natura, alla morte e al dolore e, per quanta vita possa avere, domanderà sempre: “E poi?”.

Il carpe diem rappresenta l’esatto opposto dell’evangelico ogni giorno ha la sua pena. Da sempre, il culto della morte ha rappresentato un sintomo di civiltà: la fine della vita richiama a cercare il fine della vita. Il Maligno utilizza tattiche diverse per raggiungere un unico fine, cioè togliere all’uomo la dimensione verticale (convincendolo che tutto si giochi unicamente nel lasso di tempo compreso tra la vita e la morte). Tutto è vanità (Qoelèt): a fronte di quest’amara scoperta, le possibilità si riducono – sostanzialmente – a due: rinunciare ad una vita che rischia di apparire priva di senso (suicidio), oppure vivere alla giornata, nell’illusione che questo basti a rendere ragione del senso del nostro vivere. In realtà, siamo tutti malati terminali, in quanto siamo tutti destinati a finire sotto terra, dal giorno in cui nasciamo. La strategia demoniaca spinge verso l’estinzione dell’uomo, passando attraverso l’insensatezza della vita, l’incapacità di trovare soluzione al dolore ed alla morte, che spingono l’uomo ad una vita animale (egoistica, basata unicamente sul piacere): ciò porta alla decostruzione della figura paterna (e, di conseguenza, di Dio) e all’illusione del controllo, per cui la vita è accettabile solo finché io ho l’illusione di poter fare ciò che voglio – solo un’illusione, appunto, perché, in realtà, abbiamo tutti dei limiti – . La deriva morale attuale spinge verso l’idolatria del pianeta terra, vedendo l’uomo stesso come cancro planetario. «Siamo troppi» sostengono molti e quelli in più risultano essere, inevitabilmente i “deprecabili” (gli imperfetti, i difettosi, i malati), da eliminare tramite l’aborto eugeneticamente selettivo o l’eutanasia; il passo successivo finisce con l’essere l’elogio dell’omosessualità (sterile, per definizione), a scapito della famiglia (al contrario, generativa).
Il dolore innocente è un boccone duro da digerire e spesso è utilizzato come grimaldello da sbandierare come prova della non-fede. L’innocente che soffre e muore paga per tutti i peccati degli altri, facendosi fratello di Cristo sulla Croce. Il bambino che disobbedisce sa di meritare una punizione. Se questa non arriva, egli contrae un debito, che qualcuno deve pagare: chi può farlo è chi può vantare dei crediti, nei confronti di essa. L’innocente che soffre non merita punizione, ma dovrebbe servire da stimolo per i figli affinché si comportino da fratelli. In quest’ottica è da vedersi il sacrificio di Cristo, Giusto morto in vece degli ingiusti (come una cauzione pagata per chi non è in grado di farlo), così come le indulgenze: si tratta di attingere al tesoro dei meriti della Chiesa (di Cristo e dei santi), per pagare i debiti di ogni fedele (i peccati).
La logica a cui tendiamo soggiacere (quella del “mal comune, mezzo gaudio”) può essere spezzata solo dal dolore innocente, che chiama a vivere la fraternità (collaborazione tra fratelli, in Cristo): in tal modo, persino la sofferenza diventa possibilità di farci cooperatori di Cristo, traducendo nella concretezza il comando “Ama il prossimo tuo come te stesso”. Non si può disgiungere la giustizia divina dalla misericordia, senza rischiare di essere parziali: la paura della punizione è necessaria alla nostra conversione, alla cui ontologica imperfezione sopperisce la Sua perfezionatrice misericordia.

Per approfondire, si veda la precedente intervista, sempre sul nostro sito: Storie di Panda e super-eroi domestici

N.B. - I commenti potrebbero tardare alcuni secondi prima di apparire.

Solo gli utenti registrati possono inserire commenti!