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Ci sono uomini che diventano familiari ai più piccoli, talvolta entrando nella loro vita in punta di piedi, spesso, però lasciandovi un segno indelebile. Ciò accade spesso, con gli allenatori, qualunque sia l'età degli atleti: è vero, a maggior ragione, quando il soggetto è ancora in formazione. Uno di questi è Nicola Montella, che ci svela qualcosa della propria esperienza sportiva coi bambini.

1.Quale responsabilità educativa può essere riconosciuta ad un istruttore sportivo, specie nei confronti degli atleti più piccoli e quali peculiari strategie è necessario tenere in considerazione, allenando la fascia d’età più giovane (4-7 anni), rispetto alle altre?

A 4-5 anni, il bambino non ha ancora iniziato la scuola elementare, ciò significa che non sanno neppure cosa sia lo sport a cui si sono iscritti (nel nostro caso, la pallacanestro). Nella scelta dello sport è quindi fondamentale il ruolo del genitore e, una volta iniziato il corso, l’oggetto di esso, cioè il basket, diventa elemento unificante per il gruppo in questione.
A quest’età, il discorso è molto semplice, perché tutto è letto dal bambino attraverso il gioco: se il gioco piace, il bambino lo fa, altrimenti no. È quindi compito dell’istruttore ideare soluzioni che suscitino e stimolino l’interesse del bambino, creando un contesto motorio finalizzato al basket (giochi finalizzati allo sviluppo motorio). In sostanza, si tratta di un’attività propedeutica allo sport in senso stretto, una sorta di “anticamera” del minibasket, che si considera iniziare dopo i 7 anni.
La fascia dei 6-7 anni è già un contesto differente. La situazione inizia ad essere più strutturata, con l’introduzione dei primi tornei e partite: aumentano l’agonismo e la specificità dello sport praticato ed il bambino è più motivato, consapevole e partecipe della scelta.
Maggiormente il bambino è coinvolto, migliore potrà essere lo sviluppo motorio e coordinativo ottenuto: la capacità di entrare in empatia, di proporre attività che stimolino il bambino nel proprio sviluppo motorio e, soprattutto in questa fascia di età, lo divertano, rendono più piacevole e divertente l’apprendimento. È fondamentale, per un istruttore coltivare queste capacità.

2. Alleni da trent’anni: qual è il ruolo dei genitori nel percorso sportivo di un allievo? Noti differenze, legate al passare del tempo?

In alcuni casi, è il figlio stesso a chiedere di essere iscritto al corso e riceve l’approvazione dei genitori. in realtà, è abbastanza raro.
L’approccio allo sport è, almeno inizialmente, una risposta ad un problema pratico: non tutti i genitori riescono ad andare a prendere il figlio alle 16,30. Molte scuole attivano corsi differenti, monosettimanali, non solo sportivi (pallacanestro, pallavolo, ma anche corsi di musica o di teatro): in questo modo, il bambino, affrontando attività diverse, ha anche la settimana occupata. E, tutto sommato, non è una cattiva iniziativa, anche dal punto di vista dello sviluppo armonico del bambino. È difficile trovare uno sport completo, e farne diversi garantisce, anche a livello motorio una sollecitazione completa ed interessante, non solo fisica. Successivamente, il bambino fa una selezione. Nel caso degli sport di squadra, spesso il fatto di avere il week-end impegnato è la prova del nove: in quel momento si conclude la convenienza, per il genitore, che il figlio faccia sport. Nelle fasce più alte (10/11 anni), il bambino diventa più consapevole e i numeri dicono che iniziano le prime “scelte”: ci si focalizza su un unico sport o,si scelgono altre attività.
Tendenzialmente ci si imbatte in due filosofie: da una parte, c’è chi pensa solo alla propria convenienza, per cui è contento di poter affidare il bambino ad un luogo sicuro, in cui svolge un’attività programmata, ma senza che questa attività possa condizionare più di tanto i fine settimana. Dall’altra, c’è il genitore “fanatico”, che ha occhi solo per il proprio figlio e vorrebbe che si giocasse sempre-
L’ideale sarebbe un bambino che scelga liberamente uno sport, incoraggiato e sostenuto dal genitore, affinché possa divertirsi e progredire, nella pratica sportiva che più lo attrae. Successivamente l’intervento del genitore deve mirare a compensare e completare la scelta del bambino, con proposte che possano stimolare altri aspetti della sua crescita.

3. In che cosa uno sport di squadra può contribuire all’educazione e al rispetto delle differenze? Quali sono le peculiarità del minibasket?
Innanzitutto, qualunque sport di squadra aiuta molto a far uscire il bambino dall’individualità: a 4-5 anni, i bambini che si calano nel contesto della pallacanestro sono in realtà tanti singoli elementi (tanto che cercano la “loro” palla e il loro spazio). È una conquista far comprendere che passare la palla rappresenta un’utilità ed un vantaggio (inizialmente, tendono a farlo, solo quando si trovano in difficoltà e/o non riescono a procedere in altro modo).

Nei primi anni, è fondamentale “tirarsi dietro tutti”, cercando di trovare il modo perché nessuno rimanga indietro. Quando capita che qualcuno si isoli o eviti di fare un esercizio, è perché si rende conto di non riuscire; chi, al contrario si dimostra insofferente, in genere è annoiato: il segreto sta nel proporre attività sempre nuove, inserendo almeno un elemento di diversità (maggiore velocità, maggiore precisione, ostacoli sul percorso), cosicché anche chi è “più avanti” nell’apprendimento non perda l’interesse per l’attività. Ove possibile, si può poi semplificare l’elemento motorio richiesto in più sottoelementi, così da far giungere all’obiettivo anche gli altri, che sono più indietro.
Irrinunciabile è mantenerli tutti nel mirino ed individuarne le caratteristiche individuali, a partire dal primo giorno (dalle piccole cose, è possibile iniziare a scoprirne il carattere e delinearne la personalità, conoscenza che si rivelerà utile in seguito, per una migliore correzione ed un lavoro più personalizzato sul singolo). Bisogna far arrivare tutti all’obiettivo e, per stimolare la creatività e la reazione del bambino, nel minibasket sono molto utilizzati accessori come cerchi o coni, che rendono ogni esercizio differente dal precedente, catturando l’interesse dei piccoli atleti. Talvolta, è il genitore stesso a frenare il bambino, in modo indiretto, se troppo protettivo: il bambino tenderà ad aver paura di compiere un movimento nuovo e avrà bisogno di un maggior incoraggiamento, nella sperimentazione. Non vedo grandi differenze tra maschi e femmine, in questa età: alcune bimbe si sviluppano prima e, per questo possono essere preminenti sui compagni, in altre invece può prevalere un carattere più remissivo e meno agonistico; anche in questo ambito, non c’è una regola generalizzata ed ogni soggetto è a se stante.
Il minibasket è definito come un gioco/sport educativo, formativo, di movimento, collettivo, con la palla, di situazione, aciclico, simmetrico, di tipo aerobico-anaerobico alternato. Nella fascia di età 4-7 anni, l’obiettivo primario è, però, principalmente uno sviluppo motorio generalizzato e la disciplina sportiva rappresenta lo strumento di gioco per arrivare a tale fine.

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4. Saper insegnare e saper fare: come sciogli l’annoso equivoco educativo di chi “pretende” che un istruttore sia ai livelli di un campione NBA (o quasi)?

Sicuramente è importante che un istruttore sia aggiornato, ma, quando il ragazzino (perché ad un bambino più piccolo non verrebbe neppure in mente) chiede di fare qualche “gioco di prestigio”, è bene discernere cosa gli sia realmente utile. È solo una perdita di tempo soffermarsi su elementi tecnici troppo elevati rispetto all’età dell’allievo. Ogni età ha i propri elementi tecnici da sviluppare. È pur vero, tuttavia, che in talune situazioni, far colpo sui bambini con la propria bravura personale può essere utile alla causa dell’insegnamento come escamotage per catturare la loro attenzione ed avvalorare una spiegazione, ma senza esagerazioni.

5.Sei Responsabile del Settore Minibasket della società sportiva dove operi da un po’ di anni: hai scelto tu di dedicarti ai bambini più piccoli? Per quale motivo?

È stata una mia scelta, perché si tratta dell’età più complicata. La maggior esperienza, oltre ad accompagnare la pazienza, aiuta ad accorgersi dei dettagli, così da tenere sempre sotto controllo, al contempo, i singoli e il gruppo. In particolare, la fascia d’età 4-5 anni è controversa: non tutte le società vi si cimentano, anche per motivi economici, tuttavia si tratta di un investimento per il futuro perché i bambini iniziano ad avvicinarsi ad uno sport che, in futuro, potrebbe, per qualcuno diventare una passione trascinante. La differenza tra chi inizia a 4 anni e chi inizia dopo si vede già a 7 anni: chi ha iniziato prima, si trova già in un ambiente a lui familiare e questo è positivo per le sicurezze che il bambino sviluppa.

6. Qual è la motivazione che ti ha spinto a svolgere questo servizio, con dedizione, entusiasmo, creatività e carisma?

Pazienza, divertimento, passione, ma anche attitudine: ho sempre preferito insegnare ai bambini più piccoli, quasi per offrire un’esperienza che io non ho potuto fare, dal momento che, personalmente, ho scoperto il basket più tardi, a 13 anni, tramite un amico. Da quel momento, essendomi piaciuta l’esperienza, me ne sono innamorato, ed è diventato il “mio” sport. Appena compiuti i 18 anni, , su suggerimento del mio allenatore, ho partecipato al Corso per diventare Istruttore Minibasket e da lì in poi, ho iniziato ad avviare i bambini alla pratica di questo sport. In seguito, parallelamente all’attività di Istruttore Minibasket e smessi i panni del giocatore, ho scoperto e vissuto un’altra faccia del basket, quella del Settore Arbitrale, calcando i parquet d’Italia per più di un decennio. E anche in questo Settore, alla fine, mi sono ritrovato a dedicare la mia “esperienza” ai più giovani, nel ruolo di Istruttore Miniarbitri.
Sicuramente, senza la passione per quello che fai, non riesci a continuare a farlo per trent’anni, e oltre.

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L’impressione è che la passione e l’entusiasmo abbiano necessità di nutrirsi alla scuola della professionalità e della serietà. Dietro alla facciata guascona, il lavoro da svolgere è impegnativo e mai scontato: non basteranno mai né la simpatia né la tecnica, da sole, a fare un buon istruttore. “L’educazione è cosa del cuore” amava dire don Bosco: non sarà un caso che l’ultimo gruppo di bambini con cui l’ho visto all’opera era sotto la protezione del santo piemontese.
Dopo una chiacchierata intensa, la sensazione che mi rimane attaccata alla pelle è quella di condividere con tanti “colleghi”, ormai di tutte le età, il dono enorme di aver potuto conoscere un adulto serio e professionale, capace di accettare la sfida di diventare un punto di riferimento per i più piccoli, attraverso il gioco e lo sport, senza mai perdere un cuore fanciullo.

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