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Nel dodicesimo capitolo del testo, si evidenzia come la ribellione non sia solo frutto di un peccato, ma è l’inseguimento consapevole di una fantomatica “autonomia”. Ciò è evidenziato anche ripercorrendo la storia di Giacobbe (Genesi, capp. 25-35), soprattutto secondo questo punto di vista: ne sono infatti notati soprattutto i motivi per cui non dovrebbe essere un modello, cioè la tendenza ad ingannare, pur di ottenere quanto persegue (Os 12,4-7). Si parla, in modo esplicito, dell’inganno, tramite bilance false (Os 12,8): la gravità di questa colpa risiede proprio nell’inganno, cioè nel “perseverare” nel peccato, nel non riuscire ad ammettere di avere commesso peccato.
Il mix letale di idolatria, ingratitudine e la collezione di una serie di scelte politiche errate (nel tentativo di essere autonomo) sta conducendo Israele verso la decadenza. Allora l’unica arma in mano a Dio è ricordargli l’Alleanza (Os 12, 10-15).
Shemà, Israel! Ricorda, Israele. È più di una liturgia, è un far memoria, del cuore e della mente insieme, che unisce il passato al presente, per poterlo proiettare nel futuro, con energia rinnovata. ecco, allora che, proprio nel momento dell’allontanamento, si riaffaccia il solenne ricordo dell’alleanza sancita nel deserto (Es 20,2). Il ritorno al vero Dio e la purificazione del cuore avviene davvero solo grazie al ricordo del bene ricevuto in modo gratuito.

«Dio ama l’umanità non perché essa è buona, ma perché Lui è buono» (A. Chieregatti).

È questa, del resto, la grazia: il bene, che si riceve gratis, in modo gratuito e immeritato (non unicamente nel senso che non è meritato - o, meglio, “meritabile” - bensì, più in profondità, perché ricevuto al-di-là dei meriti, oltre essi). Se sperassimo di ricevere amore in modo proporzionale alle nostre forze, avremmo sicuramente mal riposto le nostre speranze. La grazia che ci ricopre è ricevere in modo sproporzionato occasione d’amare ed essere amati, al di là dei nostri meriti e sulla base del progetto di Dio su di noi.
Nel tredicesimo capitolo, troviamo la condanna del culto di Baal, che, prevedeva, tra gli altri, la prostituzione sacra: per questo motivo, d’ora innanzi, la parola prostituzione, nella Bibbia, sarà spesso accostata all’idolatria, diventandone quasi sinonimo, nell’immagine del popolo di Dio come sposa del Signore.
Approcciando questi versi, tendiamo a sentircene, a torto, lontani, come se non potessero riguardarci perché non sappiamo, forse, neppure chi sia Baal e, di conseguenza, non lo abbiamo mai seguito. In realtà, il rischio di idolatria è tremendamente quotidiano e noi siamo chiamati a distruggere la nostra, personale idea di Dio, per rispolverare e riscoprire chi sia veramente, per non incorrere, anche noi, nell’idolatria di un Dio che non corrisponde al vero Dio. È così in tutti i rapporti. Ed è vero soprattutto in una psicologia al femminile: la tendenza è crearsi un modello, idealizzare le persone, fino a sostituirle alla loro realtà. È necessario distruggere la nostra idea sulle persone, per evitare di amare un ideale inesistente, al posto della realtà. Spesso, proprio questo è il vero motivo per cui le persone ci deludono. Non le conosciamo veramente, ci facciamo un’idea su di loro, a partire da pochi elementi e, rifiutando di approfondire la realtà, creiamo enormi castelli in aria, dal contenuto fantastico. Illudendoci, però, che corrispondano a realtà, rischiando così di creare un mondo utopico, esistente solo dentro alla nostra testa.

«Eppure io sono il Signore tuo Dio
fin dal paese d'Egitto,
non devi conoscere altro Dio fuori di me,
non c'è salvatore fuori di me.
Io ti ho protetto nel deserto,
in quell'arida terra.
Nel loro pascolo si sono saziati,
si sono saziati e il loro cuore si è inorgoglito,
per questo mi hanno dimenticato».
(Os 13, 4-6)

Anche noi, spesso, ci comportiamo come il popolo d’Israele: ci ricordiamo di Dio, nelle difficoltà: per il resto del tempo, preferiamo “vivere come se non esistesse”. Del resto, è illusorio pensare la fede come la soluzione ai nostri problemi: la realtà ci dimostra che non è così. Credere non ci evita la sofferenza, la malattia o il dolore, pur offrendoci una prospettiva di speranza con cui guardare a tutto ciò.
Nei versi seguenti, arriva ad una metafora feroce, dicendo che sbranerà il proprio popolo. «Quando YHWH combatte contro il suo popolo, combatte contro se stesso: quando fa male al suo popolo, fa male a se stesso; quando porta il suo popolo verso la libertà facendolo passare attraverso sofferenze enormi, sottopone se stesso a queste sofferenze enormi. [...] Non è vero che il modello di Dio rappresentato nella Bibbia sia un modello di Dio troppo alto: è troppo umano. [...] Il Dio che tocca la nostra storia, che passa le nostre stesse peripezie, i nostri stessi dubbi, , le nostre stesse incertezze, le nostre stesse paure, è un Dio che ci disorienta. Dio dice: “Non ti preoccupare, ci sono anch’io” ma a noi questo non basta» (A. Chieregatti). Egli si fa nostro compagno nella sofferenza (come, del resto, Cristo sulla Croce) e ci sprona, innanzitutto, affinché noi ci facciamo compagni gli uni gli altri delle altrui sofferenze. Non ci abbandona mai, perché è il sempre-presente (“Io sono” cfr. Es 3,14).
«Ognuno esiste, nella relazione, perché appartiene all’altro» (A. Chieregatti): è così nei rapporti tra le persone, più evidente, forse, nell’innamoramento, in cui ciascuno di noi “prende luce” dallo sguardo amante che si riversa di lui. Così è, a maggior ragione, nel rapporto con Dio, ognuno acquista significato proprio nell’amore che lo riveste.
Infatti, come il figlio citato da Osea (13,13), anche noi, a volte, rifiutiamo la vita, ci spaventiamo di fronte alle difficoltà, fino a desiderare, talvolta, in un impeto di rabbia e di disperazione “di non essere mai nati”. La vera domanda che sottende la sensazione di non voler vivere non è la vita in sé, bensì la domanda radicale: «Ne vale la pena?». Perché l’uomo è capace di imprese grandiose, a fronte di un motivo che sappia scuoterlo e metterlo in marcia. Fino al paradosso che, spesso, trovano più ragioni per vivere proprio le persone che, a logica, dovrebbero fare più fatica a trovarne
«Dov'è, o morte, la tua peste? Dov'è, o inferi, il vostro sterminio?» (Os 13,14) sono i versi che San Paolo riprende (1Cor 15,55), trasformandoli in un saluto alla morte, ormai sconfitta dal trionfo della Resurrezione di Cristo, che nella Sequenza Pasquale è reso metaforicamente con l’efficace immagine di un duello tra vita e morte: Mors et vita duello conflixére mirando: dux vitae mortuus regnat vivus (morte e vita si sono affrontate in un prodigioso duello: il Signore della vita era morto, ma ora, vivo, regna).
Al primo verso del quattordicesimo capitolo, la situazione appare tragica, tanto che la domanda è se sia il caso di trasmettere ancora la vita. Ciò che segue risulta infatti un’aggiunta successiva, rispetto al resto e costituisce una sorta di liturgia penitenziale di un reale ritorno, stavolta con un pentimento sincero, di Israele all’Unico che può davvero salvare e proteggere.
“Torna” è, infatti, il leit-motiv dell'intero capitolo conclusivo e rappresenta - insieme - augurio, auspicio ed esortazione. Come il figlio prodigo (Lc 15, 11-32), che torna a casa, consapevole delle proprie colpe e dei propri non - meriti, non ancora fiducioso nel perdono, ma “sperando contro ogni speranza” (Rom 4,18, in cui, però, fa riferimento ad Abramo) perché la lontananza gli aveva svelato la bontà del Padre.
«Ritorneranno a sedersi alla mia ombra» (14,8) sancisce, nel finale il profeta.Sedersi “all’ombra di Dio” è avere la certezza di Qualcuno al proprio fianco che ti protegge. Ѐ il suggello del patto ricomposto, dell’alleanza riallacciata, tra Dio e il suo popolo, tra Dio e ciascuno di noi.
Non illudiamoci che questo segni la fine. La nostra natura umana, soggetta al peccato, non ci consente quella fedeltà che vorremmo. Per cui, soltanto nodo dopo nodo, l’alleanza si ricucirà nuovamente, fino alla comunione totale, in Dio, al di là del velo della morte.


Vedi:
Osea e la pedagogia di Dio (II)
Osea e la pedagogia di Dio (I)
Osea e la pedagogia di Dio (introduzione)


Fonti:
Arrigo Chieregatti, Osea. Lettura spirituale. Bologna, EDB, 2012.
Anna Maria Cànopi, Là parlerò al suo cuore - lectio divina sul libro di Osea. Milano, Paoline, 2005

Fonte immagine: pexels

Maddalena Negri
L'autore: Maddalena Negri

Classe 1986, orgogliosamente nata sotto il sole del 13 agosto. Ama scrivere e vi si cimenta, con alterna fortuna, dall’età di otto anni. Privilegia, inizialmente, racconti e scopre la poesia solo più tardi, a 14 anni.
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