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«Come chi solleva un bimbo alla guancia»

Nel quarto capitolo del libro, Osea procede alla disamina delle colpe “reali” e storiche, al di là dell’immagine sponsale, discernendo con attenzione le colpe dell’intero popolo, da quelle dei sacerdoti. Nell’analizzare le colpe del popolo, l’accusa è totale, in quanto mancanza di fronte ad un amore (quello di Dio), che è totalizzante (Os 4,1-3). La descrizione che fa il profeta è di disastro totale: perfino la creazione ne soffre, a sottolineare che «il male non danneggia solo chi lo commette, ma diventa fermento di morte per tutti» (Canopi, op. citata, p. 37). Tuttavia, trova la radice del peccato nella mancanza di conoscenza di Dio e quest’ultima è da ascrivere ai sacerdoti che, come casta, allontanano da Dio chi non ha gli strumenti per conoscerLo, senza il loro aiuto. Da ciò, prende l’avvio l’accusa ai sacerdoti.
«Contro di te, sacerdote, muovo l’accusa» (Os 4,4b): questo “tu” riguarda ciascuno di noi, dal momento che, in forza del Battesimo, siamo chiamati ad essere re, sacerdoti e profeti, in quanto parte del Corpo di Cristo, che ha questi incarichi e ci ha lasciato il testimone.
L’invito è, quindi, a diventare protagonisti della nostra personale storia di fede, se necessario, anche qualora i sacerdoti ordinati mostrassero la propria inadeguatezza. La conoscenza, nella Bibbia, non è mai puramente intellettuale, bensì esperienza diretta, a cui siamo chiamati.
“Ascoltate” è l’imperativo con cui si apre il quinto capitolo. Introduce nuove esortazioni, sottolineando l’importanza di un’azione, spesso, sottovalutata: l’ascoltare, quale disponibilità di ricevere una parola che sia importante per noi e che non potrà mai essere tale se trova supponenza ed illusione di saper già tutto.
Mentre Israele si allontana da Dio, Questi, però, non si allontana da Israele e “si fa trovare da chi non Lo cerca” (Isaia 65,1). Il popolo, convinto dai capi, s’illude di ritrovare Dio tramite il ritorno ai riti, ma privo dell’amore, come se fosse possibile “acquistare” i favori di Dio, moltiplicando i doni per Lui, che già tutto possiede e nulla Gli manca!
Qui arriviamo al verso forse più famoso di tutto il libro di Osea (6,6): «Misericordia voglio, non sacrifici; la conoscenza di Dio, più degli olocausti». L’invito è a riempire di senso il rito, espandendolo nella concretezza della vita, affinché diventi essa stessa liturgia gradita a Dio.
Abbiamo ribaltato i rapporti di forza, rendendolo a nostra immagine e somiglianza, ma non curandoci di assomigliarGli.In quest’esortazione, Osea riprende il profeta Amos (5,21-27) che, come lui, invita a cercare la giustizia, invece di moltiplicare i riti con cui rendere unu onore solo esteriore a Dio.
Nell’ottavo capitolo, troviamo l’origine di un detto popolare famosissimo, di cui, però, probabilmente, tanti ignorano l’origine biblica:

«Hanno seminato vento, raccoglieranno tempesta» (Os 8,7)

Sia il Nord che il Sud dimostrano desiderio di autonomia da Dio, nell’illusione di poter “bastare a se stessi”: mentre il primo si dà all’idolatria, il secondo “moltiplica le fortezze” (Os 8,14), manifestando fiducia nella propria forza militare.
Se ci pensiamo, questa è una tentazione molto viva nella nostra vita: la volontà di relegare Dio alla domenica, per la Messa, senza però accettare che la Parola interroghi la vita in profondità e nella quotidianità ci accompagna. Bene si è fatto interprete di tale pensiero il don Rodrigo di manzoniana memoria, che borbottava, all’intromissione di fra Cristoforo nei suoi loschi piani:

«Lei mi parlerà della mia coscienza, quando verrò a confessarmi da lei. In quanto al mio onore, ha da sapere che il custode ne son io, e io solo; e che chiunque ardisce entrare a parte con me di questa cura, lo riguardo come il temerario che l’offende».

Quanto spesso, anche noi reagiamo in questo modo risentito, almeno nel pensiero?
Tuttavia, è proprio la mancanza di un culto autentico che lega il popolo a un dio che non libera. È proprio la garanzia di libertà il sigillo di garanzia. Dio mette in guardia dal peccato, ma non impedisce di compierlo. Di fronte al figlio minore che lo dichiara morto anzitempo, chiedendogli l’eredità in anticipo, il Padre acconsente alla richiesta, pur con la tristezza nel cuore e lascia che si allontani; non lo rincorre, né gli impedisce di sbagliare, pur attendendo con ansia il ritorno, tanto che gli corre incontro, quando quello è ancora lontano e ciò è possibile solo perché il Padre non aspettava altro e continuava a guardare dalla finestra, in attesa del suo ritorno (cfr. Lc 15, 11-32). A Dio sta a cuore il nostro libero arbitrio, come mostra la Sacra Scrittura, motivo per il quale risulta arduo pensare che possa accontentarsi dell’arbitrio servile, di cui parla Lutero. Senza libertà, non è possibile neanche l’accoglienza del progetto di Dio.
Il decimo capitolo mostra l’apice dell’allontanamento di Dio. L’idolatria dilagante (il Signore torna ad essere venerato, non più in maniera esclusiva, bensì insieme con altri idoli) conduce anche alla corruzione morale: chi è incaricato di amministrare la giustizia, la “avvelena”, pensando solo ai propri interessi. Quando il benessere si cambia in catastrofe, si riavvicina di nuovo a Dio, con più sincerità e reale volontà di adesione. Ecco, quindi che l’ignominia e la desolazione si trasformazione nella situazione - limite che offre le condizioni migliori per il riscatto, nella ricerca di Dio.«Io li traevo con legami di bontà, con vincoli d’amore: ero come chi solleva un bimbo alla sua guancia; mi chinavo su di lui per dargli da mangiare» (10,4): Dio enumera il bene compiuto verso Israele, nella metafora di un padre premuroso. La forza paterna non viene meno di fronte al figlio piccolo, ma si adatta a lui, diventando tenerezza e sostegno alla sua fragilità.
«Il mio cuore si commuove dentro di me, il mio intimo freme di compassione» (11,8) dice Dio: la tenerezza vince il cuore di Dio. Pur lasciando la libertà, Dio non può non vedere l’angoscia e lo struggimento che colgono chi si allontana. Il profeta Osea, portavoce della Parola di Dio, precorre il Nuovo testamento, mettendo a nudo un Dio i cui “visceri” sono lacerati, di fronte al perseverare nel Male dei propri figli. Come un adolescente, ribelle, allontanandosi da casa, cerca la propria libertà e vuole sperimentarsi in qualcosa di nuovo: spesso, però, non ottiene che dolore e frustrazione. Nel libro di Osea, Dio si mostra in tutta la propria fragilità: la fragilità dell’uomo sembra quasi mettere in difficoltà Dio, che, pur rimanendo a distanza, non può fare a meno di guardare i tentativi di autonomia del proprio popolo, con la tenerezza di un Padre. Di più. Come una madre, di fronte al figlio che ha preso la via della perdizione: vorrebbe intervenire, ma spesso non le è possibile. Vede il figlio smarrirsi e l’unica cosa che le rimane è perdurare anch’essa nell’amore per lui, speranzosa che la propria fedeltà nell’amore possa condurre il figlio a comprendere i propri errori.
Nel versetto 11 (“dall’Egitto ho chiamato mio figlio”), abbiamo infine una prefigurazione delle vicissitudini del Nazareno in Egitto, a causa della persecuzione di Erode; al contempo, tuttavia, richiama ad un riscatto sempre possibile, proprio quando il dramma si fa più feroce, facendo memoria della salvezza pervenuta al popolo ebraico, per mano di Mosé, durante la cattività egiziana.

[continua...]


Vedi:
Osea e la pedagogia di Dio (I)
Osea e la pedagogia di Dio (introduzione)


Fonti:
Arrigo Chieregatti, Osea. Lettura spirituale. Bologna, EDB, 2012.
Anna Maria Cànopi, Là parlerò al suo cuore - lectio divina sul libro di Osea. Milano, Paoline, 2005

Fonte immagine: pexels

Maddalena Negri
L'autore: Maddalena Negri

Classe 1986, orgogliosamente nata sotto il sole del 13 agosto. Ama scrivere e vi si cimenta, con alterna fortuna, dall’età di otto anni. Privilegia, inizialmente, racconti e scopre la poesia solo più tardi, a 14 anni.
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