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Nella ricerca di una relazione, c’è un desiderio di conoscenza che ci spinge, in modo asintotico verso la totalità dell’altro. Quando l’Altro è Dio, diventa chiaro, da subito, come non ci si possa illudere di comprendere (capire) in modo pieno e totale la pienezza altrui, in quanto totalmente-altro da me.
Con Mosé, abbiamo un primo, ma significativo avvicinamento, tra Dio e l’uomo, fino alla conclusione del brano liturgico, che attesta: «Il Signore parlava con Mosè faccia a faccia, come uno parla con il proprio amico»(Es 33,11). Sembra proprio il realizzarsi di un sogno, lungo millenni. Avvicinare l’inavvicinabile, realizzare l’impossibile, rendere vera l’aspirazione più profonda di ogni uomo. Mi è inevitabile provare ad immaginare che, tra gli Israeliti che si alzavano e si prostravano, davanti alla propria tenda, come in un moto liturgico di una celebrazione collettiva, serpeggiasse un qualche disappunto e una qualche forma di umana invidia. Perché, quando accade qualcosa di bello, il nostro cuore, più facilmente volto al peccato che al bene, facilmente è portato a domandarsi “Perché lui (lei) e non me: che cos’ha, meglio di me?”.
La cosa straordinaria di Dio è che la risposta giusta è “Niente”. Dio non funziona per meritocrazia, ma per elezione gratuita, affinché non abbiamo motivo di “divorarci a vicenda”, se non rifacendoci direttamente sul Datore dei doni, che largisce a ciascuno in modo insindacabilmente (e creativamente!) diverso, da una persona all’altra.

Fratelli, vi preghiamo e supplichiamo nel Signore Gesù affinché, come avete imparato da noi il modo di comportarvi e di piacere a Dio – e così già vi comportate –, possiate progredire ancora di più (1Ts 4,1)

È interessante la progressio che suggerisce l’Apostolo: riconosce l’apprendimento, tuttavia incoraggia il miglioramento, con un’assertività ante litteram, che è ripresa da una bellissima preghiera liturgica, che mi si è piantata in testa, proprio durante un viaggio in Africa: “A quanti cercano la verità, concedi la gioia di trovarla, e il desiderio di cercarla ancora, dopo averla trovata”. Quasi a dire che la non è possibile - mai - possedere la Verità: al massimo, potremmo dire che è essa a possedere noi. Essendo però incalcolabilmente più grande di noi, il nostro sforzo verso di lei rimane sempre in movimento, anche quanto ottiene i frutti sperati. a fronte di questa certezza, le ipotesi possibili sono - in sostanza - due: o lasciarsi pervadere dalla rassegnazione di non arrivare mai alla completezza, oppure aprirsi con gioia alla sfida di progredire sempre di più nella certezza che la perfezione possa riposare solo in Dio, ma che Egli ci ama già nella nostra imperfezione, che Egli stesso rende amabile, col proprio amore.

«Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché egli nascesse cieco?». Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è così perché si manifestassero in lui le opere di Dio» (Gv 9,2-3)

Il brano evangelico di Giovanni si apre con una domanda, di quelle toste, che nasce tra i discepoli. È l’eterna domanda, probabilmente mai del tutto risolta né sopita sul perché esista il male, quello più difficile da sopportare e “digerire”. Potremmo dire, il male ontologico. Quello che non nasce da un’idea maligna, né è diretta conseguenza di una scelta malvagia. Il male che, per così dire, capita e basta. Quello per cui è difficile trovare colpevoli. Le malattie genetiche: perché esistono. Dio - forse - ha fatto un errore, verrebbe da pensare. Ma la risposta di Gesù porta in un’altra direzione. La fragilità umana ci annichilisce, ci sconcerta, ci mette in imbarazzo: forse, proprio per questo, vorremmo eliminarla dalla faccia della terra, togliendo ogni traccia di malati, per essere più precisi. Dalla lettura di oggi però traspare una verità importante su ciascuno di noi. La luce non viene (solo) dalla perfezione. Ci sono fratture che diventano passaggi per la vera Luce. Non sono un’esperta al riguardo, ma mi viene da pensare alla differenza tra diamante e carbone: entrambi sono formati da atomi di carbonio, l’unica differenza risiede nella loro disposizione. Eppure, il risultato è, ai nostri occhi, molto diverso, tra i due materiali!
Gesù decide quindi di compiere il miracolo: si avvicina al cieco, impasta del fango sui suoi occhi (che, a chi è avvezzo alle Scritture, non può che ricordare il racconto della creazione dell’uomo, contenuto nella Genesi, richiamando, quindi a una nuova creazione) e gli ordina di andare a lavarsi alla piscina di Siloe, se vuole avere la vista.
S’inserisce, però, un dettaglio di non poca importanza.“Era infatti sabato il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi” (Gv 9,14) annota infatti il discepolo amato: sembra farlo apposta, il rabbi di Galilea. Quasi si fa pregare per avere un miracolo, ma, quando poi avviene, immancabilmente, si tratta di un sabato. Quasi ci tenesse a cercare rogne con scribi e farisei… o, forse, la spiegazione è un’altra. Volutamente, s’inserisce nella tradizione del sabato, per purificarla dal legalismo e riportarla allo spirito delle origini. Il giorno festivo è giorno di libertà. Dunque, il momento migliore per liberare un uomo dal male che lo tormenta, limitandone, con la libertà e l’autonomia, l’accettazione sociale.
Non è così, per quest’uomo, cieco dalla nascita, come fu per altri, come per i dieci lebbrosi, ad esempio (Lc 5,12-14). A cambiare, sono i tempi: stringe il tempo, come un cappio intorno al collo del Messia. I capi d’Israele vedono ormai in Lui un pericolo e chiunque sia ascrivibile a Lui, diventa, di riflesso, un pericolo sociale. Al cieco nato Gesù restituisce la vista, ma, a causa di questa guarigione, continua ad essere escluso dall’assemblea della sinagoga. Persino i suoi stessi genitori, interrogati, fanno un passo indietro e prendono le distanze da lui quasi che, dopo la guarigione, non siano più in grado di riconoscerlo come loro figlio («Sappiamo che questo è il nostro figlio e che è nato cieco; come poi ora ci veda, non lo sappiamo, né sappiamo chi gli ha aperto gli occhi; chiedetelo a lui, ha l'età, parlerà lui di se stesso», Gv 4, 20-21).
Interrogato, dunque, forse per l’inattesa guarigione che gli dona inaspettati coraggio e parlantina, il nostro ex-cieco nato mostra una retorica invidiabile. Ai Giudei che lo interrogano, risponde, piccato: «Ve l'ho già detto e non mi avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?» (Gv 4,27). Punti sul vivo, quelli incalzano con le domande, sottolineando di essere seguaci di Mosè, non di uno che “non sanno di dove sia”. Proprio tale precisazione, dà modo all’uomo di impartire loro una lezione di teologia, paradossalmente proprio nel solco dell’ortodossia farisaica:

«Proprio questo è strano, che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Ora, noi sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma se uno è timorato di Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non s'è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non fosse da Dio, non avrebbe potuto far nulla» (Gv 4,30 - 33).

 A questo, i Giudei non sanno più che rispondere e, come tutti coloro che non sono in grado di replicare, non rimane loro altro da fare se non troncare - frettolosamente - il discorso, nel disperato tentativo di non perdere la faccia. Quindi, senz’altro aggiungere, lo sbattono fuori dalla sinagoga.
Come spesso accade, è solo dopo aver toccato il fondo, che è possibile tornare a vedere la Luce. Incontratolo, gli chiede se creda nel Figlio dell’Uomo. Era ancora cieco quando aveva incontrato Gesù la prima volta, come potrebbe riconoscere in Lui l’uomo della propria guarigione. Tuttavia, si dimostra aperto al mistero e domanda chi sia quest’uomo. È così che scoppia la fede. Come una bomba. I suoi occhi diventano davvero utili, in quel preciso momento, in cui la luce della fede gli consente di vedere in quell’uomo di Galilea l’Uomo più importante, non solo per la sua vita, ma per l’intera umanità.
Si prostra. E in quel prostrarsi, gesto liturgico, ahimè ormai fuori moda, è racchiuso tutto il senso dell’adorazione per la Persona di Gesù, nel riconoscimento della sua piena divinità ed insostituibilità nella vita di ciascuno.

 

(cfr. letture festive ambrosiane nella IV Domenica di Quaresima - Cieco nato)


Fonte immagine: LDS

Maddalena Negri
L'autore: Maddalena Negri

Classe 1986, orgogliosamente nata sotto il sole del 13 agosto. Ama scrivere e vi si cimenta, con alterna fortuna, dall’età di otto anni. Privilegia, inizialmente, racconti e scopre la poesia solo più tardi, a 14 anni.
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