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vergogna
Come passeri dopo una sassaiola. A bocce ferme - «Chiusa l'inchiesta sul prete a luci rosse» titolavano ieri i giornali – è questa l'immagine che registro nel cuore: un pugno di passeri ritratti nell'istante dopo una sassaiola. I volti storditi, frastornati, il tremolìo sulle ali. Una vicenda, quella che ha visti coinvolti due miei confratelli, che ci ha riguardati tutti. E, riguardandoci, ci ha guardati tutti: ci sono giorni in cui Dio ci scopre, per poi ricoprirci di Sé medesimo. Ci scopre, perché abbiamo tutti bisogno dello sguardo dell'altro per fare verità su noi stessi: non lo sguardo della prurigine ma quello di chi, guardandoci, ci fa provare la vergogna del nostro vivere. La vergogna – è accento tipico del magistero di Francesco – ha bisogno dello sguardo dell'altro. Vergogna il cui campo semantico è opposto a quello della menzogna: la prima è affare del Cielo, la seconda di Lucifero. Ad uccidere non è mai il peccato ma la disperazione: quella di chi, non riuscendo a provare vergogna, s'intestardisce nel pensare non ci sia più alcuna via d'uscita al suo caos.
In questi mesi in tanti avranno pensato, anche detto e scritto : "È tutta una vergogna". Per qualcuno, è una diagnosi sufficiente. Forse, però, non era la sola chiave di lettura di quest'intricata faccenda: a fare la differenza, come in tutte le cose, è lo sguardo che si posa su una faccenda. Il male non va mai giustificato, nemmeno la menzogna che, del male, certi giorni è la radice: cercare di capirlo, senza giustificarlo, potrebbe aiutare a percepire che "È tutta una vergogna" è una delle frasi più belle mai scritte in italiano. Per chi scrive – e scrive sempre a titolo personale, scriverà sempre così – imparare a provare vergogna sul volto è stato il guadagno più gigantesco di quest'anno, un vero e proprio anno di grazia e di misericordia per un sacerdote. Mai come quest'anno ho percepito in tutta la sua forza che cosa significa che la Chiesa è un corpo: se soffre un membro, è il corpo intero a soffrirne, se sbaglia un confratello è l'intera famiglia a patirne. Ancora più del Giubileo Straordinario della Misericordia, si è schiarito che cosa significa che la Grazia di Dio è materia inarrestabile: il massimo possibile è di costringerla a proseguire a zig-zag, arrestarla mai. Basterebbe leggere le prime righe del Vangelo di Matteo per mettersi l'anima in pace: nessun uomo ha una genealogia carnale così spaventosa come quella che ha avuto Cristo. Tutta una storia infestata di corna, truffe, incesti, baruffe. La Grazia attraversò tutto questo bailamme e, illuminandolo, da esso fece discendere il Dio-bambino. La salvezza.
Da prete, ho guadagnato la vergogna sul volto: come se qualcuno avesse acceso una luce nel giardino vicino alla mia casa e, senza volerlo, avesse fatto luce anche nel mio, confinante con il suo. Illuminandolo di verità: «A te conviene la giustizia, Signore, a noi la vergogna sul volto (...) perché abbiamo peccato contro di te» (Dn 9,7-8). D'altronde c'erano due modi per leggere tutto quello che dicono sia accaduto. Il primo era di fare l'autopsia, immaginando di scoprire il vero corpo della Chiesa, il vero cuore di un sacerdote, solo perché lo si è aperto. Per poi scoprire che, comunque siano andate le cose, ogni uomo è sempre più grande dello sbaglio che commette. Qualsiasi sacerdote è sempre più grande della somma di tutte le sue infedeltà. Il secondo, ostico ma salvifico, era di leggere dentro tutta questa faccenda un'occasione di grazia: nello sbaglio di uno, Dio aveva nascosto una possibile riparazione per gli sbagli di tutti. Nel caos del tradimento, Dio ha nascosto le logiche della misericordia: «Quella che mi commuove di più è la vergogna di Giuda (...) La vergogna è una grazia - mi confidò Papa Francesco nel nostro programma sul Padre-nostro.
Tutto è grazia: lo scoprirsi nudi, striati, vergognosi. Sentirsi rinfacciare: "È stata tutta una vergogna". Ho misurato quanto pesa la vergogna-sul-volto. Non è stato affatto tempo perso: in me è valso come un corso di esercizi-spirituali.

(da Il Mattino di Padova, 21 gennaio 2018)


(Immagine tratta da http://nilgunkostem.com)

don Marco Pozza
L'autore: don Marco Pozza

Marco Pozza (1979), parroco della parrocchia del carcere Due Palazzi di Padova, è uno «straccio di prete al quale Dio s'intestardisce ad accreditare simpatia, usando misericordia», come ama dire di se stesso.
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Commenti   

lucetta
#1 RE: Il mio corso di esercizi-spirituali: "E' stata tutta una vergogna"lucetta 31-01-2018 18:25
Tu hai provato vergogna, immagina cosa devono aver provato coloro che pregano e difendono i loro sacerdoti contro le cattiverie ed oscenità che sentono piovere loro addosso ingiustamente. Chi ama Gesù veramente capisce, comprende le debolezze umane, i peccati commessi dal prete, ma chi non ama il Signore si sente autorizzato a condannare e di conseguenza a giustificare i propri peccati. Che il Signore abbia pietà di tutti.
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