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missione

Uno dei primissimi significati della parola “missionario” quando ci si affida alla consultazione dei dizionari on-line: «Sacerdote o laico cristiano mandato in terre non cristiane a propagandarvi la fede». Ottobre, da sempre, è il mese che la Chiesa dedica alle missioni: non tanto una pubblicità di raccolta-fondi, quanto una sorta di promemoria dell'origine stessa della Chiesa. Che, stando alle fonti, non è nata dentro la sacrestia di qualche sperduta borgata della Galilea, ma ha visto la luce dentro le strade polverose di una terra che, fino ad allora, viveva in attesa di quel Passaggio. Le è congenita, dunque, l'asfissia per la claustrofobia: o è in viaggio per conto-terzi, sulle strade, oppure non è la Chiesa che sognava il Cristo fondatore. Stando così le cose, “missionario” non è il prete con la barba lunga e bianca, coi sandali ai piedi, la faccia sfinita dai digiuni, la veste odorosa di foresta: non è solo-quello. Missionario è il soprannome che il cristiano si cuce addosso quando, sedotto da un amore irrazionale, accetta d'appartenere alla scuderia di Cristo. Agli inizi di ottobre – appena dopo la transumanza che sta lì a ricordarmi le mie radici agricole – la parola “missione” mi ricorda l'altra faccia di chi sono: un uomo al quale qualcuno/a testimoniato Cristo in maniera così credibile d'avermi fatto una sorta di trasfusione-di-sangue. Il suo sangue dentro il mio: due sangui ormai indistinguibili. La mia fede è una trasfusione di sangue.
La nostra, sotto-sotto, è una terra buona: la nostra generosità, per chi vuol sapere chi siamo e da dove veniamo, non è questione di moneta-di-ferro: arriva dalla somma del sangue versato dai nostri missionari morti a causa del Vangelo in terre lontane. Il sangue-versato è moneta credibile in materia d'Amore, sin dai primi tempi dell'avventura cristiana. L'andare-lontano, però, è l'altra direzione di essere missionario: quella dell'andare-vicino, dello stare-vicino, del raccontare il Vangelo a casa nostra, con la nostra vita, tra i nostri simili che dicono d'andare d'accordo con Gesù Cristo. Qui, in terra-cristiana, l'annuncio di Cristo è passato millenni fa, le radici cono così odorose di Vangelo che ne abbiamo fatto vessillo di identità-differente, il nostro calendario poggia su memorie di fatti collegati alla storia più luminosa mai raccontata. Siccome l'abbiamo sentito tantissime volte – fino, addirittura, a pensare che ce l'abbiamo in tasca nostra – Dio sta correndo il rischio d'essere diventato una cantilena, una somma di parole-in-codice, lingua che si usa per giustificare il tutto, quando è il niente ad invaderci il cuore. Non fu solo una provocazione quella che don Primo Mazzolari scrisse alla sua gente, il giorno dopo la bastonata della guerra: «Non voglio obbligarvi a quest'incontro, se non ne sentite la voglia: né pregiudicarlo col dirvi chi Egli sia per me». Senza libertà d'andarsene, non sboccerà la gioia di restarsene: «Siete liberi di andargli incontro o di voltargli le spalle e di accostarlo come vi piace e se vi piace». C'è un'unica cosa che, intellettualmente onesti, dovremmo lasciar fare, per poi poter fare da noi: «Una cosa vi chiedo: lasciatelo parlare. Dopo, farete come vorrete» (Il compagno Cristo). È l'andare-in-missione che più m'incuriosisce: risvegliare l'addormentato, re-incuriosire l'annoiato, riaccendere la luce, restaurare l'antico, riportare alla luce ciò ch'è stato abbandonato. Il missionario è il restauratore del Volto: troppo bello per vederlo polveroso, trascurato, abbandonato in mansarda.
Vado fiero dei miei fratelli che vanno-lontani a piantare sementi di Cristo: il loro andare-lontano mi serve da pungolo per rimanere-vicino, a casa mia. Dove l'esser-cristiano è divenuto carta-d'imbarco per fare scorrere merci più veloce, disegnare confini, scritturare patti: c'era una volta il cristianesimo. C'è ancora, è cambiata solo la moneta con la quale si paga la testimonianza: altrove Dio, e i suoi, li sgozzano, li torturano, li bruciano. Da noi li si prende in giro, esponendoli in ridicolo, mettendoli “tra-virgolette”. È la missione nelle terre dell'intelligenza.

(da Il Mattino di Padova, 8 ottobre 2017)

don Marco Pozza
L'autore: don Marco Pozza

Marco Pozza (1979), parroco della parrocchia del carcere Due Palazzi di Padova, è uno «straccio di prete al quale Dio s'intestardisce ad accreditare simpatia, usando misericordia», come ama dire di se stesso.
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Commenti   

lucetta
#1 RE: Missionari anche senza barba-lunga e senza sandalilucetta 2017-10-10 17:17
«Siete liberi di andargli incontro o di voltargli le spalle e di accostarlo come vi piace e se vi piace».
La libertà è un dono grande e pericoloso allo stesso tempo. In gioventù avrei preferito essere costretta ad evitare il male che non volevo .....ma forse mi spingeva l'orgoglio e la presunzione più che l'amore puro verso Gesù.
pinky60
#2 missionari anche senza barba...pinky60 2017-11-01 22:23
essere missionario è avere il coraggio di non aver paura di essere Liberi.

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