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Donati Schwazer

Quando un nome proprio di persona – prendiamo, come esempio, il nome Alex – si inizia ad abbinarlo con le cifre di un numero, fino quasi a sostituirlo, la mia memoria produce strambe associazioni: nome-numero è l'infausto trucco di quella carogna del male quando, vigliacco per natura, vuol annientare qualcuno senza metterci la faccia. C'è un nome che da oltre un anno – il 22 giugno 2016 La Gazzetta dello Sport ne redasse l'epigrafe nelle sue pagine – viene abbinato ad un numero: A3959325. Il tentativo è quello di far scordare alla memoria della collettività che dietro quel numero, identificativo d'una provetta del laboratorio di Colonia, ci abita la vicenda umana e sportiva di un atleta, un papà, con nome-e-cognome: Alex Schwazer. Colpevole, assieme al dio-laico dell'atletica Sandro Donati, d'aver dimostrato, dati scientifici alla mano, un assioma pestifero per i fan della dea-menzogna: "Senza il doping non solo si riesce a vincere: un atleta può andare ancora più forte". Lo stavano dimostrando, cavalcando aquiloni di chilometri, due uomini avvezzi ad abitare il confine di ciò che pare assurdo, fin quasi inconciliabile: in piedi, da per terra. Da avversari ad alleati nel tentativo di risorgere: «Ero disposto a tutta la fatica pur di ritrovarmi», mi confidò Alex.
La storia è tristemente nota, dal momento che al male piace assai vincere facile: siccome sul campo era praticamente imbattibile, hanno deciso di fermare la sua marcia all'oro di Rio 2016 con un prelievo da carnevale. Furono giorni nei quali lo sport si divise: chi lo difese a spada tratta, come il sottoscritto e questa testata giornalistica; chi rinnegò di conoscerlo, come i vertici dell'atletica; chi, tra i suoi colleghi, manovrò parole con un peso-specifico abnorme: più che in alto, il loro fu un salto-in-basso. Parole-boomerang. Lui, ghigliottina sul collo, scelse la parte in cui stare: sulla riva sinistra dell'Isarco, zona di confine, a mulinare fatica scortato da Sandro, il suo angelo custode. La mattina a limare l'asfalto, le ore di pomeriggio a leggere le carte-farsa per mostrare la fallacia di un'inchiesta il cui unico obiettivo era farlo-fuori dalla competizione. Di più: umiliarlo fino all'osso, chiamarlo a Rio per la sentenza, immortalarlo perdente, farlo rincasare con la coda tra le gambe. "Abbiamo vinto!", hanno pensato: la menzogna ha dei tassi d'imbecillità tali da non accorgersi che la verità, il suo esatto opposto, ama i tempi lunghi per svelarsi. La menzogna è centometrista, la verità è marciatrice: l'importante non è distribuire il problema, ma concentrare le risposte.
Un anno dopo, Nando Sanvito – giornalista indomito, puntiglioso – attesta l'esistenza di 23 mail compromettenti, sottratte ad un sistema informatico della IAAF dall'hacker Fancy Bear. È l'annunciazione della verità alla menzogna: "La pagherai salata!". Il tema delle mail è come difendersi dal Tribunale di Bolzano che, carte alla mano, li mette tutti con le spalle al muro. I soggetti smascherati sono i medesimi denunciati da Sandro Donati, all'indomani della truffa: su tutti Thomas Capdevielle, gran capo dei controlli-ad-orologeria. La cosa buffa è che gli hacker sono riconducibili ai servizi segreti russi: la Russia, impantanata fino al collo, aveva tentato di far gareggiare Alex sotto la sua bandiera, all'indomani dell'oro di Pechino. Rifiutò: la classe dell'atleta era nota prima agli avversari, poi ai dirigenti, infine agli allenatori avversari. Ai detrattori. Adesso che il cerchio si stringe, la menzogna è assediata. Il GIP chiede l'invio delle provette, che sono il corpo del reato, in Italia. La IAAF e la WADA non vogliono: il rischio di vedersi crollare addosso quel castello di sabbia-e-urina non è mai stato così vicino alla possibilità. Non è difficile mettere in pratica una decisione, bensì prenderla.
Alex la decisione l'ha già presa: non-si-molla. Il Cielo gli ha reso ulteriori difese, evidenti accrediti di fiducia: Ida, tre mesi, è frutto dell'amore con Kathy. Nell'inferno, generare vita è una faccenda che imbufalisce il male, che cercava un Pantani-bis. Sconfitta numero uno. L'altra è in avanzato stato di gravidanza.

(da Il Sussidiario, 1 luglio 2017)

don Marco Pozza
L'autore: don Marco Pozza

Marco Pozza (1979), parroco della parrocchia del carcere Due Palazzi di Padova, è uno «straccio di prete al quale Dio s'intestardisce ad accreditare simpatia, usando misericordia», come ama dire di se stesso.
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