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Tiziano

È uno dei capolavori di Tiziano Vecellio. Un'opera del 1515 che trova la sua bellezza nelle due figure centrali: una donna vestita, l'altra nuda. Il titolo del quadro: "Amor sacro e Amore profano". Nella mia memoria sta assieme alla più bella lezione di teologia, ad opera di Michael Paul Gallagher. Il preludio del suo corso fu la proiezione sullo schermo di quel quadro. Con una domanda: "Quale donna rappresenta l'amore sacro, quale il profano?" La risposta fu quasi-ovvia: "Il sacro quella vestita, la nuda è il profano". Sconsolato, il professore scosse la testa. E scatenò meraviglia: "Siete stati troppi anni a catechismo. Rovesciate quell'immagine di Dio". La donna nuda è amor sacro. La sua teologia fu tutta qui: correggere l'immagine distorta di Dio, dei suoi segreti percorsi quaggiù.
Pasqua è la primavera dei sensi, stagione di festa, anche risveglio di una sensibilità perduta. Di una sensualità, quella del Crocifisso Risorto, così inattesa d'apparire persino sconcertante. Inimmaginabile. La ciurma dei discepoli non è capace di riconoscere l'Amico-risorto. Ne sono toccati, trafitti nell'intimo: «Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi?» (Lc 24,32). Il loro piccolo cuore – che nella morte s'era fatto quasi d'inferno, per la troppa mestizia – s'allarga fino quasi a divenire l'incrocio nel quale Dio fissa l'appuntamento con la storia. Come? Com'è suo solito: in punta di piedi, sottovoce, a piedi scalzi. E' il suo stile agire così, in maniera sommessa, non puoi sbagliarti: «Vuole arrivare all'umanità soltanto attraverso la fede dei suoi ai quali si manifesta. Di continuo egli bussa alle porte dei cuori e, se gli apriamo, lentamente ci rende capaci di vedere» (J. Ratzinger). L'onnipotente va a confinarsi nell'impotenza dell'uomo.
Fare-teologia è ricercare tracce dell'onnipotenza nelle peripezie della vita di quaggiù, nella zona dell'impotenza. E' una forma di sapere la teologia: calarsi come minatori nella Parola di Dio per andare a carpire che cosa Lui ha svelato di sé. Non è solo intelletto, però: è anche questione di affetti, i cui effetti svelano l'intreccio tra Creatore e creatura, tra infinitezza e limite, tra la perfezione e l'imperfezione. Un sapere che, inevitabilmente, trattiene un sapore: un Dio che chiedesse all'uomo di umiliare ciò che è profondamente umano è un Dio che non meriterebbe affatto d'essere adorato. Quello cristiano è il Dio degli affetti e dei desideri, dell'emozione, della narrazione. Dei cinque-sensi: gusto, udito, tatto, odorato, olfatto. Dio-sensibile che diventa Dio-sensuale: più che una bestemmia, è il Volto di chi si nasconde per farsi trovare, s'adombra fin quasi a scomparire, si autoproclama Re scartavetrando d'acqua i piedi dei discepoli. La teologia nasce qui, dalla curiosità di ficcare-il-naso in quest'intreccio d'amore chiamata vita-cristiana: chi scorda, perché conviene, che anche quella credente è una storia d'amore che funziona come tutte le altre storie d'amore – anche a Dio capita di dirGli “Allontaniamoci un po' così capiamo se siamo fatti per stare assieme. Non sentiamoci più. Fatti in là: mi togli il respiro” - non capirà mai la gioia annunciata da Paolo all'amico Timoteo: «(Dio) ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita» (2Tm 1,10). Il cristianesimo non offre una cartina stradale, nemmeno una morale che ci dica cos'è concesso-vietato. Lascia una storia che parla di eterna freschezza: possiamo capire chi siamo solo dentro questa storia.
In questi mesi ho visto sedersi per fare-teologia persone occupate nei mestieri più diversi: l'agricoltore, il dirigente d'azienda, l'imprenditore, il prete, la casalinga, il pilota d'aerei, l'idraulico, il politico. Gli organizzatori – l'associazione F-lumen di Ponte di Piave (TV) – hanno scelto di sfidare l'ovvietà: fare teologia in zona-non-protetta. Nessuna chiesa, dunque: nell'atrio di una scuola, in piena zona laica, col patrocinio del Comune. Nessuno obbliga a seguire Cristo: è tutto più semplice. Siccome, poi, fare-teologia è ragionare sulla propria storia con Dio – riflessa dentro una storia d'amore collettiva – s'avverte la necessità di abitare laddove la gente abita, non di dire alla gente dove dovrebbe stare. Perché, fatti bene tutti i conti, il cristianesimo non è un ammasso di segnali-stradali - “Andate dritti, proseguite a destra, svolta a sinistra!” - ma lo charme della testimonianza: «Mi ha detto tutto quello che ho fatto» (Gv 4,39). La teologia in una storia-nuda.

(da La Tribuna di Treviso, 25 aprile 2017)

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La lectio magistralis affidata a don Fortunato di Noto

In un paese normale, per difendere un prete come don Fortunato Di Noto, dovremmo essere disposti ad imbastire una guerra. L'uomo in questione è un purosangue: fisico di Bud Spencer, cuore di Fra Cristoforo, ogni mattina riparte da Avola (Sr), dov'è parroco, per difendere l'infanzia da quella lurida mattanza di Lucifero chiamata pedofilia. La lotta è sua, il guadagno è collettivo. Da anni il suo nome è terra d'imbarazzi: essere capaci di fare senza parlare è seccante. Se poi dal fare nascono le parole, certificate dai numeri, allora capite il perché di questo strano silenzio che circonda la sua avventura. Avete fegato? Leggete l'ultimo Report diramato da Associazione Meter. Una volta letto, rileggetelo: il rischio d'aver letto sbagliato è una tentazione. È tutto dannatamente vero: oltre un milione di foto-video pedo pornografici segnalati alla Polizia Postale, 125mila siti denunciati, dei quali 10mila solo nel 2016. Centinaia di migliaia i bambini coinvolti, neonati compresi. Numeri che ritraggono la nostra Europa come il contenitore elettronico dei pedofili, la Russia come Mecca della pedofilia on-line. L'Italia non è parte lesa, don Di Noto lo grida ad alta voce. Tutto tace.

Da trent'anni questo prete fa la guerra al male: alle minacce di morte risponde con un clic-di-denuncia a favore di altri, mai per sé. “Settecentomila bambini” per qualcuno sono numeri, per altri sono dati, per chi commercia sono luridi guadagni. Per don Fortunato, sono numeri che fanno piangere: in ogni numero c'è una storia bambina che lacrima, sono numeri-piangenti. Questo è un prete di quelli che si vorrebbe non fossero mai nati: togliere il sonno all'uomo è un qualcosa di così seccante da ripagarsi con la morte, o il ridicolo Eppure ciò che per qualcuno è una colpa, altrove sarebbe un merito: la sua colpa – per la quale gran parte del mondo lo pensa pazzo - è di essere troppo competente in materia. Peccato che, nel frattempo, i bambini tremino al ruggito di Satana.


Giovedì 27 aprile 2017 - Ponte di Piave (TV), 20.30 c/o Auditorium Scuole Primarie - concluderà il corso di teologia 2017. Un motivo per esserci? «Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario» (P. Levi). Conoscere, per non sentirsi in colpa d'ignorare.

don Marco Pozza
L'autore: don Marco Pozza

Marco Pozza (1979), parroco della parrocchia del carcere Due Palazzi di Padova, è uno «straccio di prete al quale Dio s'intestardisce ad accreditare simpatia, usando misericordia», come ama dire di se stesso.
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