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ANDREA TORQUATO GIOVANOLI, papà e scrittore, ha accettato di lasciarsi intervistare. Quello che segue è infatti il frutto di una chiacchierata di due ore piene, all’ombra di un albero, durante una fresca mattina milanese. La parlantina non gli manca e racconta, senza filtri, tutto: di sé, della sua giovinezza, di sua moglie, dei suoi figli, della malattia, della Chiesa. Della Vita.
Starlo ad ascoltare è stato un piacere e mi auguro che leggerlo potrà rappresentare una gratificazione quanto meno simile, ai nostri «venticinque lettori».

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1. Com’è la routine di una famiglia che vuole mettere al centro Gesù Cristo e dirsi cristiana?
La prima parola che mi viene è senz’altro faticosa. Non solo quella fatica dovuta all’umanità ferita dal peccato originale, ma anche dovuta al contesto storico (“mondo”) che, oggi, non solo prende una direzione differente rispetto al regno di Dio, ma si pone proprio in aperto contrasto con esso, per cui definirsi cristiani e comportarsi coerentemente come tali non passa inosservato. Seppur già vinta, sembra una battaglia persa in partenza: i sostegni sono ridotti, la comunità è meno forte di un tempo, persino i movimenti vengono meno al loro compito; la Chiesa stessa è ridotta ai minimi termini. Quindi, il risultato all’ordine del giorno è sentirsi degli alieni, quando alla fine, tutto sommato, ti sembra di fare sì e no il "minimo sindacale" di chi tenta di essere cristiano per davvero. Per cui, talvolta, viene da chiedersi se siamo noi a sbagliare. Consolazione arriva, tuttavia, dalla rete di contatti, diffusa in tutt’Italia e nel mondo, che vive, come noi, una vita sacramentale. Non secondaria, tra le difficoltà, è poi il fatto che, talvolta, anche in chiesa, i bambini sono a malapena tollerati e, il più delle volte, relegati in qualche luogo a disegnare secondo una poco lungimirante pastorale che si va diffondendo in questi ultimi anni. Se non imparano a stare in chiesa da piccoli, quando potranno impararlo?
2. Ci sono scelte che hai fatto, da papà e da marito, per la tua famiglia? Le rimpiangi mai?
Le scelte sono quotidiane. Le realtà escatologiche si estrinsecano in ogni istante: anche solo, tanto per fare un esempio, alzarmi dalla comodità del divano per aiutare mia moglie ad apparecchiare. Solo occasionalmente, capita di dover fare scelte importanti. Nel mio caso, durante la malattia del nostro secondo figlio (Tobia, morto qualche mese più tardi), mia moglie era in lista per avere un posto fisso di insegnante statale, mentre io ero libero professionista: volevamo avere almeno uno stipendio fisso, così io ho rinunciato alla mia bottega di orafo, cercando un altro lavoro dipendente. Mi sono domandato quale potesse essere la volontà di Dio sulla mia vita, in quel momento, e, siccome nella mia vita le priorità erano Dio, mia moglie ed i miei figli, poi tutto il resto, ho lasciato un lavoro che pure mi piaceva, perché faceva parte di quel “tutto il resto”, secondario nella mia vita.
3. Che ruolo ha la fede nell’accogliere la vita? Pensi sia necessaria?
A livello personale, direi essenziale (io, senza di essa, mi sarei chiuso alla vita). Tuttavia, questo non preclude la possibilità di apertura alla vita, senza la fede. Piuttosto, è vero il contrario: da credente, non puoi dire no alla vita. Perché Dio è , innanzitutto, Dio della Vita.
4. Dai tuoi libri, si evince che, per il tuo riavvicinamento alla fede, anni dopo la Cresima, è stata importante una ragazza in particolare, quella che ora è tua moglie. Ti è capitato qualcosa di simile con altri, che sono stati, per te, “strumenti di Dio”?
Ho sempre avuto la consapevolezza dell’esistenza di un Altro, per cui sono sempre stato in ricerca, nonostante, per 12 anni, non abbia più frequentato ambienti ecclesiali. A ricondurmici è stata Emanuela, mia moglie, che, al contrario, viveva come priorità la Messa domenicale. Lei è stata a sua volta tramite per conoscere don Vittorino, che ha rappresentato per me il “tassello mancante”: mio padre non era credente e lui è stato il mio padre spirituale. Del resto, la relazione con il padre è fondamentale perché ci consente di comprendere la dimensione di Dio come papà.
5. Com’è la tua relazione con la Chiesa?
Corpo di Cristo, animata dallo Spirito, la Chiesa è sostanza viva: quindi la relazione con essa non è come con un’istituzione, bensì come con una persona. Per cui, in tutte le relazioni sane, c’è confronto e talvolta anche sano scontro: nel mio caso, non appena mi riavvicinai, provai rabbia e frustrazione, perché io avevo cercato per anni un senso alla vita e questo, nonostante fosse presente nel Vangelo e nella Tradizione, non mi era stato trasmesso dalla Chiesa, durante gli anni del catechismo, preferendo programmi più banali e superficiali, nonostante i bambini, sin da piccoli, abbiano domande importanti, a cui non tutti i genitori sono capaci di rispondere in modo adeguato. E l’uomo, se dove cerca non trova, cerca altrove…per questo la Chiesa dovrebbe sentirsi responsabile, innanzi tutto, di trasmettere la Verità, quale primario atto di carità chiestole da Cristo («andate e predicate il Vangelo in tutto il mondo»).


6. Che ruolo ha il “compromesso”, all’interno di una coppia?
Nell’accezione attuale, il compromesso è rigettato e visto come qualcosa di negativo. In realtà, il compromesso, nella sua accezione originaria, è una promessa, quindi un impegno, reciproca. Nelle cospicue differenze reciproche (la biologia, innanzitutto, ma anche il carattere, il modo di pensare, il proprio essere maschi oppure femmine), il compromesso fa superare questa prospettiva di contrapposizione, per una di complementarietà, che fa guardare all’altro non più come ad un ostacolo, bensì come una risorsa. Quando il compromesso serve a valorizzare la diversità di ogni componente della famiglia, mettendo i talenti di ciascuno a servizio di tutti, a prezzo di una piccola fatica (retaggio del peccato originale), ottieni la tua realizzazione personale.
7. Ci sono stati commenti contro le scelte che hai fatto, insieme con tua moglie, che ti hanno ferito?
Abbiamo perso il saluto da parte di alcuni parenti, per le nostre scelte. E non mancano certi commenti di pessimo gusto, come chi ti dice “Adesso, però, basta, vero?”, a seguito della notizia della nascita dell’ultimogenita. Ogni tanto, bisogna andare oltre, lasciarsi scivolare addosso le cose e comprendere anche il positivo che c’è nell’intenzione, dove c’è. Per il resto, nel nostro matrimonio le decisioni spettano a me e mia moglie, che rispondiamo a Dio.
8. Cosa ti ha fatto iniziare a scrivere? È un desiderio che avevi da sempre o c’è stato qualcosa in particolare che, una volta adulto, ti ha spinto in questa direzione?
Mi dicono da sempre: ho sempre amato i giochi di ruolo ed il fantasy. Ho iniziato a mettere la mia penna a disposizione del Signore perché, meditando i misteri del Rosario, mi sono reso conto che i pensieri erano troppi e avevo necessità di prendere appunti. Quindi, complice il mio carattere meticoloso e preciso, li ho riordinati, fino a che è uscito un libro. Quindi, ho provato a farlo pubblicare, pensando che se fosse stata la volontà di Dio avrei trovato un editore. E così fu, dal momento che fu pubblicato dalle edizioni “Il Segno”. In seguito, siccome alle presentazioni dei libri finivo a raccontare la mia storia personale, i miei attuali  editori (Gribaudi) mi proposero di scriverla. Siccome il riscontro fu positivo e gli editori continuano a voler pubblicare i miei scritti, è diventato ormai un secondo impiego (oltre a quello di orafo, part time, in un laboratorio).
9. Ci si abitua mai alle “routine mediche” necessarie quando si ha un figlio malato, oppure è sempre doloroso vedere un figlio soffrire “nella carne, col sangue”?
Io sono dell’idea che ci si abitui a tutto. Per noi, la quotidianità sono i tutori da mettere ogni mattino, che Jonathan, ormai novenne, si gestisce in autonomia (ricordandosi, per altro, di portarsi nello zaino elastici di riserva, nel caso se ne rompa uno). Per tutti è routine lavarsi i denti, per molti inforcare gli occhiali: per lui è routine infilarsi i tutori. Del resto, chi può dirsi perfettamente sano?  
10. Nel tuo ultimo libro, è interessante la constatazione di quanto il mondo dello sport sia tristemente infestato da primedonne, ma carente di “umili combattenti”, capaci di dare la vita per il bene della squadra e per amore dello sport. Quali sono i "frutti negativi", portati da un certo femminismo, nella società attuale? Alla base, cosa potremmo fare, per invertire questo trend?
L’uomo deve uscire dal proprio egoismo e prendere in mano la propria vocazione originaria (a partire dalla sua naturale autorità, che prende il via innanzitutto dalla sua conformazione fisica più imponente, che tende ad incutere timore e rispetto). Il suo compito è discernere il bene dal male, a beneficio di chi ancora non ha maturato tale differenza (a cominciare dai propri figli). Nella diffusione di un femminismo prevaricante, l’uomo ha scelto la comodità, abdicando al proprio ruolo e lasciando un vuoto incolmabile: quello della figura paterna. La figura femminile, attualmente, ha valicato i confini che le erano propri: lei, signora della relazione, ha invece voluto appropriarsi di quell’autorità connaturata nel maschile. Per prima cosa, è bene che l’uomo rientri in se stesso, rendendosi conto della sua  dignità originaria, riappropriandosi della paternità in modo autorevole (indicando il proprio destino ai propri figli e invitandoli a perseguirlo). Se ciò accadesse, la donna, per prima, vedendo l’uomo degno di fiducia, sarebbe la prima a lasciargli più spazio, qualora i risultati fossero minore stress emotivo per lei. Da ciò conseguirebbe, a sua volta, anche una migliore relazione con l’uomo come “dominus”, nel senso di colui che “è stato pensato specificamente per lei, fin dalla fondazione del mondo” e che la completa, proprio perché ontologicamente diverso.


ALTRE FONTI
Attivamentelodi
Papale papale
Tempi

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