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Hanno muscoli che somigliano ai rami aggrovigliati di un albero secolare: nervosi, scolpiti, sudati. Lasciano vedere le vene, di qualcuno s'intravedono le ossa: altri si allungano in basso, fin quasi al tallone. Sono neri per troppo sole, sfibrati per troppa usura, scottati dall'asfalto, anche limati dagli oli. Sulle braccia, nelle gambe o sulle cosce poco importa: per l'atleta sono come le mani per un pianista, il naso per un sommelier, il palato di un cuoco. Sanno respirare e battere, sono contratti o sciolti, sono in grado di reggere, scattare. E' l'armatura dannatamente fragile dell'atleta che va a stanare la paura per dominarla, la fatica per trionfarne, la difficoltà per vincerla. E' il biglietto da visita degli indomiti faticatori che, ogni quattro anni, sbucano come talpe da sotto-terra: «Se tu guardassi, seduto in mezzo agli spettatori, le prodezze di quegli uomini – annotava lo scrittore greco Luciano di Samosata -, la bellezza dei corpi, la robustezza mirabile, le prove straordinarie, la forza imbattibile, il coraggio, l'emulazione, lo spirito indomabile, l'impegno inesauribile profuso per la vittoria, non cesseresti di lodare, di acclamare, di applaudire». Di starli ad osservare.
Per gli atleti l'Olimpiade è la prova definitiva del loro valore, misurato in millimetri e in centesimi di secondo: una quasi-ingiustizia a fronte della vastità della loro anima. E' la drammaturgia di un tempo dalla durata infinitesimale – in meno di dieci secondi è racchiusa la gloria e la polvere di un centometrista – preparato in quasi un lustro di anonimo allenamento. I più han vissuto quattro anni a succhiare la polvere di strade slabbrate, a sfinire l'occhio sul mirino di una carabina, a lambire l'acqua di torrenti gelidi, a provare e riprovare la magia di un tuffo dal trampolino. A lottare nella clausura polverosa di una palestra confinata ai bordi della città. Per un atleta l'olimpiade è una sorta di ascesi senza religione, come scriveva Francois Mauriac: «Battere i record è l'idea fissa di ogni sportivo, e c'è come una usurpazione del corpo di questa vocazione spirituale del cristiano: andare al di là di se stessi». Un millimetro oltre, un attimo prima, un punto in più: reggere un secondo più dell'avversario è la linea di demarcazione tra l'oro e l'argento, tra il primo e il secondo, tra il vincitore e il primo degli sconfitti. Tra la vita e la morte: lo sport non costruisce la personalità, la rivela. La sfida, seppur breve, è lunga come il Purgatorio, oscura come una selva, ripida come una bestia. Tanto difficile a dirsi, anche solo per nominarla.
Gli atleti. E assieme a loro chi li allena e chi in essi crede: migliaia di passi scanditi in compagnia, frotte di nottate passate all'addiaccio d'infiniti calcoli e di sconclusionate variabili. Un tempo hanno fiutato il talento, ne hanno misurato la stoffa, hanno riposto come in un forziere la fiducia cieca accettando il tutto-per-tutto. Nell'attimo della gara, però, rimarranno a bordo-pista, ai confini dei campi da gioco, all'esterno dell'arena: per mestiere hanno già deciso anzitempo che il loro destino dipenderà dal destino stesso dei loro campioni. Sempre a lavorare sul carattere, sulle motivazioni, sulla dura legge dell'applicazione: ai fuoriclasse genetici è necessario saperci parlare. Saperci fare, anche lasciar fare.
L'attimo della gara è carico come un fucile, pieno come una granata, nervoso come una corda tirata. Per chi vince, anche solo una medaglia, ne è valsa la pena, per chi perde oltre al danno la beffa: “Arrivederci alla prossima olimpiade”. Non c'è alcuna rivincita, come nel calcio: tutto è sbagliato, tutto è da rifare. Con cucita addosso la sensazione che, pur sconfitti, la vittoria fosse stata già intascata qualche attimo prima: quella d'aver tentato, fino all'ultimo, di strappare l'oro all'avversario. Magari fallendo il bersaglio ma trovando la forza, dopo la delusione, di tornare a sgobbare per la prossima Olimpiade.
E' la vita.

 

«I campioni non si fanno nelle palestre.
I campioni si fanno con qualcosa che hanno nel loro profondo:
un desiderio, un sogno, una visione». (Muhammad Alì)

 

(da Il Mattino di Padova, 7 agosto 2016)

don Marco Pozza
L'autore: don Marco Pozza

Marco Pozza (1979), parroco della parrocchia del carcere Due Palazzi di Padova, è uno «straccio di prete al quale Dio s'intestardisce ad accreditare simpatia, usando misericordia», come ama dire di se stesso.
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