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Erano numeri di un azzurro incancellabile: l'Inferno rubò al Cielo il colore che gli era proprio. Non più nomi propri, ma numeri incisi indelebili nelle carni, come sulla pelle di bestiame grasso portato a spasso per i campi: «Nulla è più nostro – scrive Primo Levi in Se questo è un uomo -. Ci hanno tolto gli abiti, le scarpe, anche i capelli. Ci toglieranno anche il nome: se vorremo conservarlo, dovremo trovare in noi la forza di fare sì che qualcosa di noi, quali eravamo, rimanga». Numerati, spogliati, creature nude, pecore da macello sotto il cielo arruffato di un lembo di Polonia: nessun uomo tristo potrà reggere la vista di una coscienza innocente. Auschwitz: il nome perfido, nome-non-più-nome, la terra dove l'uomo s'azzardò di ordinare il mondo uscendo dalle prospettive di Dio. E' difficile per la lingua arrischiare parole di chiarimento, per la mente afferrarne il senso minimo, anche solo gettarle sulla carta. E' materia di poeta, anche se dopo Auschwitz la poesia zoppica, vive uno stato d'affanno, è preda di Lucifero che le prova tutte per farla diventare prosa, non-più-poesia. Incapace di suscitare scompiglio.
Francesco è pastore secondo l'ordine di Mosè. I pastori migliori, d'allora in avanti, sono rimasti quelli che portano gli armenti sui bordi estremi dei terreni, quasi sul ciglio dei crepacci, al confine ultimo dei pascoli, laddove l'erba riserva cisterne di frescura. Al suo gregge – composto da milioni di giovani marchiati in fronte dal sorriso di Cristo – ha dato appuntamento in una terra di confine com'è la Polonia. Ciascuno parte da casa sua: ad ognuno la sua Betlemme. L'approdo è Cracovia, incrocio unico di storie da batticuore, di affanni furibondi. La strada è obbligatoria: si transiterà per Auschwitz, il campo di sterminio con il maggior numero di morti. Con il maggior numero di sopravvissuti, la vera ossessione della stirpe delle teste-rasate: li gassavano perchè non smascherassero a nessuno ciò che avevano veduto, ciò a cui erano stati costretti. Lucifero è coda di paglia: i tedeschi non volevano che si spargessero notizie sull'accaduto. Francesco, da parte sua, reca nel cuore l'urgenza che il passato venga squadrato, in tutta la sua sfigurata discordanza: sarà mai possibile venire inchiodati ad una croce e rimanere liberi? A Cracovia, attraversando Auschwitz: a Dio, senza scansare per nulla la storia. Senz'irridere il sangue versato, la carne gassata, i capelli strappati: la bellezza schernita. A Cracovia di domenica, ad Auschwitz di venerdì: sempre venerdì, sempre-notte, quando l'uomo volge le spalle a Dio.
Nessun accenno di poesia nell'andare pensoso di Francesco tra i crepacci da crepacuore di quel burrone indiavolato: non è dato combattere le battaglie di Dio con le armi di Satana. Schernito, il Rabbì «non gli rispose neanche una parola» (Mt 27,14). Oltre quel cancello – ch'è un muro eretto, un'annunciazione blasfema – solo silenzio: arcigno, lacrimoso, fin quasi fanciullesco. Rincasando dall'Armenia, col pensiero proteso ad Auschwitz, Francesco ha chiesto a Dio la grazia del pianto, del versar lacrime. Al papa degli appuntamenti-a-sorpresa di Dio, il gregge giovane non osa chiedere null'altro di quello che il Papa, a nome loro, inciderà nei loro occhi: nessuna risposta prefabbricata a quesiti destinati a rimanere insoluti. Solo l'umile attraversamento del Calvario – ch'è sempre una scalata anche in terre pianeggianti - fatto in compagnia: bocca cucita, cuori in allerta. La Giornata Mondiale della Gioventù non è la stagione dei saldi: il Papa mostra d'esserne convinto assai, la flotta giovane d'essersi convinta appieno di lui. Di un uomo ch'è volto di un Dio-educatore che mai insabbierà la miserabilità della storia ma, costringendo a varcare l'ingresso di quel campo, s'intestardisce nell'additare quella percentuale di bellezza che, scappata a Lucifero, divenne il suo vero dramma: il sorriso del Bene dentro la cafonaggine del Male.
Senza il silenzio di Auschwitz, l'esultanza di Cracovia rischierebbe d'essere fraintesa.

(da Il Sussidiario, 29 luglio 2016)

don Marco Pozza
L'autore: don Marco Pozza

Marco Pozza (1979), parroco della parrocchia del carcere Due Palazzi di Padova, è uno «straccio di prete al quale Dio s'intestardisce ad accreditare simpatia, usando misericordia», come ama dire di se stesso.
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donmarcopozza
#1 Benedetto XVI ad Auschwitz (28 maggio 2006)donmarcopozza 2016-07-29 06:58
(Auschwitz-Birkenau, 28 maggio 2006)

Prendere la parola in questo luogo di orrore, di accumulo di crimini contro Dio e contro l'uomo che non ha confronti nella storia, è quasi impossibile – ed è particolarmente difficile e opprimente per un cristiano, per un Papa che proviene dalla Germania. In un luogo come questo vengono meno le parole, in fondo può restare soltanto uno sbigottito silenzio – un silenzio che è un interiore grido verso Dio: Perché, Signore, hai taciuto? Perché hai potuto tollerare tutto questo? È in questo atteggiamento di silenzio che ci inchiniamo profondamente nel nostro intimo davanti alla innumerevole schiera di coloro che qui hanno sofferto e sono stati messi a morte; questo silenzio, tuttavia, diventa poi domanda ad alta voce di perdono e di riconciliazione, un grido al Dio vivente di non permettere mai più una simile cosa.

Ventisette anni fa, il 7 giugno 1979, era qui Papa Giovanni Paolo II; egli disse allora: "Vengo qui oggi come pellegrino. Si sa che molte volte mi sono trovato qui… Quante volte! E molte volte sono sceso nella cella della morte di Massimiliano Kolbe e mi sono fermato davanti al muro della morte e sono passato tra le macerie dei forni crematori di Birkenau. Non potevo non venire qui come Papa". Papa Giovanni Paolo II stava qui come figlio di quel popolo che, accanto al popolo ebraico, dovette soffrire di più in questo luogo e, in genere, nel corso della guerra: "Sono sei milioni di Polacchi, che hanno perso la vita durante la seconda guerra mondiale: la quinta parte della nazione”, ricordò allora il Papa. Qui egli elevò poi il solenne monito al rispetto dei diritti dell'uomo e delle nazioni, che prima di lui avevano elevato davanti al mondo i suoi Predecessori Giovanni XXIII e Paolo VI, e aggiunse: “Pronuncia queste parole […] il figlio della nazione che nella sua storia remota e più recente ha subito dagli altri un molteplice travaglio. E non lo dice per accusare, ma per ricordare. Parla a nome di tutte le nazioni, i cui diritti vengono violati e dimenticati…”.

Papa Giovanni Paolo II era qui come figlio del popolo polacco. Io sono oggi qui come figlio del popolo tedesco, e proprio per questo devo e posso dire come lui: Non potevo non venire qui. Dovevo venire. Era ed è un dovere di fronte alla verità e al diritto di quanti hanno sofferto, un dovere davanti a Dio, di essere qui come successore di Giovanni Paolo II e come figlio del popolo tedesco – figlio di quel popolo sul quale un gruppo di criminali raggiunse il potere mediante promesse bugiarde, in nome di prospettive di grandezza, di ricupero dell'onore della nazione e della sua rilevanza, con previsioni di benessere e anche con la forza del terrore e dell'intimidazione, cosicché il nostro popolo poté essere usato ed abusato come strumento della loro smania di distruzione e di dominio. Sì, non potevo non venire qui. Il 7 giugno 1979 ero qui come Arcivescovo di Monaco-Frisinga tra i tanti Vescovi che accompagnavano il Papa, che lo ascoltavano e pregavano con lui. Nel 1980 sono poi tornato ancora una volta in questo luogo di orrore con una delegazione di Vescovi tedeschi, sconvolto a causa del male e grato per il fatto che sopra queste tenebre era sorta la stella della riconciliazione. È ancora questo lo scopo per cui mi trovo oggi qui: per implorare la grazia della riconciliazione – da Dio innanzitutto che, solo, può aprire e purificare i nostri cuori; dagli uomini poi che qui hanno sofferto, e infine la grazia della riconciliazione per tutti coloro che, in quest'ora della nostra storia, soffrono in modo nuovo sotto il potere dell'odio e sotto la violenza fomentata dall'odio.

Quante domande ci si impongono in questo luogo! Sempre di nuovo emerge la domanda: Dove era Dio in quei giorni? Perché Egli ha taciuto? Come poté tollerare questo eccesso di distruzione, questo trionfo del male? Ci vengono in mente le parole del Salmo 44, il lamento dell'Israele sofferente: “…Tu ci hai abbattuti in un luogo di sciacalli e ci hai avvolti di ombre tenebrose… Per te siamo messi a morte, stimati come pecore da macello. Svégliati, perché dormi, Signore? Déstati, non ci respingere per sempre! Perché nascondi il tuo volto, dimentichi la nostra miseria e oppressione? Poiché siamo prostrati nella polvere, il nostro corpo è steso a terra. Sorgi, vieni in nostro aiuto; salvaci per la tua misericordia!” (Sal 44,20.23-27). Questo grido d'angoscia che l'Israele sofferente eleva a Dio in periodi di estrema angustia, è al contempo il grido d'aiuto di tutti coloro che nel corso della storia – ieri, oggi e domani – soffrono per amor di Dio, per amor della verità e del bene; e ce ne sono molti, anche oggi.

Noi non possiamo scrutare il segreto di Dio – vediamo soltanto frammenti e ci sbagliamo se vogliamo farci giudici di Dio e della storia. Non difenderemmo, in tal caso, l'uomo, ma contribuiremmo solo alla sua distruzione. No – in definitiva, dobbiamo rimanere con l'umile ma insistente grido verso Dio: Svégliati! Non dimenticare la tua creatura, l'uomo! E il nostro grido verso Dio deve al contempo essere un grido che penetra il nostro stesso cuore, affinché si svegli in noi la nascosta presenza di Dio – affinché quel suo potere che Egli ha depositato nei nostri cuori non venga coperto e soffocato in noi dal fango dell'egoismo, della paura degli uomini, dell'indifferenza e dell'opportunismo. Emettiamo questo grido davanti a Dio, rivolgiamolo allo stesso nostro cuore, proprio in questa nostra ora presente, nella quale incombono nuove sventure, nella quale sembrano emergere nuovamente dai cuori degli uomini tutte le forze oscure: da una parte, l'abuso del nome di Dio per la giustificazione di una violenza cieca contro persone innocenti; dall'altra, il cinismo che non conosce Dio e che schernisce la fede in Lui. Noi gridiamo verso Dio, affinché spinga gli uomini a ravvedersi, così che riconoscano che la violenza non crea la pace, ma solo suscita altra violenza – una spirale di distruzioni, in cui tutti in fin dei conti possono essere soltanto perdenti. Il Dio, nel quale noi crediamo, è un Dio della ragione – di una ragione, però, che certamente non è una neutrale matematica dell'universo, ma che è una cosa sola con l'amore, col bene. Noi preghiamo Dio e gridiamo verso gli uomini, affinché questa ragione, la ragione dell'amore e del riconoscimento della forza della riconciliazione e della pace prevalga sulle minacce circostanti dell'irrazionalità o di una ragione falsa, staccata da Dio.

Il luogo in cui ci troviamo è un luogo della memoria, è il luogo della Shoa. Il passato non è mai soltanto passato. Esso riguarda noi e ci indica le vie da non prendere e quelle da prendere. Come Giovanni Paolo II ho percorso il cammino lungo le lapidi che, nelle varie lingue, ricordano le vittime di questo luogo: sono lapidi in bielorusso, ceco, tedesco, francese, greco, ebraico, croato, italiano, yiddish, ungherese, neerlandese, norvegese, polacco, russo, rom, rumeno, slovacco, serbo, ucraino, giudeo-ispanico, inglese. Tutte queste lapidi commemorative parlano di dolore umano, ci lasciano intuire il cinismo di quel potere che trattava gli uomini come materiale non riconoscendoli come persone, nelle quali rifulge l'immagine di Dio. Alcune lapidi invitano ad una commemorazione particolare. C'è quella in lingua ebraica. I potentati del Terzo Reich volevano schiacciare il popolo ebraico nella sua totalità; eliminarlo dall'elenco dei popoli della terra. Allora le parole del Salmo: "Siamo messi a morte, stimati come pecore da macello" si verificarono in modo terribile. In fondo, quei criminali violenti, con l'annientamento di questo popolo, intendevano uccidere quel Dio che chiamò Abramo, che parlando sul Sinai stabilì i criteri orientativi dell'umanità che restano validi in eterno. Se questo popolo, semplicemente con la sua esistenza, costituisce una testimonianza di quel Dio che ha parlato all'uomo e lo prende in carico, allora quel Dio doveva finalmente essere morto e il dominio appartenere soltanto all’uomo – a loro stessi che si ritenevano i forti che avevano saputo impadronirsi del mondo. Con la distruzione di Israele, con la Shoa, volevano, in fin dei conti, strappare anche la radice, su cui si basa la fede cristiana, sostituendola definitivamente con la fede fatta da sé, la fede nel dominio dell'uomo, del forte. C'è poi la lapide in lingua polacca: In una prima fase e innanzitutto si voleva eliminare l'élite culturale e cancellare così il popolo come soggetto storico autonomo per abbassarlo, nella misura in cui continuava ad esistere, a un popolo di schiavi. Un'altra lapide, che invita particolarmente a riflettere, è quella scritta nella lingua dei Sinti e dei Rom. Anche qui si voleva far scomparire un intero popolo che vive migrando in mezzo agli altri popoli. Esso veniva annoverato tra gli elementi inutili della storia universale, in una ideologia nella quale doveva contare ormai solo l'utile misurabile; tutto il resto, secondo i loro concetti, veniva classificato come lebensunwertes Leben – una vita indegna di essere vissuta. Poi c'è la lapide in russo che evoca l'immenso numero delle vite sacrificate tra i soldati russi nello scontro con il regime del terrore nazionalsocialista; al contempo, però, ci fa riflettere sul tragico duplice significato della loro missione: hanno liberato i popoli da una dittatura, ma sottomettendo anche gli stessi popoli ad una nuova dittatura, quella di Stalin e dell'ideologia comunista. Anche tutte le altre lapidi nelle molte lingue dell'Europa ci parlano della sofferenza di uomini dell'intero continente; toccherebbero profondamente il nostro cuore, se non facessimo soltanto memoria delle vittime in modo globale, ma se invece vedessimo i volti delle singole persone che sono finite qui nel buio del terrore. Ho sentito come intimo dovere fermarmi in modo particolare anche davanti alla lapide in lingua tedesca. Da lì emerge davanti a noi il volto di Edith Stein, Theresia Benedicta a Cruce: ebrea e tedesca scomparsa, insieme con la sorella, nell'orrore della notte del campo di concentramento tedesco-nazista; come cristiana ed ebrea, ella accettò di morire insieme con il suo popolo e per esso. I tedeschi, che allora vennero portati ad Auschwitz-Birkenau e qui sono morti, erano visti come Abschaum der Nation – come il rifiuto della nazione. Ora però noi li riconosciamo con gratitudine come i testimoni della verità e del bene, che anche nel nostro popolo non era tramontato. Ringraziamo queste persone, perché non si sono sottomesse al potere del male e ora ci stanno davanti come luci in una notte buia. Con profondo rispetto e gratitudine ci inchiniamo davanti a tutti coloro che, come i tre giovani di fronte alla minaccia della fornace babilonese, hanno saputo rispondere: "Solo il nostro Dio può salvarci. Ma anche se non ci liberasse, sappi, o re, che noi non serviremo mai i tuoi dèi e non adoreremo la statua d'oro che tu hai eretto" (cfr Dan 3,17s.).

Sì, dietro queste lapidi si cela il destino di innumerevoli esseri umani. Essi scuotono la nostra memoria, scuotono il nostro cuore. Non vogliono provocare in noi l'odio: ci dimostrano anzi quanto sia terribile l'opera dell'odio. Vogliono portare la ragione a riconoscere il male come male e a rifiutarlo; vogliono suscitare in noi il coraggio del bene, della resistenza contro il male. Vogliono portarci a quei sentimenti che si esprimono nelle parole che Sofocle mette sulle labbra di Antigone di fronte all'orrore che la circonda: "Sono qui non per odiare insieme, ma per insieme amare".

Grazie a Dio, con la purificazione della memoria, alla quale ci spinge questo luogo di orrore, crescono intorno ad esso molteplici iniziative che vogliono porre un limite al male e dar forza al bene. Poco fa ho potuto benedire il Centro per il Dialogo e la Preghiera. Nelle immediate vicinanze si svolge la vita nascosta delle suore carmelitane, che si sanno particolarmente unite al mistero della croce di Cristo e ricordano a noi la fede dei cristiani, che afferma che Dio stesso e sceso nell'inferno della sofferenza e soffre insieme con noi. A Oświęcim esiste il Centro di san Massimiliano e il Centro Internazionale di Formazione su Auschwitz e l'Olocausto. C'è poi la Casa Internazionale per gli Incontri della Gioventù. Presso una delle vecchie Case di Preghiera esiste il Centro Ebraico. Infine si sta costituendo l'Accademia per i Diritti dell'Uomo. Così possiamo sperare che dal luogo dell'orrore spunti e cresca una riflessione costruttiva e che il ricordare aiuti a resistere al male e a far trionfare l’amore.

L'umanità ha attraversato a Auschwitz-Birkenau una "valle oscura". Perciò vorrei, proprio in questo luogo, concludere con una preghiera di fiducia – con un Salmo d'Israele che, insieme, è una preghiera della cristianità: "Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla; su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce. Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino, per amore del suo nome. Se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza … Abiterò nella casa del Signore per lunghissimi anni" (Sal 23, 1-4. 6).
donmarcopozza
#2 Giovanni Paolo II ad Auschwitz (7 giugno 1979)donmarcopozza 2016-07-29 07:00
(Auschwitz-Birkenau, 7 giugno 1979)

1. “...Questa è la vittoria che ha sconfitto il mondo: la nostra fede” (1Gv 5,4).

Le parole della Lettera di San Giovanni mi vengono alla mente e mi penetrano nel cuore, quando mi trovo in questo posto dove ha avuto luogo una particolare vittoria della fede. Quella fede che fa nascere l’amore di Dio e del prossimo, l’unico amore, l’amore supremo che è pronto a “dare la vita per i propri amici” (Gv 15,13; cfr. Gv 10,11). Vittoria dell’amore, che la fede ha vivificato fino agli estremi istanti dell’ultima e definitiva testimonianza.

Questa vittoria di fede e di amore è stata riportata – in questo luogo – da un uomo, il cui nome è Massimiliano Maria, il cognome: Kolbe; di professione (come si scriveva di lui nei registri del campo di concentramento): sacerdote cattolico; di vocazione: figlio di San Francesco; di nascita: figlio di semplici, laboriosi e devoti genitori, tessitori nei pressi di Łódź; per grazia di Dio e per giudizio della Chiesa: beato.

Vittoria di fede e di amore, ancor più brillante, in quanto riportata in un luogo costruito per la negazione totale della fede – quella in Dio e quella nell’uomo – e per calpestare radicalmente non soltanto l’amore, ma tutti i segni della dignità umana.

Luogo, costruito sull’odio e sul disprezzo dell’uomo nel nome di un’ideologia folle, luogo costruito sulla crudeltà. Ad esso conduce una porta, ancora oggi esistente, sulla quale è posta una iscrizione: “Arbeit macht frei”, che ha un suono beffardo, perché il suo contenuto era radicalmente contraddetto da quanto avveniva qua dentro

In questo bunker della fame, luogo del terribile eccidio che recò la morte a quattro milioni di uomini di diverse nazioni, Padre Massimiliano, offrendo volontariamente se stesso alla morte per salvare un fratello – che ancora oggi vive in terra polacca – riportò una vittoria spirituale simile a quella di Cristo stesso.

Ma Padre Massimiliano Kolbe fu l’unico? Egli, certo, riportò una vittoria che si ripercosse subito i compagni di prigionia e di cui, ancor oggi, si risente l'eco nella Chiesa e nel mondo.

Conosciamo, però, anche altre simili vittorie, penso, ad esempio, alla morte nel forno crematorio di un campo di concentramento della Carmelitana suor Benedetta della Croce – al mondo Edith Stein, illustre allieva di Husserl, diventata ornamento della filosofia tedesca contemporanea – discendente di una famiglia ebrea abitante a Wroclaw.

Non voglio fermarmi a questi due cognomi quando mi pongo la domanda: egli fu l’unico? Ella fu l’unica…? Mi chiedo, invece, quante vittorie furono riportate in questo luogo da persone di diverse confessioni, ideologie e sicuramente non soltanto da credenti?

Desideriamo abbracciare con il sentimento della venerazione più profonda ciascuna di quelle vittorie, ciascuna di quelle manifestazioni di umanità. Nel posto in cui orrendamente fu calpestata la dignità dell’uomo, in nome dell’odio razziale e del disprezzo, la grande vittoria finale è stata riportata dalla fede e dall’amore.

Può ancora meravigliarsi qualcuno che il Papa, nato ed educato in questa terra, il Papa che è venuto alla Sede di San Pietro dalla diocesi sul cui territorio si trova il campo di Auschwitz, abbia iniziato la sua prima Enciclica con le parole Redemptor Hominis e che l’abbia dedicata nell’insieme alla causa dell’uomo, alla dignità dell’uomo, alle minacce contro di lui e infine ai suoi diritti inalienabili che così facilmente possono essere calpestati ed annientati dai suoi simili? Basta rivestire l’uomo di una divisa diversa, armarlo dell’apparato della violenza, basta imporgli l’ideologia nella quale i diritti dell’uomo sono sottomessi alle esigenze del sistema, completamente sottomessi, così da non esistere di fatto?

2. Vengo qui oggi come pellegrino. Si sa che molte volte mi sono trovato qui... Quante volte! E molte volte sono sceso nella cella della morte di Massimiliano Kolbe e mi sono fermato davanti al muro dello sterminio e sono passato tra le macerie dei forni crematori di Birkenau. Non potevo non venire qui come Papa.

Vengo dunque in questo particolare santuario, nel quale è nato – posso dire – il patrono del nostro difficile secolo, così come nove secoli fa nacque sotto la spada in Rupella Santo Stanislao, Patrono dei Polacchi

Ma vengo non soltanto per venerare il patrono del nostro secolo. Vengo per guardare ancora una volta negli occhi insieme a Voi, indipendentemente da quale sia la Vostra fede, la causa dell’uomo.

Vengo per pregare insieme con voi tutti che oggi siete venuti qui – e insieme con tutta la Polonia – e insieme con tutta l’Europa. Cristo vuole che io, divenuto il Successore di Pietro, renda testimonianza davanti al mondo di ciò che costituisce la grandezza dell’uomo dei nostri tempi e la sua miseria. Di quel che è la sua sconfitta e la sua vittoria.

Vengo allora e mi inginocchio su questo Golgota del mondo contemporaneo, su queste tombe, in gran parte senza nome, come la grande tomba del Milite Ignoto. Mi inginocchio davanti a tutte le lapidi che si susseguono e sulle quali è incisa la commemorazione delle vittime di Birkenau nelle seguenti lingue: Polacco, Inglese, Bulgaro, Zingaro, Ceco, Danese, Francese, Greco, Ebraico, Yiddish, Spagnolo, Fiammingo, Serbo-Croato, Tedesco, Norvegese, Russo, Rumeno, Ungherese, Italiano.

In particolare mi soffermo insieme con voi, cari partecipanti a questo incontro, davanti alla lapide con l’iscrizione in lingua ebraica. Questa iscrizione suscita il ricordo del Popolo, i cui figli e figlie erano destinati allo sterminio totale. Questo Popolo ha la sua origine da Abramo, che è padre della nostra fede (cfr. Rm 4,12), come si è espresso Paolo di Tarso. Proprio questo popolo, che ha ricevuto da Dio il comandamento: “non uccidere”, ha provato su se stesso in misura particolare che cosa significa uccidere. Davanti a questa lapide non è lecito a nessuno di passare oltre con indifferenza.

Ancora davanti ad un’altra lapide scelgo di soffermarmi: quella in lingua russa. Non aggiungo alcun commento. Sappiamo di quale nazione parla. Conosciamo quale è stata la parte avuta da questa nazione nell’ultima terribile guerra per la libertà dei popoli. Davanti a questa lapide non si può passare indifferenti.

Infine l’ultima lapide: quella in lingua polacca. Sono sei i milioni di Polacchi che hanno perso la vita durante la seconda guerra mondiale: la quinta parte della nazione. Ancora una tappa delle lotte secolari di questa nazione, della mia nazione, per i suoi diritti fondamentali fra i popoli dell’Europa. Ancora un alto grido per il diritto ad un suo proprio posto sulla carta dell’Europa. Ancora un doloroso conto con la coscienza dell’umanità.

Ho scelto soltanto tre lapidi. Bisognerebbe fermarsi ad ognuna di quelle esistenti, e così faremo

3. Auschwitz è un tale conto con la coscienza dell’umanità attraverso le lapidi che testimoniano le vittime di questi popoli che non lo si può soltanto visitare, ma bisogna anche pensare con paura a questa che fu una delle frontiere dell’odio

Auschwitz è una testimonianza della guerra. La guerra porta con sé una sproporzionata crescita dell’odio, della distruzione, della crudeltà. E se non si può negare che essa manifesta anche nuove possibilità del coraggio umano, dell’eroismo, del patriottismo, rimane tuttavia il fatto che in essa prevale il conto delle perdite. Prevale sempre di più, perché ogni giorno cresce la capacità distruttiva delle armi inventate dalla tecnica moderna. Della guerra sono responsabili non solo quanti la procurano direttamente, ma anche coloro ch enon fanno tutto il possibile per impedirla. E perciò mi sia permesso di ripetere in questo luogo le parole che Paolo VI pronunciò davanti all’Organizzazione delle Nazioni Unite: “Basta ricordare che il sangue di milioni di uomini e innumerevoli ed inaudite sofferenze, inutili stragi e formidabili rovine sanciscono il patto che vi unisce, con un giuramento che deve cambiare la storia futura del mondo: non più la guerra, non più la guerra! La pace, la pace deve guidare le sorti dei Popoli e dell’intera umanità!” (Paolo VI, Allocutio in Consilio Nationum Unitarum: AAS 57, 1965, p. 881).

Se comunque questa grande chiamata di Auschwitz, il grido dell’uomo qui martoriato deve portare frutti per l’Europa (e anche per il mondo), bisogna trarre tutte le giuste conseguenze dalla “Dichiarazione dei Diritti dell’uomo”, come esortava a fare Giovanni XXIII nell’enciclica Pacem in terris. In essa infatti viene “riconosciuta, nella forma più solenne, la dignità di persona a tutti gli esseri umani; e viene di conseguenza proclamato come loro fondamentale diritto quello di muoversi liberamente nella ricerca del vero, nell’attuazione del bene morale e della giustizia; e il diritto a una vita dignitosa; e vengono pure proclamati altri diritti connessi con quelli accennati” (Giovanni XXIII, Pacem in Terris, IV: AAS 55 [1963], p. 295-296).

Bisogna ritornare alla sapienza del vecchio maestro Paweł Włodkowic, Rettore dell’Università Jagellonica a Cracovia nel XV sec., ed assicurare i diritti delle nazioni: all’esistenza, alla libertà, all’indipendenza, alla propria cultura, all’onesto sviluppo.

Scrive Włodkowic: “Dove opera più il potere che l’amore, si cercano i propri interessi e non quelli di Gesù Cristo, quindi ci si allontana facilmente dalla norma della legge divina... (…) Ogni diritto si oppone a chi minaccia quanti vogliono vivere in pace: vi si oppone il diritto civile... e canonico..., il diritto naturale, cioè il principio: “Quello che vuoi per te, fallo all’altro”. Si oppone il diritto divino, in quanto... nell’enunciato “Non rubare” viene proibita ogni rapina e nell’enunciato “Non uccidere” ogni violenza” (Paweł Włodkowic, Saevientibus [1415], Tract. II, Solutio quaest. 4ª; cf. L. Ehrlich, Pisma Wybrane Pawła Włodkowica, Warszawa 1968, t. 1, p. 61; 58-59).

E non soltanto il diritto vi si oppone, ma anche e, soprattutto, l’amore. Quell’amore del prossimo nel quale si manifesta e si traduce l’amore di Dio che il Cristo ha proclamato come il suo comandamento. Ma è anche il comandamento che ogni uomo porta scritto nel suo cuore, scolpito dal suo stesso Creatore

Tale comandamento si concretizza nel “rispetto dell’altro”, della sua personalità, della sua coscienza; si concreta nel “dialogo con l’altro”, nel saper ricercare e riconoscere quanto di buono e di positivo può esserci anche in chi ha idee diverse dalle nostre, anche in chi, in buona fede, sinceramente erra...

Mai è lecito ad una nazione accrescere il proprio potere a spese di un’altra, a prezz dell’asservimento dell’altro, a prezzo della conquista, dell’oltraggio, dello sfruttamento e della morte!

Questi sono i pensieri di Giovanni XXIII e di Paolo VI sulla pace nel mondo moderno. Queste parole vengono pronunciate dal loro indegno successore. Ma le pronuncia contemporaneamente il figlio della Nazione che nella sua storia remota e più recente ha subito dagli altri un molteplice travaglio.

Permettetemi tuttavia di non citarli per nome... Ci troviamo in un luogo in cui desideriamo pensare ad ogni popolo e ad ogni persona come ad un fratello. E se in ciò che ho detto c’era anche amarezza, miei cari Fratelli e Sorelle, non era mia intenzione accusare, ma solo ricordare.

Parlo infatti non solo in considerazione di coloro che in numero di quattro milioni di vittime morirono su questo enorme campo; parlo a nome di tutte le Nazioni, i cui diritti vengono violati e dimenticati. Lo dico perché a ciò mi spingono la sollecitudine per la verità e per l’uomo, presenti in tutti noi.

Pertanto chiedo a tutti coloro che mi ascoltano di concentrarsi e di concentrare tutte le forze impegnandosi a favore dell’uomo. Chiedo a tutti coloro che mi ascoltano con la fede in Gesù Cristo di raccogliersi in preghiera per la pace e la riconciliazione.

Miei cari Fratelli e Sorelle, non ho più nulla da dire.

Mi vengono solo in mente le parole della supplica:

Santo Dio, Santo Potente, Santo e immortale!

Dalla pestilenza, dalla fame, dal fuoco e dalla guerra... e dalla guerra, liberaci, o Signore.

Amen.

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