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20120227 MSF112742Danni collaterali, così li chiamano. Quelli che accadono in guerra, quando succedono episodi incresciosi e carichi di vergogna per chi se ne è reso responsabile: di solito, riguardano i danni diretti ad obiettivi non militari, nei riguardi di persone che non avrebbero dovuto richiamare alcun interesse strategico - militare.
È quello che è accaduto, il 3 ottobre, in Afghanistan, a Kunduz: un bombardamento americano che ha avuto come obiettivo un presidio medico di Medici senza Frontiere. Il bilancio delle vittime è di 12 operatori di MSF e 10 pazienti, tra cui 3 bambini, uccisi;
questo evento è considerato dall’organizzazione quanto mai singolare e insolito, tanto più che non si erano registrati scontri nei pressi dell’ospedale e le coordinate dell’edificio erano state regolarmente rese note. Dunque, com’è stato possibile?
Se tutto ciò si rivelasse riscontrabile e verificabile, ne risulterebbe niente meno che un crimine di guerra. Di questo parla chi ha subito l’attacco che, volendo vederci chiaro, chiede che siano aperte indagini e vi sia fatta chiarezza: perché quello che appare, ad oggi è senz’altro una “grave violazione del Diritto Internazionale Umanitario”.
L’ammissione di colpa, da parte degli Stati Uniti pare a molti riduttiva. Sappiamo bene quale sia la situazione in quelle zone, in cui ogni giorno è una lotta per sopravvivere, nulla è sicuro e la povertà e la guerriglia mietono le loro vittime tra i più disagiati e a farne le spese sono soprattutto, come quasi sempre accade, i tanti bambini, per i quali Medici senza Frontiere si prodiga da anni, in Afghanistan e nelle tante zone dove la guerra imperversa, senza fare sconti a nessuno.
«Non si spara sulla Croce Rossa», si dice tra noi, quasi come un intercalare, a sottolineare che, su una persona già provata dalla vita e, quindi, poco propensa a difendersi, è da vigliacchi infierire. Grottesco ricordarsi questo modo di dire quando accadono nella cruda realtà episodi come questi.
Danni collaterali, li chiamano. Quelli imprevedibili, si dice. Quelli che nessuno vorrebbe mai contare. Quelli che tutti si ostino a negare, persino di fronte alla verifica della realtà, tanta è la vergogna di fronte al compimento di simili atti, di cui nessuno vorrebbe mai essere fautore.


Noi che la guerra non l’abbiamo vissuta sulla nostra pelle, con tutto quel carico di sofferenza , di sacrificio e di tensione che ne caratterizzano ognuna in cui sia coinvolta, almeno parzialmente, la popolazione civile, probabilmente non siamo in grado di capire che significhi.
La nostra generazione, non avendo il vissuto di quelle che l’hanno preceduta (quelle dei nostri genitori e dei nostri nonni, in particolare), probabilmente non è capace di pensare e vivere certe sensazioni. Forse non riesce ad entrare in empatia con certe esperienze forti che hanno caratterizzato le loro vite, ma suonano immensamente lontane ai nostri sensi.
Non abbiamo mai corso, con un aereo sopra la testa, il cuore in gola e la paura di rimanerne colpiti, o uccisi. Non ci siamo fiondati in un rifugio antiaereo, al suono di una sirena, con l’angoscia, una volta entrati, di non sapere la sorte dei propri figli, del proprio marito, dei propri genitori.Non abbiamo mai conosciuto l’inquietudine del coprifuoco, il disagio di rispettare orari imposti da altri, l’assenza di libertà, i sospetti che facevano diventare ogni vicino una potenziale spia. Gli anni di piombo, il terrore che corre, sui binari e nei cieli. Popolazione civile che diventa bersaglio facile per chi vuole seminare il panico, tra le case, oltre la cortina di una quieta quotidianità.
No, la nostra generazione non è peggiore di quelle che l’hanno preceduta, né può considerarsi immune da dolori o sofferenze. Abbiamo anche noi il nostro fardello da portare, cresciuti tra genitori separati, nausee politiche, incertezze socio-economiche,  mentre le chimere del progresso che portavano il nome di nuovi diritti come aborto ed eutanasia stanno rivelando ora tutto il loro crudo orrore.  
E questo la rende innegabilmente diversa dalle precedenti.Danni collaterali li chiamano, ogni volta che una potenza militare sbaglia un bersaglio, commette un errore, colpisce un edificio sbagliato. Chiamano così ogni volta che i “buoni” provocano dei morti diversi da quelli attesi, in luoghi diversi da quelli prefissati.
Ma esistono davvero i danni collaterali? Abbiamo il diritto di parlarne in questi termini? A mio avviso, no.
Per poterne avvallare l’esistenza, dovremmo accogliere l’idea che ci possano essere vite di valore diverso. Che ci possano essere madri, padri, figli che detengono il diritto di vivere ed altri che, per qualche ragione, non lo possono reclamare, né in alcun modo ottenere. Gli è precluso per principio, a prescindere da ogni possibile cambiamento, in base a qualche pensiero precostituito di una delle parti in causa.
Ogni danno collaterale strappa vite alla Vita. Provoca morti innocenti. Ignari di dover morire, che non si meritavano di morire.
E qui, s’aprirebbe un capitolo. Chi si merita di morire? I cattivi? E chi lo stabilirebbe? Chi potrebbe mai avere l’ardire di ergersi giudice su un altro uomo, stabilire la bontà e sentenziare morte o vita su di lui? Chi potrebbe mai essere abbastanza perfezionato da potersi esprimere in questo modo su un proprio simile?
Tra due soldati in guerra tra loro, egualmente addestrati a sparare ed uccidere, con indosso solo la  “divisa di un altro colore”, come stabilire chi sia nel giusto e muoia da eroe e chi riceva solo il castigo meritato, con la più sublime delle punizioni, quelle da cui non è possibile tornare indietro: la morte?
Si parla di morte di innocenti, giusto. Perché è inaccettabile che possano morire medici che sono lì a fare del bene e a curare le persone. Perché è vile pensare di colpire un luogo in cui vengono accolti e curati i feriti, persone già debilitate, persone non in grado (almeno temporaneamente!) di difendersi.
Ma chi sono i colpevoli? O, meglio: tra i colpevoli, chi può essere definito sufficientemente colpevole da meritare la morte?
Se davvero la morte si potesse distribuire così a cuor leggere, unicamente sulla base di colpe e meriti, i primi della lista, sarebbe quelli che sono al sicuro di case ben riscaldate, su poltrone più che comode, che guardano dall’alto in basso l’altra faccia del pianeta, incapaci di vedere la ricchezza che ci viene dalle periferie di questo mondo, capaci di regalarci una genuinità ed una generosità quasi introvabile nel lato “pulito” della società. Così pulito da essere sterilizzato. Così sterilizzato da non saper essere fecondo, altruista, aperto alla vita fino alle estreme conseguenze.
Non è possibile parlare di danni collaterali, perché nessuna vita strappata può essere considerata solo un danno collaterale. Non è collaterale. È un danno irreparabile. Una perdita senza pari.
Nessuna vita può permettersi di lasciare questa terra senza che nasca il rimpianto della sottrazione di un importante ingrediente nell’impasto del Mondo.
Non ci è dato sapere, prima, quale sarà il peso specifico di ciascuno. Ma sappiamo con certezza che ciascuno ne ha uno. Che non è indifferente toglie una vita all’umanità.
Non siamo numeri. Nella nostra irreplicabilità è inscritta la nostra incomparabile preziosità. Siamo preziosi e nessuno di noi può andare sprecato. Siamo preziosi e nessuno può essere sacrificato a cuor leggere in nome dei molti. Nonostante sia sempre possibile scegliere di sacrificarsi, in nome dell’amore.
Solo l’amore può comprendere l’incomprensibile che risiede nella scelta di morire, per far vivere chi si ama.
Questo l’amore vero, paradossale, che sfiora l’assurdo e l’incomprensibile. Questo, l’amore di Cristo.“Abbiamo imparato a volare come gli uccelli, a nuotare come i pesci, ma non abbiamo imparato l’arte di vivere come fratelli” constatava, anni fa, Martin Luther King.
Finché non saremo in grado di progredire in questo campo, nessun progresso scientifico - tecnologico potrà mai essere sufficientemente sensazionale da giustificare il nostro abissale in questo settore.


 Per un approfondimento sulla notizia:

Medici Senza Frontiere

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Maddalena Negri
L'autore: Maddalena Negri

Classe 1986, orgogliosamente nata sotto il sole del 13 agosto. Ama scrivere e vi si cimenta, con alterna fortuna, dall’età di otto anni. Privilegia, inizialmente, racconti e scopre la poesia solo più tardi, a 14 anni.
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