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coberteraImmaginate di essere in carcere. Uno qualsiasi, ma, nel caso lo conosciate, pensate al Due Palazzi di Padova.
Ergastolo. Cioè: fine pena, mai. Delle sbarre a ricordarvene ogni giorno il disagio e l’impossibilità di immaginare una vita al di là di esse.
Essere innocente. Scoprire poi che, a fronte della confessione del colpevole, tu dovresti uscire.
Ma non poter uscire lo stesso. Rimanere rinchiuso dietro quattro sbarre, con una moglie ed una figlia che ti attendono fuori, al di là di quella maledetta grata che ti separa da loro.
E non poter varcare quel limite. Che diventa invalicabile. Per te.
Questa è la situazione in cui si trova Roverto Cobertera, in possesso di doppio passaporto (statunitense e dominicano), recluso al penitenziario di massima sicurezza di Padova. Risulterebbe innocente, a fronte del reo confesso dell’omicidio di cui è accusato. Ma, non potendo pagarsi le spese processuali, il suo volto, anonimo perché ignoto ai più, rimane esule dalla possibilità dio un riscatto, di un secondo giudizio. Magari, della libertà.
Situazione a cui si ribella, nel modo più estremo che possa utilizzare: attraverso lo sciopero della fame e della parola (rifiuta il cibo e comunica solo per iscritto).
Questa una delle ultime lettera che ha scritto, come è possibile leggere anche dal blog di Carmelo Musumeci:

 Ho una giovane moglie e due bambine che mi stanno aspettando. E non posso ancora farle aspettare. Se non potranno avere me, avranno almeno nel mio paese un cadavere e una tomba su cui pregare. Non ho nessuna fiducia nel vostro sistema giudiziario. Non ho santi in paradiso, né i soldi e gli avvocati di Berlusconi. E il Dio cui io credo è nero, non è bianco. Carmelo, la giustizia italiana non mi può fare più male di quello che mi ha già fatto. Non rischio nulla, posso solo morire di fame, ma quando uno ha perso la libertà per sempre, questo è il guaio minore. Riguardo a mia moglie e alle mie figlie, la morte non può sopprimere l’amore, né impedire la riunione di anime che in terra si sono amate.

Una lettera decisamente aspra, che non può che farci riflettere. È un processo a dover mettere la parola fine a tutto questo, a sancire l’epilogo di tutti questi anni di ingiusta reclusione, che nessuno potrà mia risarcire in modo adeguato. Perché il tempo sottratto non può essere restituito. Otto anni di carcere sono tanti. Con la prospettiva di non uscirne, sono ancora di più. Nella consapevolezza della propria innocenza, sono decisamente troppi.
Forse non è possibile, per noi che viviamo fuori e senza sbarre, comprendere appieno il fardello di tempo fraudolentemente sottratto, di una vita che rimane come spezzata a metà, interrotta nel suo quotidiano corso. Giornate uguali che si susseguono, con un chiodo fisso a martellarti la testa: innocente.
Perché scontare una pena, se si è innocenti? Perché dover sopportare l’ìallontanamento dalla propria famiglia, rischiando di perdere sempre quegli attimi che restano per sempre: istanti magici, che non possono tornare indietro.Come i primi progressi e traguardo di un figlio che cresce, sperimenta e conquista il proprio pezzo di mondo.
Per dovere di cronaca, è bene sottolineare che Roverto si dichiara innocente rispetto all’omicidio, non rispetto alle altre accuse (spaccio). Tuttavia, per questa colpa non è previsto l'ergastolo.
Nonostante figure di spicco, come Beccaria, che ha saputo innovare con sapiente profezia il corso degli eventi della Giurisprudenza a livello mondiale, instillando il dubbio che la tortura e la pena di morte non siano le migliori soluzioni al dilagare della delinquenza, in Italia, questo è un tasto dolente. La giustizia è malata grave, che provoca molta sofferenza e i cui ingranaggi sono farraginosi: troppo spesso, si assiste ad una caccia all’uomo spietata, al solo scopo di avere un capro espiatorio da esibire come mostro; altre volte, al contrario, la prudenza si rivela fuori luogo e, dopo che le vittime di violenza e minacce si sono rivolte alle forze dell’ordine, le vittime si ritrovano uccise perché il colpevole era ancora a piede libero perché non pericoloso.
Il carcere dovrebbe svolgere la duplice funzione di assicurare i colpevoli alla giustizia, recuperarli ad una vita buona e, nel frattempo, assicurare sicurezza dalla criminalità al resto della popolazione. Ogni tanto, sembra che i primi a dimenticarsene siano proprio i giudici.
“La legge è uguale per tutti” troneggia in ogni tribunale d’Italia, in cui essa è amministrata in nome del popolo italiano, tramite giudici e magistrati. Ma sappiamo che, nonostante tutto, c’è sempre qualcuno un po’ più uguale degli altri. E, ancora, il peso economico, in un processo, è evidentemente eccessivo, se può incidere sulla possibilità o meno di dimostrare la propria innocenza, così come sulla velocità del processo.
Probabilmente, il rapporto tra giustizia e colpa non sarà mai cristallino. Forse, la vera giustizia non è neppure umanamente raggiungibile.Tuttavia, questa dev’essere, necessariamente, un obiettivo credibile e un risultato a cui provare a puntare, con tutti i mezzi leciti a disposizione dell’uomo e del cittadino.
Storie come queste, invece di condannarci all’impotenza ed alla rassegnazione, dovrebbero spronarci ad una reazione attiva. Perché si tratta di insulti all’umanità, oltre che all’intelligenza.
Perché un innocente dovrebbe scontare una colpa non commessa? E se anche, in questo momento, vi sta rimanendo il dubbio che sia comunque colpevole? Bene: motivo in più pre celebrare nuovamente il processo. E accertarsi della verità.
Ora.
Altrimenti, il rischio sarebbe giustificare, di nuovo, un furto di Stato. Il più grave possibile.
Quello di preziosi ed irripetibili anni di vita.
Un furto dal valore incalcolabile, che si ripete in modo vergognoso, per di più, costantemente impunito.
Cosa possiamo fare noi? Forse poco, ma il primo passo può essere quello di portare alla luce e dare massima diffusione a Roverto, alla sua storia e a tutte le storie come la sua.
Il secondo, magari, firmare la petizione online. Non sarà molto, ma sono, pur sempre, piccoli passi possibili, verso la verità e la giustizia, nel tentativo di contrastare quel gigante dai piedi d'argilla che ha il temibile nome di burocrazia.


Per approfondire:

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Urla dal Silenzio

Maddalena Negri
L'autore: Maddalena Negri

Classe 1986, orgogliosamente nata sotto il sole del 13 agosto. Ama scrivere e vi si cimenta, con alterna fortuna, dall’età di otto anni. Privilegia, inizialmente, racconti e scopre la poesia solo più tardi, a 14 anni.
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