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La mattina, appena varchi l'ingresso del carcere, lo trovi appostato lì: due pacchi con bene in evidenza il titolo della testata: “Avvenire”. Quasi un ironico benvenuto sulla soglia di casa di coloro il cui avvenire è un mistero; quasi un augurio per chi, nel tempo presente, medita sul passato per organizzarsi il futuro. Da lì, accartocciato tra la posta mattutina, qualcuno lo prende in mano e gli fa attraversare le decine di cancelli blindati: ogni cancello che si apre sono metri in meno che separano gli uomini dal di dentro da quelli del di fuori. Dopo qualche ora di viaggio, anche se sono solo cento metri di corridoi e di cemento, arriva nelle mani degli uomini di galera. Lì finisce il suo viaggio postale; lì dentro, letto da sguardi assetati di notizie dal mondo, inizia il suo vero viaggio, quasi un viaggio dell'anima. Certi giornali, infatti, assomigliano a dei romanzi: il loro viaggio finisce quando approda negli occhi di qualche lettore. Nello sguardo di chi, leggendolo, si legge dentro: per capire, per meditare, per scavare dentro la notizia ed estrarre il nettare dell'informazione.
Dietro il ferro e il cemento delle patrie galere, “Avvenire” prima che un giornale è un compagno di viaggio: se lo prenotano dal “sacrestano”, lo cercano al call center, se lo passano di cella in cella. Qualcuno ne sottolinea le notizie, qualche altro conserva qualche articolo, taluni lo vivisezionano con il compito di fare la rassegna stampa per tutti. Altri ancora – i più poveri che non hanno soldi per abbonarsi ad altri giornali – imparano l'italiano leggendone gli articoli. E' un amore che va oltre il fatto d'essere la voce di papa Francesco. L'interesse sta nel gusto di leggere le notizie con grammatiche diverse, di raccontare i fatti facendo intravedere l'orizzonte della speranza, di non nascondere le battaglie e nel contempo di affinare le armi per combatterle. Di essere un'informazione che, fedele al suo etimo, in-forma: tiene in forma il cervello, l'anima, la biografia personale e quella collettiva. Per chi, come il popolo delle galere, è capace e ama assai raccontarsi delle storie, la vera rieducazione è tornare alla radice dell'accaduto, alle sorgenti di un gesto, alla verità della propria storia. E' apprendere sulla propria pelle che non si può sempre azzardarsi di giocare al “gatto e al topo” quando sai di essere il topo. E' un umanesimo culturale.
Gli occhi dei detenuti sono occhi che hanno visto tanto, forse tutto: la vita e la morte, la bellezza e l'inferno, la grazia e la disgrazia, l'abisso e la cima, l'agguato e l'arresto, la libertà e l'infamia. Per occhi che han visto tutto, non c'è grazia più grande che allargare «lo spazio della tua tenda» (Is 54,2): immettere nuova linfa nella storia, nuova freschezza nella cronaca, speranza nel dramma. Qui, in questa terra di confine e di confini, “Avvenire” non è solo un giornale: è una mappa e un binocolo. Una postazione dalla quale guardare il mondo e gustarne non solo il sapere ma anche il sapore, la sapienza. E' un giornale ma anche una proposta di viaggio culturale; sono notizie ma anche incroci di storie, sono racconti ma anche denunce ferree e serrate. E' un leggere il mondo tenendo la Bibbia in una mano e il mappamondo nell'altra: forse per questo qui dentro leggerlo è leggersi. Gustarsi uomini con possibilità diverse.

(da Avvenire, 7 luglio 2015)

don Marco Pozza
L'autore: don Marco Pozza

Marco Pozza (1979), parroco della parrocchia del carcere Due Palazzi di Padova, è uno «straccio di prete al quale Dio s'intestardisce ad accreditare simpatia, usando misericordia», come ama dire di se stesso.
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