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rabbia

La Polizia che intima un alt ad un posto di blocco, una macchina che accelera impazzita e diventa una freccia lanciata nel vuoto, tre giovani senza patente che, fuggiaschi, temono per il loro futuro (verranno arrestati qualche giorno dopo). A terra rimane una giovane donna morta, otto feriti e una rabbia che si moltiplica a dismisura: gli investitori sono rom, abitano nel campo della Monachina a Roma e sono fuggiti, lasciando dietro di loro un odio decuplicato. Basta e avanza per scatenare la rabbia, la rivalsa e quel miscuglio di sdegno e razzismo ch'è sempre in agguato dentro il cuore dell'uomo. Pronto a scattare.
Sullo schermo della televisione parlano di Blatter, il boss della FIFA. Hanno scoperto che il “re del calcio” è nudo e corrotto: hanno scoperto l'acqua calda, ma fa notizia poterlo dire ad alta voce. Dopo di lui parlano delle elezioni: i primi exit-pool, le proiezioni dei nuovi governi regionali, la rivalsa di una fazione sull'altra. Tra le due, spunta un volto, quasi di sfuggita. E' quello di Corazòn Abordo, il fratello di Corazòn. La mamma filippina uccisa dai due fratelli rom a Roma. E' sconquassato dal dolore, è affranto per la morte della sorella, è frastornato dalla rabbia che circonda l'accaduto: «Il nostro cuore è spezzato. Io posso perdonare perché Dio perdona». Parole che non si possono mandare in onda così, suonerebbero fuorvianti tra la rabbia degli scandali di Blatter e le liste degli impresentabili in politica. Il giornalista insiste sul concetto della rabbia, del diverso, delle periferie infuriate di Roma. Anche lui insiste: «Non c'è più rabbia né odio. Loro sono umani». L'intervista si chiude velocemente: certe parole sembrano un insulto al buon senso, solo la rivalsa merita attenzione.
Quelle parole, invece, dipingono il vero senso del perdono cristiano: stupisce, piuttosto, che a ricordarcele sia uno straniero, intervistato appena dopo un'immane sciagura che ha investito la sua famiglia. Chi perdona non è un timido, tanto meno una persona arrendevole, ancora meno un fiacco. Ha tutt'altre fattezze la sua anima: è quella di una persona imponente che non dimentica il male ricevuto ma s'impegna a togliere il male che qualcuno ha commesso. E' così intelligente nell'animo da accorgersi che chi firma il male causa una rovina che è triplice: fa del male a se stesso, arreca del male a qualcun altro, deteriora i rapporti tra le persone che vivono nella stessa società. Perdonare, dunque, è accorgersi di questa devastazione del male e non accettarla, non farla propria. E' guardare in faccia il male e dire: “Mi fai male ma non vincerai su di me”. Alcuni lo chiamano buonismo: è il modo più semplice per archiviare ciò di cui non tutti sono capaci. Ciò che sembra fuorviante.
Nonostante il perdono, però, le macerie rimangono: a quel fratello non viene ridata la sorella, la storia non torna quella di prima. Quei ragazzi, magari, non sapranno che farsene di quelle parole di perdono: per certuni il perdono ha l'odore delle cose avariate, fuori moda, scadute. Tempo perso, dunque? Tutt'altro. E' come dopo una guerra, piuttosto: i morti non ritornano in vita, le macerie non vengono cancellate eppure c'è chi si rimbocca le maniche per mettere l'umanità nella condizione migliore per ripartire. Il passato non si cancella: questo anche chi cova rabbia lo condivide. Il futuro può essere diverso dal presente: questo è il di più di chi perdona. Alla luce di ciò, la pena che verrà inflitta ai responsabili avrà un senso: soffrendone le conseguenze, ci metteranno del loro per far ripartire in modo diverso una storia segnata di sangue. Può anche darsi che la punizione non produca ravvedimento: non per questo il perdono sarà stato tempo perso.
Cent'anni dopo, la lezione è rimasta la stessa: l'istante più bello di una guerra è quello nel quale la guerra finisce.

don Marco Pozza
L'autore: don Marco Pozza

Marco Pozza (1979), parroco della parrocchia del carcere Due Palazzi di Padova, è uno «straccio di prete al quale Dio s'intestardisce ad accreditare simpatia, usando misericordia», come ama dire di se stesso.
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