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mascheraAl pari di uno scultore sopraffine ed esperto. Essere capace d'arte è, per chi ama scolpire la materia, lavorare per sottrazione: sottrai al marmo ciò che è superfluo e vedrai sbocciare l'opera d'arte, togli l'inutile e s'annuncerà l'essenziale. Ciò che è bello perché semplice, spoglio, disadorno di tutto ciò che è di sovrappeso: ciò che basta a se stesso. L'imbarazzo e l'essenza della Quaresima – antichissimo tempo di preparazione alla Pasqua che inizierà, ancora una volta, mercoledì prossimo – abita nell'interstizio di due feste: il Carnevale e la Pasqua. Due feste dai connotati totalmente differenti. Il Carnevale, secondo una vecchia etimologia, significherebbe «il contrario, il rovescio, ciò che è contrapposto». E' il tempo delle maschere e dei giochi: come l'uomo, quand'è ancora bambino, attraverso il gioco racconta la sua immagine di vita, così è del Carnevale. Nascosto dietro una maschera che indossa, l'uomo si sente per un po' di tempo libero da tutte le regole che la società gli ha imposto: di mangiare a dismisura, di festeggiare ad oltranza, di ridere e scherzare senza che nessuno ne scopra l'identità. E' lo spazio di tempo a disposizione perchè, magari ridendo e scherzando, qualcuno possa rispondere al meglio all'unica domanda che conti per le strade di quaggiù: “Chi sono io?” Anche la Pasqua è una festa, per il popolo del Nazareno è la festa delle feste, quella nel cui grembo abita l'elisir stesso della festa: di colori, di luci e di annunci. L'uomo, morto, un giorno potrà risorgere: proprio come il suo Dio. Una festa senza maschere, a volto scoperto, nudi sotto il Cielo.
Tra il Carnevale e la Pasqua, la Quaresima: la possibilità, sempre fallibile e sempre a portata di mano, di fare festa togliendo la maschera e contemplandosi alla luce della Risurrezione: bagliore e anticipo di qualsiasi altra risurrezione della storia, di ciascuna delle liberazioni possibili. Fare Quaresima è, dunque, lavorare per sottrazione: sottrarre l'inutile per far apparire il necessario. Togli la maschera e, senza trucco alcuno, trovi la risposta alla domanda delle domande: “Chi sono io?”. Detta così, al netto delle ambiguità, nello spazio del deserto: il luogo per eccellenza della Quaresima, lo spazio delle tentazioni vinte, il laboratorio nel quale l'inutile diventa polvere e schegge, il legno superfluo si trasforma in segatura. O, tutt'al più, in trucioli: pronti per essere bruciati. E' il bagliore della proposta cristiana: ancora quaranta giorni a disposizione. Per denudarsi dell'inutile, per prendere le maschere e rimetterle in soffitta, per sciacquarsi con acqua e cenere – gli ingredienti di inizio e fine della Quaresima – tutto il corpo. E splendere appieno una volta sottratto l'inutile.
Il Carnevale nasce come forma di svago, di liberazione dalle imposizioni, di libertà assoluta: “fare carnevale” è fare tutto ciò che nei giorni che non sono carnevale non sempre è possibile fare. Carnevale è, dunque, un passaggio momentaneo, forse necessario, anche salutare: ogni tanto è bene sfiatare le botti, altrimenti rischiano di scoppiare. Quando la vita intera diventa un carnevale, però, rimane traccia di un unico dubbio: che senso ha mettere maschere, sognarsi altrove e diversi, festeggiare a dismisura? Da chi è eternamente distratto, la domanda “Chi sono?” sovente viene accantonata come inutile, forse anche dannosa, certamente fastidiosa. Alla distrazione possibile viene in soccorso la possibilità della Quaresima: attraverso un cammino di spoliazione e di sobrietà, ammaestra l'uomo a fare i conti con se stesso. A dosare le forze, ad amarsi per quello che si è. Pasqua sarà festa, la festa opposta al Carnevale. La festa di chi ha se stesso in proprio potere. Cioè del potente per eccellenza: il potere senza maschera. A portata di mano.

(da Il Mattino di Padova, 15 febbraio 2015)

don Marco Pozza
L'autore: don Marco Pozza

Marco Pozza (1979), parroco della parrocchia del carcere Due Palazzi di Padova, è uno «straccio di prete al quale Dio s'intestardisce ad accreditare simpatia, usando misericordia», come ama dire di se stesso.
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Commenti   

Rita71
#1 Volto o MascheraRita71 2015-02-15 15:29
Pensavo fosse il mio volto, la mia personalità, pensavo di essere io o forse volevo essere io.
Da esuberante e scatenata, mi ritrovo chiusa in una timidezza senza finestre, una timidezza senza aperture d’aria, una timidezza buia e sola, prigioniera; le gambe tremano, il viso arrossisce, le mani sudano, il cuore batte fortissimo, prigioniero anche lui, desideroso di scappare, è stato derubato di quella libertà che lo rendeva libero.
Grazie alla maschera innalzi muri di difesa, nessuno più potrà mai oltre passare.
Pensi di essere al sicuro.
Maschera indossata per gioco, per quel gioco pericoloso chiamato vita, chiamato società, chiamato apparire, chiamato rivincita.
Una società costituita di apparenze, di finta carità, colorata di ipocrisia, nella quale si dà più valore all'apparire che all'essere e si è o con lei o contro di lei.
Nascosto dietro alla maschera ti senti libero, finalmente nessuno potrà capire chi si nasconde; la recita continua nel tempo, gli atti scorrono uno dopo l’altro senza intervalli e quella maschera ti s’incolla, ti si cuce addosso, ha ricoperto l’inconscio.
Ma arriva un momento nella vita nel quale la maschera inizia a fare le prime crepe, guardandoti allo specchio dell’anima ti chiedi: “chi sono io? “Non ti riconosci più, quella stessa maschera che prima ti faceva sentire viva, forte, potente e onnipotente, ora inizia a toglierti il respiro, ti mette alle strette, ti chiede se questo è quello che volevi dalla vita che desideravi da te stessa; tu che credevi all'amore senza misura, tu che volevi farti in quattro per gli altri, tu che ritenevi fosse più bello e gratificante donare più che ricevere, tu !!! dove sei?
Questa maschera che diventa giorno dopo giorno sempre più pesante fino a diventare una morsa fino a toglierti il respiro, fino a farti barcollare, allora ti allontani dalle persone; inizi ad isolarti, a sentire il bisogno del silenzio ed è proprio nel silenzio di me stessa che sento la mia richiesta di aiuto, liberami!
Faccio i conti con la realtà e con la consapevolezza che l’uomo da solo non può nulla, non può liberarsi da schiavitù, non può togliersi la maschera, non può mettere a nudo sé stesso.
Ma c’è qualcuno che lo può fare al posto mio, attende solo un mio sì di consenso, un sì libero alla sua volontà, come quando firmi la privacy per acconsentire.
È qui che interviene lo scalpellino, il Michelangelo, solo ora di mia spontanea volontà o forse perché ormai esausta salgo sopra alla ruota che gira e che permette al vasaio di creare la sua opera.
Michelangelo Buonarroti sosteneva che quando guardava un blocco di marmo vedeva già dentro la forma dell'opera d'arte e che il suo lavoro non era altro che togliere il superfluo, quello di troppo che imprigionava la statua. Chiunque non si libera dell’inutile, dalle imposizioni, chiunque non depone la propria maschera, vive come un prigioniero, e le storie d'amore non sono altro che l'ora d'aria del carcerato, ma finita l’ora rientra nella sua prigionia.
Il lavoro di spoliazione ha inizio e vorresti non fosse doloroso, ma il dolore è inevitabile; Cristo, con tanto amore mette alla mano il suo martello e scalpello e con infinito amore lavora, ma sa benissimo che perché il superfluo venga via in modo netto, anche il colpo dello scalpello dev'essere netto e senza incertezze, solo così ci svincoliamo dal mondo per essere completamente di Dio
Anche Cristo ha abbandonato la sua natura divina, si è lasciato spogliare, maltrattare per amor nostro, per la nostra salvezza, per poter liberare quell'opera che custodiva dentro di lui, si è lasciato crocifiggere.
Ha sofferto per noi, Ci ha liberati dalla morte eterna.
Questo suo sacrificio non per i nostri meriti, ma per il suo immenso amore per noi.
Paolo_Coveri
#2 Succede anche alla ChiesaPaolo_Coveri 2015-02-21 21:09
Citazione Rita71:
(...) Maschera indossata per gioco, per quel gioco pericoloso chiamato vita, chiamato società, chiamato apparire, chiamato rivincita.
Una società costituita di apparenze, di finta carità, colorata di ipocrisia, nella quale si dà più valore all'apparire che all'essere e si è o con lei o contro di lei.
Nascosto dietro alla maschera ti senti libero, finalmente nessuno potrà capire chi si nasconde; la recita continua nel tempo, gli atti scorrono uno dopo l’altro senza intervalli e quella maschera ti s’incolla, ti si cuce addosso, ha ricoperto l’inconscio.
Ma arriva un momento nella vita nel quale la maschera inizia a fare le prime crepe, guardandoti allo specchio dell’anima ti chiedi: “chi sono io? “Non ti riconosci più, quella stessa maschera che prima ti faceva sentire viva, forte, potente e onnipotente, ora inizia a toglierti il respiro, ti mette alle strette, ti chiede se questo è quello che volevi dalla vita che desideravi da te stessa; tu che credevi all'amore senza misura, tu che volevi farti in quattro per gli altri, tu che ritenevi fosse più bello e gratificante donare più che ricevere, tu !!! dove sei? (...)

Non è forse ciò che sta palesemente accadendo da circa cinquant'anni anche dentro la Chiesa?
In quanti, a furia di indossare una maschera per piacere al mondo, si sono persi o si stanno perdendo?
E il problema è che molti, compresi troppi "ministri" di Cristo, non si chiedono neanche più "chi sono io?", ormai completamente "strafatti" e dipendenti da quella droga diabolica che sono le lusinghe del mondo, senza le quali vanno letteralmente in "crisi d'astinenza". Immemori di quell'avvertimento: "Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi." (Lc 6,26).

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