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roma piazza san pietro colma di fedeli in occasione della canonizzazione di jose maria escriva de balaguer imagefullUn milione di persone, probabilmente anche di più, hanno gremito Piazza san Pietro, via della conciliazione ed i suoi immediati dintorni, in occasione della canonizzazione dei due Papi, Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II. Come ampiamente previsto e prevedibile.
Gente venuta da ogni angolo del mondo, o dall'urbe: persone che hanno trovato il modo di macinare chilometri e chilometri, magari a dispetto dell'indigenza, sfruttando la fantasia, l'inventiva e la tenacia (ci sono racconti di pellegrini arrivati a cavallo, qualcuno racconta di aver fatto l'autostop, alcuni sono arrivati in bici e qualcuno addirittura a piedi) insieme ad altri che hanno fatto solo la fatica di scendere dal proprio appartamento.
Molti hanno dormito per terra, nei sacchi a pelo, come è comune fare durante le Veglie della GMG, inaugurate proprio da Giovanni Paolo II. Qualcuno ha dormito sul pullman o sul treno. Molti non ha dormito affatto, passando la notte in preghiera oppure chiacchierando con l'amico del cuore in attesa che venisse l'alba. Da vere “sentinelle del mattino”.


Tutti hanno però in comune l'attesa, la santa pazienza messa in atto per aspettare. Perché un evento, di qualunque tipo sia, diventa una movimentazione di massa, armarsi di pazienza e buoan volontà è sempre indispensabile per non uscire pazzi da una folla che diventa, a tratti, pericolosa, per il semplice fatto di essere numerosissima, imprevedibile, difficilmente incanalabile. E in una situazione già potenzialmente pericolosa, si aggiunge il timore che qualche sconsiderato possa approfittarne per avere visibilità o creare situazioni di panico e paura.
Niente di tutto questo, per fortuna, si è avverato.
Solo una grande folla, un bel colpo d'occhio dall'alto, una città paralizzata, il traffico in tilt.
Con uan domanda che, inevitabilmente si pone, d'obbligo, in questi casi. Perché?
Insomma, passi l'emozione del momento, passi il sentimento religioso e la voglia di “esserci”. Basta solo questo a giustificare una simile mobilitazione? Si tratta di milioni di scalmanati, nostalgici di due morti? O, ancora, si tratta di uan mobilitazione coatta e d'un plagio collettivo?
Le domande sono tutte legittime, di fronte a qualcosa che provoca stupore e, magari, perplessità.
La mia prima osservazione è di ordine puramente estetico. Perché tutto ciò è bello, a vedersi, una piazza piena di gente colorata, variopinta, variegata, fa percepire la bellezza della vita, dà vita alla città, che altrimenti corre pur sempre il rischio d'essere un ammasso di mura che, seppur belle, restano senz'anima, senza battito. Pensare poi cos'animò il Bernini nel progettare quel porticato, come un abbraccio dà quasi la sensazione che tale opera abbia preso vita appunto per un giorno come quello appena trascorso, lascia il sentimento che sia stato fabbricato apposta per abbracciare gente di ogni colore, lingua, popolo, nazione che ha scelto di riunirsi in nome di un ricordo, di due volti, di una stessa gratitudine.
Questa è la seconda cosa che mi ha colpito. Gratitudine era la parola più pronunciata. In un mondo così caratterizzato dalla noncuranza per il bene ricevuto, in cui è tanto difficile pronunciare un grazie o anche solo riconoscere di essere bisognosi dell'aiuto di qualcun altro, considero il constatare che anche solo la metà delle persone presenti abbia pensato di rinunciare a qualche comodità, per dire “grazie” (ne approfitto per ricordare che il significato etimologico dell'Eucaristia, termine greco è proprio rendimento di grazie) mi sembra, già - di per sé - una grande benedizione, che mi fa avere fiducia e speranza nell'umanità!
La terza riflessione è sul significato di santità. Di fronte al martirio, di fronte a chi parte per qualche missione lontana, ci è più immediato percepire la straordinarietà delle opere compiute. Un Papa, per quanto possa agire e operare davanti a tutto il mondo, per quanto possa pronunciare parole importanti, non ha – più di tanto – un aspetto eroico: al di là della poesia, siamo pienamente consapevoli che non ha al suo comando esercito sterminati, carri armati, cavalleria come aveva magari una volta. Per quanto le parole possano essere dotate di forza, pertinacia e autorevolezza, tutto ciò impallidisce di fronte alla prospettiva di un'arma nucleare o, anche solo e semplicemente, di un'arma da fuoco. Ce lo ha dimostrato con sufficiente realismo l'attentato, subito dallo stesso Giovanni Paolo II il 13 maggio del 1981. Eppure, può bastare questo, per essere santi?Secondo le regole della Chiesa, servono i miracoli e chi ne sancisce la realtà è una commissione scientifica, spesso volutamente formata da scienziati non credenti, a cui addirittura sono chiesti di analizzare cartelle cliniche, provette od esami senza sapere a chi appartengono, né che ne sia richiesta l'analisi in vista di un processo di canonizzazione. Tutto ciò rischia però di essere un procedimento tecnico – scientifico vissuto, inevitabilmente, come lontano e distante dal vivere comune. Ciò che rimane sono le parole, gli sguardi, i sorrisi, i discorsi. «Prendete in mano la vostra vita e fatene un capolavoro» esortò Giovanni Paolo II. Lo disse a tutti e a ciascuno, nessuno escluso: vuol dire che la chiamata alla santità è universale (in quanto rivolta a tutti), ma anche particolare per il fatto che ciascuno ha il proprio modo, il proprio luogo, il proprio stato di vita e la propria strada per raggiungere questo traguardo, che però dovrebbe essere cercato da tutti. Se vogliamo che la nostra vita sia piena e realizzata.
Penso poi, in particolare, agli ultimi anni di vita, segnati dalla sofferenza e dalla malattia; di più, dall'impotenza di fronte all'incedere della malattia e all'incapacità di far corrispondere ad una mente ancora un corpo ormai non più in grado di essere reattivo e scattante come un tempo. In questa lotta tra cuore e corpo noi abbiamo visto la lotta di tanti, la voglia di vivere e l'entusiasmo tenace di non mollare mai. Ha dato speranza a chi si trovava nella sua condizione, ribadendo con se stesso e la sua parola muta che non c'è stadio della vita che non abbia ricchezza degna d'essere vissuta, assieme alle sue debolezze, ai suoi fallimenti e alle sue avversità. «Tutto posso in Colui che mi dà forza» (Fil 4, 13) è la Parola che mi ricorda l'ultima fase del lungo pontificato di Giovanni Paolo II che tanto profondamente ha segnato il mondo intero, dal secondo dopoguerra fino all'era digitale.
L'ultimo appunto che non posso fare a meno di notare è la bellezza dell'unicità. Tutti insieme, sotto il cielo di Roma. Come un unico corpo, ma di molte membra. Infatti, pur venendo tutti per l'unico scopo di assistere alla canonizzazione di due Papi, ognuno aveva il proprio, specifico motivo. Come la Chiesa è una, ma variopinta, variegata, esprimibile in molteplici forme, allo stesso modo questo bel "colpo d'occhio complessivo" è in realtà fatto di sogni, speranze, aspettative, desideri, necessità squisitamente personali e diverse. Un grazie da dire, una persona da ricordare, una promessa fatta, il desiderio di restituire – almeno simbolicamente – quanto si ritiene d'aver ricevuto. A testimoniare che ci sono gli amici vicini, quelli con cui si condividono le giornate, le fatiche, i sogni, magari l'avvenire. Ma ci sono rapporti che, pur essendo più superficiali, riescono comunque a segnare nel profondo la nostra vita. Non siamo isolati, siamo tutti uniti. Possiamo farci del bene anche a distanza. Le forme dell'amore sono molteplici e il primo ed indispensabile passo per raggiungere la pace e l'unità è volerlo.

Voler uscire dal proprio guscio, dalle proprie sicurezze, dal proprio egoismo, accettare di perdere qualcosa di sé pur di raggiungere l'altro e provare la sua gioia, il suo dolore, la sua solitudine.

Sono gli occhi di Dio che vedono la bellezza in ogni uomo, come solo un Padre può vedere in ogni proprio figlio.

Ecco cosa accomuna tutti i santi: hanno indirizzato la propria vita nel tentativo di guardare ogni uomo e il mondo intero con gli occhi di Dio: occhi che amano qualunque cosa su cui posi il proprio sguardo!


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Storie di pellegrini e volontari

Maddalena Negri
L'autore: Maddalena Negri

Classe 1986, orgogliosamente nata sotto il sole del 13 agosto. Ama scrivere e vi si cimenta, con alterna fortuna, dall’età di otto anni. Privilegia, inizialmente, racconti e scopre la poesia solo più tardi, a 14 anni.
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