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consigli-su-cosa-non-scrivere-sul-blog-aziendale copia«Amo anche il tuo silenzio, perché vuol dire che ascolti me» recita una canzone, che mi ha sempre colpita. Mi ha colpita perché considera il dialogo come un'alternanza di parole e silenzio, come un'altalena: prima uno parla e l'altro ascolta, poi il primo ascolta e il secondo parla. Sembra tutto normale, no?
Tuttavia, nella realtà dei fatti, se ci pensiamo bene, è poco realistico.
Purtroppo, spesso, parliamo, esponiamo quanto ci preme e ci sta a cuore e poi ci disinteressiamo di quanto riceviamo in risposta, tanto che è piuttosto frequente dover ripetere più volte la stessa domanda, nonostante aver ricevuto risposta. Parliamo, per poi mandare il cervello in ferie.
Discutiamo, ma senza la volontà effettiva di un approccio positivo e votato all'arricchimento personale, nell'incontro con l'altro e nel confronto.
Parliamo ogni giorno, è un'attività tanto quotidiana che il rischio è darla per scontata. Eppure, il problema è che lo facciamo ormai per abitudine e, se le abitudini sono sbagliate, perseveriamo in queste abitudini sbagliate, continuando a parlarci sopra gli uni gli altri, dimenticandoci di aprire le orecchie.
L'ingresso nel periodo liturgico della Quaresima, può essere un pretesto per avvicinarci ad un diverso tipo di digiuno, forse meno praticato, ma non per questo meno stimabile. Gesù va nel deserto quaranta giorni, per digiunare, mettersi in ascolto per poter seguire la volontà del Padre e prepararsi spiritualmente ad una svolta della propria vita (si ritira nel deserto prima di smettere i panni del carpentiere e indossare, diciamo così, quelli del Messia, chiamato a portare l'annuncio della salvezza e della libertà dei figli di Dio).
Il silenzio, questo sconosciuto... quanto è difficile apprezzarlo, abitarlo, ascoltarlo!
Le parole feriscono, il silenzio non dovrebbe. Invece, spesso lo fa. Il problema è che siamo così poco abituati ad averci a che fare, che risultiamo spesso incompetenti ed incapaci di comprenderlo.
Il silenzio ci spaventa, tanto che spesso, soprattutto i più giovani (ma non solo!), tendiamo ad evitarlo, mascherarlo, coprirlo. Riempiamo la nostra vita di frastuono, pur di non ascoltare e ascoltarci.
Nonostante percepiamo, di persona, la dolcezza di uno sguardo fisso e attento, che si accompagna ad un ascolto puntuale delle nostre parole, ci è difficile cogliere il silenzio quando non ci è comunicato anche dal senso della vista: questo accade, ad esempio, quando, durante una telefonata, l'altro capo del filo rimane muto. Il primo pensiero è che sia caduta la linea o che ci sia un guasto tecnico: è tanto strano per noi assaporare la profondità del silenzio di una persona che ascolta davvero, che questa è l'ultima delle ipotesi a cui pensiamo!

Di fronte ad un silenzio che subiamo (ad esempio, un amico che non si fa sentire per un certo periodo), ci sentiamo messi in disparte . Siamo incapaci di abitare un pensiero, di percepire un'attenzione.
Ecco, quindi, nascere il fraintendimento del silenzio, vissuto come indifferenza, mentre non siamo in grado di intuire la possibilità che possa anzi, al contrario, rivelare un approfondimento della relazione, che non necessita più delle parole, ma può avvalersi anche del difficile strumento del silenzio.
Riduciamo l'amore alle sole parole, rinunciando così ad una parte di esso che rimane inesprimibile, allo strumento della parola. La parola è lo strumento fisicamente percepibile che permette la comunicazione, così come il nostro corpo. Eppure, il nostro corpo, essendo dotato di anima, ha un'estensione della propria espressività che non può essere ignorata né trascurata.
Il silenzio incute timore, perché mi consente di avere a che fare con paure e angosce, con tutto quell'insieme del proprio mondo interiore, che non sempre è facile da gestire. Per questo motivo, tante volte, tendiamo a negarlo o allontanarlo: è molto più facile “coprire” le preoccupazioni che affrontarle a muso duro...chiunque credo abbia avuto modo di sperimentarlo sulla propria pelle. Eppure, solo nel silenzio, la propria coscienza può avere voce; solo nel silenzio, è possibile chiarirsi le idee di fronte a se stessi. E, forse, solo grazie al silenzio, è possibile capire se stessi almeno in misura tale da comprendersi quel tanto da fare le scelte giuste, anche quando non sono affatto facili.
Il silenzio più difficile da gestire è il silenzio di Dio. È un silenzio che parla, perché è Verbo incarnato. Ma parla nel rispetto della libertà dell'uomo, «non spezza la canna incrinata» (Mt 12,20) ed è «il mormorio di un vento leggero» (1Re 19,12). Questo spiazza i nostri sensi avidi di forti emozioni e in cerca d'adrenalina. Ecco perché ci è difficile credere. Ecco perché attraversiamo infiniti deserti in cui avvertiamo il “silenzio di Dio”. Temo che il silenzio di Dio sia dovuto alla nostra mancanza di allenamento all'ascolto delle sue frequenze: siamo troppo abituati al frastuono, perché ci accorgiamo di chi sussurra.
Però, se ci pensiamo bene, due innamorati non gridano, bisbigliano. Non hanno bisogno di alzare la voce. Nessuno ne ha bisogno, quando i cuori sono in sintonia, come ricorda una semplice storiella:

Un giorno, un pensatore indiano fece la seguente domanda ai suoi discepoli:«Perché le persone gridano quando sono arrabbiate?». «Gridano perché perdono la calma» rispose uno di loro.«Ma perché gridare se la persona sta al suo lato?» disse nuovamente il pensatore.«Bene, gridiamo perché desideriamo che l'altra persona ci ascolti» replicò un altro discepolo. E il maestro tornò a domandare: «Allora non è possibile parlargli a voce bassa?» Varie altre risposte furono date ma nessuna convinse il pensatore. Allora egli esclamò: «Voi sapete perché si grida contro un'altra persona quando si è arrabbiati? Il fatto è che quando due persone sono arrabbiate i loro cuori si allontanano molto. Per coprire questa distanza bisogna gridare per potersi ascoltare. Quanto più arrabbiati sono tanto più forte dovranno gridare per sentirsi l'uno con l'altro. D'altra parte, che succede quando due persone sono innamorate? Loro non gridano, parlano soavemente. E perché?Perché i loro cuori sono molto vicini. La distanza tra loro è piccola. A volte sono talmente vicini i loro cuori che neanche parlano, solamente sussurrano. E quando l'amore è più intenso non è necessario nemmeno sussurrare, basta guardarsi. I loro cuori si intendono. E' questo che accade quando due persone che si amano si avvicinano». Infine il pensatore concluse dicendo: «Quando voi discuterete non lasciate che i vostri cuori si allontanino, non dite parole che li possano distanziare di più, perché arriverà un giorno in cui la distanza sarà tanta che non incontreranno mai più la strada per tornare». [Il pensatore in questione è Gandhi.]

Se questa attribuzione sia vera oppure sfori nel campo della leggenda, è in questo luogo secondario. All'interno di questa riflessione, serve a ricordarci che riscoprire il silenzio è il primo modo per prestare attenzione all'altro. Il silenzio è condizione fondamentale per un ascolto vero e interessato, che possa far percepire la nostra viva ed empatica vicinanza. Chi impara ad ascoltare, impara a controllare sé e la propria tendenza al dominio e alla sopraffazione. Imparare ad abitare il silenzio ci fa fare pace con noi stessi e ci rende più perspicaci nel leggere tutte le parole non dette che albergano i cuori e rendono le relazioni più ricche di quanto qualunque parola possa dichiarare o sancire.
Il silenzio, infine, invita a quella discrezione che conduce a quel discernimento che quale frutto maturo la discrezione. Caratteristica tanto più preziosa, quanto più rara in un mondo, come quello occidentale, di global media che ci rende “universalmente pubblici”, rendendoci difficoltoso distinguere tra ciò che è pubblico e ciò che è privato.
Salvo poi comprendere il sollievo e la complicità impagabile che nasconono dal condividere ciò che ci riempie il cuore solo con chi è in grado di comprendere l'ampiezza dei nostri sogni, perché ha partecipato (o contribuito) al loro nascere e crescere.

Buon silenzio: che sia occasione per meglio apprezzare ogni suono e approfondire tutto ciò che di bello ci abita nel cuore!

Maddalena Negri
L'autore: Maddalena Negri

Classe 1986, orgogliosamente nata sotto il sole del 13 agosto. Ama scrivere e vi si cimenta, con alterna fortuna, dall’età di otto anni. Privilegia, inizialmente, racconti e scopre la poesia solo più tardi, a 14 anni.
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