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DonoDoni: croce e delizia delle feste natalizie, che ci accompagnano dalla fine di dicembre all'inizio di gennaio. C'è chi non ne può più, perché vede tutto questo come un'inutile sovrastruttura di una festa imposta a tutti e impossibile; una festa “scomoda” per chi non vorrebbe festeggiare o fa fatica a trovare i motivi per farlo e gli pare anzi, addirittura, di non averne affatto.
C'è chi ne fa uso con moderazione, un po' per convinzione e un po' per forza, perché in questa situazione economica si è portati (e forse è un bene, perché aiuta ad apprezzare meglio ciò che si ha e si è) a risparmiare sul superfluo.
C'è poi chi si dice nauseato dalle feste di Natale, salvo poi affermare che l'unica cosa in cui trova senso è l'espressione felice di suo figlio che scarta i regali: senza dubbio, con quest'affermazione voleva dire che ama tanto suo figlio e vederlo felice è ciò a cui lei tiene di più; in realtà, dopo aver criticato l'ipocrisia e la superficialità di un certo modo di vivere il Natale, aggiunge, se possibile, una punta di superficialità a tutto ciò. Perché, per quanto un dono possa dare la felicità, non sarà mai un regalo da scartare la fonte della vera gioia ed è difficile ridurre a ciò il senso del Natale, che è molto di più, contenendo il Dono dei doni: Dio che si fa come noi, per farci come lui. Quale espressione d'amore e fiducia maggiore potremmo richiedere?
Tuttavia, questo spiritualismo, di derivazione platonica, da sempre strisciante nel cristianesimo, non è così salutare come può sembrare a prima vista. Dai tempi dei Greci è forse anche prima, si è pensato ad un Dio puro spirito; la “rivoluzione” cristiana è un Dio di carne e sangue, un Dio bambino, un Dio assolutamente materiale e tangibile: dunque perché rifiutare in senso assoluto un dono che Lo rispecchi e sia quindi materiale e non solo “spirituale”?


Personalmente, forse perché è una festa che si trova anche a dicembre, che è la fine dell'anno, scatta spontaneo un bilancio di gratitudine e scartare i pochi doni da aprire a Natale risveglia in me la gratitudine per tutti quei tanti doni senza carta che alle volte ho fatto fatica a vedere, ma hanno saputo dare un gusto nuovo a questo 2013: accadimenti, esperienze, gesti di tenerezza, nuove amicizie, nuove sfide, la concretizzazione di qualche progetto, raccogliere e dare fiducia, entusiasmo e passione, grinta e fantasia da mettere in campo per inseguire i sogni che ancora ho. Forse tutte queste cose paiono scontate, eppure non lo sono. Einstein sosteneva che c'erano due modi per vivere la vita: o pensare che niente sia un miracolo, oppure pensare che tutto lo sia: nel primo caso il cuore si inaridisce e alterna rabbia ad entusiasmo, nel secondo caso, si riempie sempre di gratitudine che arricchisce la vita. Nel dubbio, preferisco, il secondo modo!
Se ci pensiamo, ciò che rende gradito un dono sono tre ingredienti semplici e fondamentali: sorpresa, gratuità e curiosità. L'effetto è assicurato solo quando sono presenti tutti e tre! I primi due sono imprescindibili e da questi consegue il terzo. La sorpresa è quella per cui rimaniamo piacevolmente impressionati quando non ci aspettiamo nulla e riceviamo qualcosa, qualunque cosa. Qualcuno si è ricordato di noi, anche se non ci meritavamo nulla, anche se non abbiamo fatto nulla. Non è fantastico? Se ci ricordiamo poi addirittura di aver fatto qualcosa di male a quella persona o di non aver ricambiato a sufficienza il bene ricevuto, insieme al rimorso, impariamo il gusto della gratuità: non avevamo nessun diritto per richiedere qualcosa, eppure quel qualcosa è arrivato. Quando poi, senza nulla chiedere, qualcuno che non ci aspettavamo ci regala proprio quello che tanto desideravamo è il top dello sbalordimento. Quel dono, per semplice che sia, ci dà tantissime informazioni: c'è qualcuno disposto a “perdere” tempo e denaro per strapparci un sorriso, donando con gratuità e magari andando oltre qualche litigio od incomprensione e conoscendoci talmente bene da indovinare i nostri gusti e desideri, prima che apriamo bocca. Quando capitano queste occasioni, noi siamo al colmo della gioia, perché capiamo di essere benedetti dal dono di amici, parenti o almeno conoscenti capaci di perdono, comprensione e ascolto nei nostri confronti.
In ultimo, aggiungo la curiosità. Proprio per i motivi appena descritti (tutti noi desideriamo ricevere queste conferme dal pensiero che si cela dietro ogni dono), la curiosità ci impregna e ci anima, facendoci tornare bambini, impazienti di lacerare l'involucro e sperimentare qualcosa di nuovo tra le mani. Non solo per smania di possesso, ma anche per il desiderio di sentirci amati e apprezzati.
Ecco però che non è difficile comprendere, in base alle caratteristiche appena descritte e ai nostri desideri più profondi ad esse legate, che non abbia bisogno effettivamente dei regali, ma di ciò che li anima, perché è quello che dà loro valore.
Risulta chiaro che conta più la mano e il volto di chi dona: il sorriso con cui lo si porge: tutto ciò ne aumenta il valore, pur senza modificarne il prezzo. Ma chi guarda con gli occhi dell'Amore, guadagna lo sguardo di Dio che fa apprezzare il valore più del prezzo ed ecco che allora una telefonata di auguri sinceri da un amico lontano, un sms inatteso, la bellezza e la fatica di trovarsi per un pranzo od una cena insieme con chi ami scalda il cuore più di mille regali fatti e ricevuti!
Non è infatti importante il regalo ricevuto, ma lo spirito con cui è stato fatto, l'amore che gli ha dato vita, il tempo occorso per farlo pervenire, il tentativo di entrare in empatia con il ricevente ed infine il desiderio che tutto ciò serva ad un unico scopo: stampare un sorriso sul volto di chi si ama, che possa distogliere, almeno per un attimo, dalle preoccupazione che ciascuno di noi ha e nessuna festa può cancellare con un colpo di spugna.
L'unica cosa, che solo Cristo può fare, è darle senso e significato, riempiendo di Sé anche il dolore, l'incomprensione, la malinconia, la sofferenza.
A noi, dunque, cosa resta? Parafrasando Dio (dal film “Una settimana da Dio”): «Sii tu il regalo che vorresti ricevere!», partendo dalle piccole cose, ma soprattutto trovando il coraggio di mettere da parte l'orgoglio e fare il primo passo per risolvere quei piccoli – grandi nodi delle nostre vite che facciamo fatica a sciogliere e che molto spesso frenano la nostra vita, non consentendole di spiccare il volo e portare pace e gioia a chi ci vive accanto. Alle volte, sono proprio i piccoli rancori quotidiani che rallentano il nostro passo e ci fanno arrancare durante il nostro giornaliero incedere: giorno dopo giorno, siamo noi stesso ad aumentare il fardello con cui il nostro incedere si fa stanco, goffo e annoiato. Togliamo spazio al rancore, perché possano guadagnarlo la gioia e la serenità, che tanto spesso ci auguriamo in questi giorni (magari senza mai riflettere sul loro vero significato); o, almeno, facciamo del nostro meglio in questa direzione!
Alla fine, proprio questo è lo spirito giusto per vivere appieno il Natale. Se il Dono è Gesù, di cui dobbiamo essere imitatori, se vogliamo essere in cammino verso l'obiettivo finale di diventare cristiani, allora anche noi dobbiamo essere doni gli uni per gli altri, anche solo con un sorriso, un incoraggiamento, un gesto gentile e gratuito. Sono i piccoli atti ad essere capaci di cambiare il mondo, più che le imprese eroiche.
“Fate a gara nello stimarvi a vicenda” scriveva S. Paolo, in una delle sue lettere. Forse pare una cosa piccola e insignificante, ma trovo invece che sia una base solida su cui basare qualunque rapporto umano: e quante volte, sul lavoro, in famiglia, addirittura in una coppia manca!
Penso che dire francamente cosa un altro abbia fatto di bello per noi, valorizzare maggiormente ciò che si vive di positivo ed incoraggiare più che correggere (o, addirittura: condannare!) possa essere un ottimo proposito da assumere in questo Natale e proporsi come applicazione per il prossimo anno. Ricordandosi che ogni cammino parte sempre con un piccolo passo!

Maddalena Negri
L'autore: Maddalena Negri

Classe 1986, orgogliosamente nata sotto il sole del 13 agosto. Ama scrivere e vi si cimenta, con alterna fortuna, dall’età di otto anni. Privilegia, inizialmente, racconti e scopre la poesia solo più tardi, a 14 anni.
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