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Invulnerabile – Francesco Tricarico e il suo nuovo disco (2)
[Intervista telefonica realizzata il 27 marzo 2013]

Sottolinea la poesia e il vulcano d'immaginazione, quale ricchezza infantile da custodire e preservare. Auspica un riscatto interiore di fronte alle avversità, quale necessità dell'uomo per non autodistruggersi. Avanza persino una proposta per uscire dalla crisi, economica e dei rapporti: riattaccare i bottoni, e non solo...
Davvero Invulnerabile, questo Francesco Tricarico!


  1. 3Rispondesti “La cerco”, rispetto alla vita tranquilla. E Dio lo cerchi o ti cerca?

Sarebbe bello se mi cercasse. È bello essere cercati. Sarebbe presuntuoso, dai. Però Dio è un mistero, a cui ognuno dà un nome diverso. Forse allora mi cerca per dirmi “il Mistero sono io”. Sicuramente sarebbe bello, affascinante, stupefacente. Sarebbe una folgorazione il dare un segnale. Sarebbe un onore!

  1. Una volta dicesti una frase bellissima: “Cerco di imparare sempre”. Qual è il tuo rapporto con l’educazione: sei più autodidatta o apprendista?

Mah, sono più autodidatta (a parte il conservatorio, o a scuola, dove ho seguito qualcuno che mi insegnava, immagazzinando tante informazioni). Finita la scuola sono stato sempre più autodidatta: non proseguii con l'università, non avendo la tranquillità emotiva per affrontarla, né la concentrazione. Quindi sono più autodidatta: trovi qualcuno, con cui lavori, da cui non è che proprio impari ma “rubo con gli occhi”. Si dice che un mestiere si apprende guardando.
Gli anni della formazione sono importanti, come lo è trovare dei modelli, che ti siano di guida e ti diano un esempio. Poi però è importante riuscire a vedere le cose coi propri occhi.



  1. “Ogni persona è a se stante, un’unità bellissimamente unica. Il paragone va a togliere alla persona la sua unicità”. Può essere la mancanza di questa consapevolezza penalizzante per i più giovani, troppo spesso impegnati nel tentativo di assomigliare a qualcuno, più che a se stessi?

Assomigliare a se stessi è difficile. Più la cosa è complessa che devi fare (e noi e la nostra mente lo sono!), più richiede tempo e concentrazione epr riuscire a capire chi siamo realmente. Per questo, all'inizio, può essere utile paragonarsi e tendere a un modello. È un modo per formarsi: vedi un esempio da ammirare e cerchi di essere come lui. Fino a un certo punto è adeguato. Almeno, per me lo è stato;ma ho sempre avuto la consapevolezza che io sono io e loro sono loro. Li ho considerati come delle boe per chi nuota: nuoti, trovi la boa e ti ci attacchi un momento; per poi andare oltre, però. Ad un certo punto, però, devi staccarti dai modelli. È penalizzante e non costruttivo fermarsi al modello, perché se cerchi di essere qualcun altro, non sei te: non ha senso come realizzazione della propria vita, della propria integrità, del proprio sogno. Non so se adesso sia diverso da anni fa; se il paragone o l'omologazione siano più presenti nei giovani: mi auguro di no! Ciò che premia nella propria vita, è la ricerca di sé, del proprio talento: e ognuno ha il suo.

  1. Sentimenti, sensazioni, emozioni. Che importanza hanno, nella tua vita e nel tuo lavoro?

La vita è fatta di queste cose: si vive e si soffre di quello. Cerco di capirle. Sono ciò che , da quando ero piccolo, cerco di gestire, di darle un ordine. Perché possono essere travolgenti (amore, dolore, sofferenza). Sono da conoscere.

  1. Una cosa che ho notato è la tua attitudine a ringraziare. Che importanza ha la gratitudine, nella tua vita?

Ringraziare è importante perché ringraziare vuol dire rispettare. Nessuno è tenuto a fare niente per te, nessuno è obbligato. Se qualcun altro fa qualcosa per te, richiede compassione, cioè il vivere con te qualche cosa. Anche l'amicizia va ringraziata. Tutto va ringraziato.Anche l'acqua [cfr. “Amo”, NdC] che si fa bere andrebbe ringraziata. È una cosa importante essere grati, che ti fa vivere meglio, perché – tornando all'inizio – è quello che ti fa rendere conto delle cose belle per ciò che sono. Ringraziare vuole dire essere consapevoli di questo, anche se non so lo faccio poi per questo oppure solo per educazione. Grazie perché sono vivo. Grazie perché il cuore batte. Grazie che mi hai sorriso: è difficile trovare che qualcuno scambi uno sguardo con te, ma in quel momento è grazia, è l'attimo in cui entrambi esistono. Mi viene da dire grazie quando non c'è un tornaconto, quando vivo gesti disinteressati.

  1. “I bambini sono poeti”. È qualcosa che pensi da sempre? La paternità ha cambiato il tuo punto di vista?

La paternità mi permette di osservare direttamente questo, ma i bambini sono tutti immensi artisti, poeti, visionari. Chiaramente non ne sono consapevoli. Sono dei vulcani di talento , d'inventiva. Va difeso questo loro essere poeti, perché l'immaginazione è quella che ti fa inventare la vita. Siamo tutti poeti, basta poi riuscire a non spegnere questa poesia. La favola è relegata all'infanzia, ma la vita è una favola, devi immaginarti delle favole sempre: è il cuore. Non devi porre limiti. Sei sempre bambino. La poesia c'è sempre, anche se la vita te la fa spegnere.

  1. La tua infanzia influisce sul tuo presente?

L'infanzia è l'imprinting che hai dei primi anni. Già per il fatto che non te lo ricordi, influisce nella tua vita. Lì ci sono un po le fondamenta: nei primi anni, in cui sei più vulnerabile, ti formi. Ognuno ha la propria indole e il proprio talento, che sono condizionati da chi lo circonda. Chi ti è intorno ti può proteggere, mantenendo la tua personalità, oppure può scalfire la tua indole, magari assecondando anche esigenze non tue.Perché i bambini, per istinto di sopravvivenza, si adattano, tendono ad assecondare. Bisognerebbe avere molto rispetto e fare in modo che possano assecondare chi li circonda, non perdano se stessi, la loro vocazione. Per cui io mi porto dietro la mia infanzia, poi la comprendi, ci convivi e la superi.

  1. Oltre “Fili di tutti i colori”, ci sono canzoni come “Il mio amico” e “Sole”. È difficile trovare temi come la diversità trattati con questa delicatezza e questa pennellata tanto artistica. Oltre ai complimenti doverosi, la domanda è: ti capita ogni tanto di sentirti diverso, di vivere quella solitudine d’artista che ti fa sentire un po’ “albatros” o “alieno” in questo mondo?

Mi sono sentito un “diverso” a 9 anni, quando ho preso coscienza della morte di mio padre (morto quando avevo tre anni). Prima era normale, poi, forse a nove anni senti più il bisogno della figura paterna. Poi ci fu quel tema [l'argomento autobiografico di Francesco,la canzone che l'ha reso famoso, NdC] che mi mise proprio davanti alla cosa in sé: io non ho avevo un modello. Da quel giorno mi sono un po' rabbuiato, è stato proprio un trauma, come quando ti rompi un braccio. Ci ho messo anni a ricostruire: mi sono messo a riflettere su cose più grandi di me. A nove anni dovresti avere qualcuno che ti accompagni in queste riflessioni.
Sentire la mancanza della figura paterna nella struttura familiare non solo ti fa sentire, ma credo tu proprio sia diverso rispetto a chi non ha questa mancanza, perché ti fa avere esigenze diverse.

  1. Hai sostenuto il progetto “Codice a sbarre”, vestendo un abito confezionato da detenuti all'ultimo San Remo e ora.Esiste, per tutti, “un’altra possibilità”? Oppure c’è qualcosa che non ha riscatto?

Mi auguro che ci sia sempre un'altra possibilità, perché altrimenti sarebbe la fine. Se non hai un riscatto, ti sei condannato da sola. Se c'è una condanna oggettiva, c'è sempre un riscatto interiore. Voglio pensare che ci sia sempre, sennò vorrebbe dire l'autodistruzione. Non avrebbe senso, andrebbe contro l'istinto naturale di conservazione. Ci possono essere condizioni fisiche da cui non hai possibilità di uscire, ma credo che ci sia sempre un riscatto almeno interiore che ti possa far superare qualsiasi condizione avversa.

[Intervista telefonica realizzata il 27 marzo 2013]

Vai alla prima parte dell'intervista.

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