5 1 1 1 1 1
5 1 1 1 1 1

pexels photo 6268638

«A stento qualcuno è disposto a morire per un giusto; forse qualcuno oserebbe morire per una persona buona. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi» (Rm 5, 6-7): queste parole di san Paolo mi hanno sempre colpito, per il sano realismo da cui sono vivificate.

Da quando nasciamo, la morte ci sovrasta come una minaccia incessante. Ogni nato, prima o poi, morirà. È la legge della vita. Nel momento in cui siamo nati, ci siamo iscritti all’elenco dei morti. Quando e come rimangono per molti un mistero se non fino alla fine, comunque fino alla prossimità del proprio decesso. Per altri, più dettagli sono rivelati, nel corso della vita. Ma è pur vero, per tutti, che nessuno può dire di conoscere “né il giorno né l’ora” della propria morte.
Eppure, nonostante questa certezza incrollabile, che ci viene dall’esperienza vissuta, oltre che dalla biologia, rimaniamo sempre, inequivocabilmente, saldamente ancorati alla vita e facciamo fatica a rinunciarvi. Tant’è vero che, difficilmente, siamo disposti ad offrirla, a donarla. Forse, riusciamo a pensare ad un simile dono, tanto disinteressato, per i nostri affetti più cari (figli, moglie o marito, familiari più vicini, amici fraterni).
Già più impegnativa si fa la risposta, se andiamo ad analizzare una simile domanda rispetto ad uno sconosciuto. Molto spesso, di fronte a quest’ipotesi, scatta, anche nei più insospettabili, un moralismo senza pari.  Se ci è chiesto di offrire la nostra vita, per uno sconosciuto, forse, potremmo anche accettare. Purché sia moralmente irreprensibile. Insomma: siamo consapevoli che la nostra vita è una sola e, se si tratta di donarla, il rischio che vada sprecata dev’essere prossimo allo zero (assoluto).

Quant’è diversa la concezione che Dio ha di noi!

La misura dell’amore di Dio è un amore senza misura! Di fronte all’uomo, specie in difficoltà, il cuore di Dio sanguina. Non pensa più alla proporzione. Diventa sproporzionatamente generoso. Come una madre, al vedere il figlioletto in difficoltà, ferito, umiliato, sofferente, diventa disposta a qualunque cosa, pur di vederlo sorridere. Persino a dare la vita. Anche quando è ancora in grembo e, dunque, non può conoscere quale sia il suo livello d’irreprensibilità morale, né il suo carattere, la sua simpatia, il successo che potrà raggiungere. Sa solo che è un figlio. E un figlio, sofferente, è il primo pensiero di ogni madre.
Un Dio a perdere. Uno che mòla mia. Anzi, al contrario. Che s’incaponisce, soprattutto con il figlio più recalcitrante, scapestrato, indisponente. Che si ostina a vedere anche nel poco di buono, quel seme di bontà, pronto a far germogliare la pianta di senape più grande e frondosa che ci sia.
Il peccato è il male più grande che affligga l’uomo, perché è la fonte da cui proviene la sua mancanza di libertà. Per questo, troviamo spesso la malattia ed il peccato accostati. Perché sono entrambe limitazioni alla libertà. La radice di tutto risiede, però, nel peccato, per cui Cristo, dopo una guarigione, insiste sulla liberazione dal peccato. Non è un dettaglio da poco, perché ci comunica due cose: la prima che Lui è Dio, perché solo Dio può rimettere i peccati; la seconda è che solo andando alla radice del problema, è possibile recuperare non solo la salute, bensì la salvezza complessiva dell’essere umano.

Per vedere i pulsanti di condivisione per i social (Facebook, Twitter ecc.), accetta i c o o k i e di "terze parti" relativi a mappe, video e plugin social (se prima di accettare vuoi saperne di più sui c o o k i e di questo sito, leggi l'informativa estesa).
Accetta c o o k i e di "terze parti"

5 1 1 1 1 1

IMG 3952

(Cara maestra) - «Ti conobbi quando, anche se non sembra vero, ero ancora un bambino. Ma ancora oggi il tuo nome evoca lontane nostalgie e vecchi ammaestramenti. Ti trovai appostata all’ombra del campanile, quel campanile che dettava il ritmo alla mungitura delle vacche, alla polenta delle massaie, alle orazioni del vecchio curato, alle partite a briscola del nonno all’osteria. Che schedava il lento vivere della gente di paese. Quel mattino tenevi lunghe gonne, un piglio severamente tenero, uno sguardo che ti mostrava bella. Anche se per me eri già tanto vecchia. Quasi come la mia nonna. Era stata una notte piena di lampi, ma all’avvicinarsi dell’alba ricordo le tacite stelle, come quelle del Pascoli poeta di cui mi parlasti anni dopo. Ci incontrammo in mezzo al cortile della nostra scuola elementare del paese: tu con la tua valigia seria, pesante, usurata dagli incontri. Io con la mia cartella colorata e vuota, lo sguardo insonne e quella vivacità che mi valse la simpatia e l’ansia del tuo sguardo.
Tu mi guardavi, io ti guardavo. Era il mio primo giorno di scuola.
Novelli pirati salpammo, in otto, in quella classe che tu amavi raffrontare ad una nave. Tu, skipper navigata. Sette marinai e un mozzo (io), quello che tenevi in classe non per merito ma per superamento di sopportazione. Ore e ore in tua compagnia. Tutti vestiti griffati. Io delle grandi firme conoscevo soltanto quella del nonno che sottoscriveva, per presa visione, le note dei tuoi colleghi dislocati in altre discipline scolastiche. Alla tua scuola imparai a scrivere, il nome mio e quello del paese, la data e il giorno: in stampatello, in corsivo, sempre più elegante. Con lettere che sembravano disegni d’alta architettura, tant’erano giganti ma che mi facevano sentire l’erede di un pittore famoso quando riuscivo a quadrarle, a tesserle tutte d’un fiato. Senza schiodare la penna per respirare. Tu, mentre leggevi brani famosi di autori famosi, riuscivi a coinvolgere. Trasmettevi: le poesie da imparare e la storia da memorizzare. Le opere d’arte da scrutare, i romanzi da leggere. E quelle tempestose mattine in cui, forse stanca dalle lunghe notti d’aggiornamento, t’affacciavi scura in volto, un po’ nervosa, schiva nella tenerezza. M'accorgevo di te, come tu di me.
Ma tu eri sempre la mia maestra. Di sera con mamma e papà); al mattino con te, nei pomeriggi in compagnia del nonno contadino e della nonna catechista. Mi sentivo sempre a casa, insomma: per tutto il giorno, per tutti i giorni a venire. Quel dieci sul quaderno, con quella grafia che tante volte cercai d’imitarti, era per me un cimelio preziosissimo. Lo barattavo con un giro in bici, con un’ora in più di corsa sul prato, con un gelato nelle afose estati paesane. Ci siamo frequentati quattro primavere e altrettanti inverni. Poi tu hai sposato madonna pensione, io ho tentato altri voli. Ma ben presto scoprii che il tuo viso m’era diventato ispiratore. Perché, per me, sapevi di bellezza, quella che mi avevi mostrato nella pittura e addestrato nel leggerla tra le righe. Eri “maestra”. E come tale m’hai presentato Dante, l’Ariosto, Leopardi e Manzoni. Eri anche donna. E sa donna m’hai addomesticato con la pazienza, l’eleganza, la dolcezza. Eri pur sempre madre: e al par delle madri amavi leggere i silenzi nel mio sguardo fuggitivo.
Era tanta la passione che t'animava che, ancor oggi, allo strillare di qualche campanella, m’alzo in piedi sull'attenti: sperando di vederti varcare la soglia di qualche porta. E vederti sederti in cattedra. Per insegnarmi l’eleganza del vivere.

P.S.: Hai visto che, laggiù nel mio penultimo banco a destra, dormivo solo per finta, cara la (mia) maestra?».

(M. Pozza, Penultima lucertola a destra, Marietti 2011)

Per vedere i pulsanti di condivisione per i social (Facebook, Twitter ecc.), accetta i c o o k i e di "terze parti" relativi a mappe, video e plugin social (se prima di accettare vuoi saperne di più sui c o o k i e di questo sito, leggi l'informativa estesa).
Accetta c o o k i e di "terze parti"
0 1 1 1 1 1

viscere o uomo giallo

Qual è la sensazione che fa più male di tutte? Probabilmente, a chiunque,  verrebbe da rispondere: la lontananza.
Si può manifestare in tanti modi. Può essere una lontananza fisica, dovuta a cause non del tutto dipendenti da noi (il lavoro, la malattia, i doveri sociali od ecclesiali). Molte volte, si tratta di una lontananza spirituale e, forse, è quella che procura maggior dolore: vedere una persona a noi cara, fisicamente vicina, ma percepirla come spiritualmente lontana, abissalmente lontana. Percepire, magari, che qualcosa non va, o, anche solo, qualcosa la preoccupa, ma non sentirsi nella condizione di poter fare nulla, perché i legami sono come allentati, sfilacciati. Insomma: il cuore è altrove. E, talvolta, anche la testa.
“Dov’è il fremito delle tue viscere?” si domanda il profeta Isaia che, con questa espressione, richiama l’intimità più profonda, i sentimenti più autentici ed inestinguibili, quelli che, come un fiume carsico, riprendono vigore dalle profondità, proprio quando temevamo che il loro corso fosse così inaridito da essersi prosciugato. Anche noi usiamo il termine viscerale, ma, forse, per un malcelato pudore per ciò che viene dal nostro intimo, in genere lo attribuiamo a ciò che è negativo, per cui il primo sentimento che colleghiamo a questo aggettivo è l’odio.
È pur vero che Cristo sottolinea che è “quello che esce dall'uomo che contamina l'uomo; perché è dal di dentro, dal cuore degli uomini, che escono cattivi pensieri, fornicazioni, furti, omicidi, adultèri, cupidigie, malvagità, frode, lascivia, sguardo maligno, calunnia, superbia, stoltezza” (Mc 7, 20 - 22). Ciò però non significa che dall’uomo vi escano solo le cose che lo contamino. Nelle profondità dell’abisso umano possiamo trovare molto di più: la forza della perseveranza, la pazienza, la speranza nelle avversità, la tenacia, la fiducia.  

Guarda dal cielo e osserva dalla tua dimora santa e gloriosa. Dove sono il tuo zelo e la tua potenza, il fremito delle tue viscere e la tua misericordia? Non forzarti all’insensibilità, perché tu sei nostro padre, poiché Abramo non ci riconosce e Israele non si ricorda di noi. Tu, Signore, sei nostro padre, da sempre ti chiami nostro redentore. Perché, Signore, ci lasci vagare lontano dalle tue vie e lasci indurire il nostro cuore, così che non ti tema? Ritorna per amore dei tuoi servi, per amore delle tribù, tua eredità (Is 63, 15 - 17)

La riprova che il dolore maggiore risiede nella lontananza lo vediamo in ciò che maggiormente dà gioia. Ed è il ritorno.
Per questo, il profeta chiede misericordia. E sa cosa chiede. Perché, prima dei trattati di teologia, è Cristo stesso, che, esortando ad essere “misericordiosi come il Padre vostro” (Lc 6, 26) ci dice che Dio è Misericordia, la misericordia cui attinge chiunque voglia usarne ad un fratello. È alla fonte, infatti,  che dobbiamo andare, se vogliamo accedere alle risorse che sorpassano l’umano, che chiedono la profondità di chi sa scandagliare gli abissi e trovare la Bellezza anche in un’oscurità che appare impenetrabile.

Per vedere i pulsanti di condivisione per i social (Facebook, Twitter ecc.), accetta i c o o k i e di "terze parti" relativi a mappe, video e plugin social (se prima di accettare vuoi saperne di più sui c o o k i e di questo sito, leggi l'informativa estesa).
Accetta c o o k i e di "terze parti"