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Geremia, il profeta, è un sacerdote del villaggio di Anatoth nel territorio di Beniamino (1,1), vissuto durante il regno degli ultimi re di Giuda: Giosia (640 a.C.-609 a.C.), Ioacaz (609), Joiakim (609-598 a.C.), Ioiachin (598-597), e Sedechia (597 a.C.-586). Figura molto particolare, la sua: uomo solitario a causa del messaggio impopolare che trasmette, si ritrova in contrasto con le autorità, vorrebbe sposare Giuditta, ma Dio stesso gli impedisce di prendere moglie. Abbiamo testimonianza di quel sentimento di inutilità che ogni tanto pervade questo profeta pertinace, ma poco ascoltato, all’inizio del brano («Dall’anno tredicesimo del regno di Giosia, figlio di Amon, re di Giuda, fino ad oggi sono ventitré anni che mi è stata rivolta la parola del Signore e io ho parlato a voi con premura e insistenza, ma voi non avete ascoltato», Ger 25, 3).
Il contesto della Prima Lettura è la minaccia d’invasione dei popoli del Nord (i Babilonesi di Nabucodonosor). Tuttavia, attraverso il numero simbolico dei 70 anni, è profetizzata la disfatta dei Babilonesi, quasi a ricordarci che, per quanto lungo possa essere un periodo negativo, esso non contiene il “tutto” della nostra esistenza.

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Come spesso accade, la prima lettura si rivela affascinante e, a tratti, un po’ ostica.
Il lato ostico della vicenda è senza dubbio quella liturgico: il sacrificio degli animali, bruciati, affinché il loro profumo salga a Dio quale “soave odore” (Ef 5,1) risulta, per chi vive nella nostra epoca, una sorta di retaggio ancestrale di tradizioni troppo antiche perché possiamo avvertirle come familiari. Del resto, invece, per gli antichi, ognuno di questi gesti rispondeva ad un significato e ad una simbologia così precisa da diventare un richiamo irresistibile, per chi ne visualizzava l’attuazione. Offrire un giovenco era far dono a Dio di una primizia, privarsi di qualcosa di bello e di buono per sé e darlo al proprio Signore. Dal momento che Dio non ha bocca ed arti come gli uomini, non poteva consumare, mangiandolo, il sacrificio: ecco quindi la simbologia del fumo, quale risultante di un “fuoco divorante” che, per propria natura si innalza fino al cielo, quasi a voler raggiungere la dimora dell’Altissimo.
D’altro canto, il fascino nasce invece dal constatare con un certo grato stupore come, più spesso di quanto si creda, la forza dei numeri si ritrovi ad essere impotente di fronte alla realtà. Non basta che una bugia sia ripetuta da molti, perché diventi verità - come, invece, qualcuno vorrebbe indurci a pensare. «La verità trova forza in se stessa e non nel numero dei consensi che riceve» (Benedetto XVI, discorso ai rappresentanti della Santa Sede presso le organizzazioni internazionali, 18 marzo 2006): la verità, se davvero è tale, non può essere piegata né dalla forza della violenza, né da quella - più subdola - della pressione psicologica a cui - spesso - possiamo essere sottoposti.
A fronte di questo, la prima lettura diventa allora oltremodo incoraggiante: ci ricorda che non basta la forza dei numeri ad avere ragione di qualcuno. Elia, da solo, confidando in Dio, riesce ad infliggere una vera e propria sconfitta da knock out in questa sorta di “derby religioso” disputato con i 450 sacerdoti di Baal.

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Quando siamo felici, o innamorati, si dice che sentiamo “le farfalle nello stomaco”, una sensazione di solleticante leggerezza tra le più belle del mondo. Quando proviamo paura entrano in gioco i modi di dire “avere la pelle d’oca” o “tremare come una foglia”. Infine, a qualcuno è mai capitato di trovarsi faccia a faccia con una persona che è “verde d’invidia” o “rossa come un peperone” per la vergogna?
Nel corso dei secoli emozioni e stati d’animo hanno trovato i modi più pittoreschi per essere espressi a parole e quasi sempre – in moltissime lingue – s’è attinto al vasto panorama della fisicità umana. La ragione è semplice, una psicologia spicciola compresa millenni addietro: quello che proviamo ci coinvolge in modo totale, a livello mentale e corporeo, si manifesta dentro e fuori di noi; il lessico si è naturalmente adattato a questo coinvolgimento, preferendo coniare giochi espressivi piuttosto che parole del tutto nuove.
L’ebraico biblico non si differenzia per nulla da questa prassi linguistica ed anzi ci regala delle vere e proprie perle che ogni tanto fanno sorridere di gusto il traduttore di turno.
Una delle emozioni più raccontate nell’Antico Testamento, e di sicuro la più bizzarra per il giro di parole che la contraddistingue, è la rabbia. Essa riguarda tutti: uomini comuni, persone scelte da Dio nel cammino dell’Alleanza, ed ogni tanto anche la divinità stessa.

Giacobbe si irritò contro Rachele.” (Genesi 30,2)
L’ira del Signore si accese contro Mosè.” (Esodo 4,14)
Davide si arrabbiò con quell’uomo.” (2Samuele 12,5)

Ognuno di questi personaggi ha le proprie motivazioni per essere arrabbiato, ma per tutti loro l’espressione è identica: “wayyihar-ap” è un provare ira tramite… il naso.
Sì, avete letto bene. La rabbia, secondo le lingue semitiche, è l’equivalente di una miccia che si accende all’improvviso, una sorta di esplosione interiore che trova come unica via di sfogo proprio il naso che, per la forte emozione, diventa caldo. Di colui che prova collera, quindi, si dice in modo letterale che “gli si scaldò il naso”, un turbamento potente e difficile da controllare.
Ad un primo impatto questo modo di dire può sembrare davvero molto strano, ma se ci pensiamo bene perdura invece vivo e vegeto anche nel nostro linguaggio comune, quando per esempio usiamo il verbo “scaldarsi” per esprimere in modo colloquiale l’atto di arrabbiarsi. O quando, smartphone o computer sotto mano, manifestiamo il nostro stato d’animo non con le parole, ma con quelle simpatiche faccine chiamate emoji o emoticon. Fate una prova, andate a dare loro un’occhiata, vi siete mai accorti di quella furibonda con le nuvolette di fumo che escono dalle narici?
Per un gran numero di esseri umani che si arrabbiano verso i loro simili, c’è invece un Dio che prova collera solo in alcuni momenti di particolare rilevanza e quasi sempre in modo pedagogico e mai fine a se stesso, mentre per la maggior parte degli eventi è descritto come “lento all’ira e grande nell’amore” (Salmo 102,8).
La pazienza di Dio è uno dei temi cardine dei racconti dell’Alleanza e il nucleo di alcuni Salmi. E’ un’attesa che non comporta indifferenza o passività da spettatore un po’ distratto, ma è quella Misericordia che lascia che l’uomo compia i propri passi, talvolta anche sbagliati, purché egli impari a trovare da solo la propria strada. La troviamo messa a dura a prova con Abramo, che contratta per la salvezza di Sodoma e Gomorra in cambio di dieci giusti (Genesi 18); è nascosta tra le pieghe della storia di Giuseppe, venduto dai fratelli, in attesa di un nuovo incontro con loro e di un perdono pacificatore. E’ proclamata a gran voce nei Salmi ed è il vessillo dell’uomo dei dolori (Isaia 53), quel giusto sofferente che si ammanta di pazienza e docilità e che si lascia mettere nelle mani dei suoi aguzzini, affinché sia la gloria di Dio ad avere l’ultima parola sul male degli uomini.
Così come era stato per la rabbia, il naso entra in gioco anche per l’incalcolabile pazienza divina e ci regala un giro di parole che nel suo significato letterale è ancora più curioso del precedente, ma che a livello teologico è pura poesia.
Se infatti per chi prova collera si usa l’espressione “avere il naso che si scalda”, chi è incredibilmente paziente non potrà che possedere un naso che non s’infiamma in modo tanto facile.
E così il Dio biblico “lento all’ira” è colui che possiede “narici lunghe/lontane”: “erek appaim”, recita l’ebraico, senza nessuna intenzione comica o canzonatoria, ma con la massima serietà di chi s’aggrappa al vissuto quotidiano per cercare di descrivere una divinità incommensurabile nella sua perseveranza ad amare gli uomini.
Un naso che è al plurale – anzi duale, ovvero doppio – come due sono le narici: una pazienza, cioè, raddoppiata, che supera incredibilmente quella umana e che si riversa sulle creature in maniera doppia rispetto a quanto esse possono immaginare. Un naso che è lontano, inteso anche in senso geografico della distanza spaziale: Dio tiene lontana da sé la manifestazione della rabbia. E’ paziente per sua stessa volontà, perché la sua essenza è quella Misericordia che, fattasi Uomo, preferirà amare spalancando le braccia e lasciandosele inchiodare ad una croce, piuttosto che alzarle per colpire e per incutere terrore.

Fonte immagine: Disney & Pixar's Inside Out Movie.

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