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Cristo è libertà.
Non è stato facile pervenire a questa consapevolezza, per Pietro che, dopo i proclami di fedeltà assoluta, si è trovato prosternato e atterrito dalla propria fragilità, così spudoratamente esternata al mondo, mentre il Signore pativa anche per lui.
Non è stato facile neppure per Giovanni, pur essendo stato l’unico, tra i discepoli a dimorare sotto la Croce, tanto che la pietà popolare, tanto spesso, lo raffigura proprio in questo modo: sotto alla Croce, accanto alla Madre, segno della Chiesa nascente nel Triduo pasquale. Del resto, come potrebbe essere facile accogliere l’impotenza, di fronte al Mistero che si compie, di fronte all’Amore che si dona, nella sua totalità più viscerale e profonda?
Entrambi, tra i primi ad essere chiamati dal Maestro. Entrambi, provenienti da una famiglia di pescatori, si conoscevano prima della chiamata ed erano soci. Eppure, profondamente differenti. A partire dall’età. Pietro sicuramente più anziano, sposato (sappiamo per certo, dai Vangeli, della presenza della suocera). Giovanni, più giovane, probabilmente più intraprendente e dal cuore inquieto e colmo di domande. Pietro, l’uomo dei grandi slanci, spavaldo fino all’arroganza, più volte ha cercato di tenere a freno il Cristo, come se il Verbo potesse essere trattenuto da parola o buon senso umani!

Così simili, così diversi. Negli Atti degli Apostoli, li vediamo assieme. Già solo per questo, quasi un monito alla Chiesa d’ogni tempo e d’ogni luogo: «Stringetevi a Cristo, pietra viva, ma non temete difformità e differenze di carismi: la fantasia dello Spirito ha molti modi per manifestarsi e continuare l’opera del Padre».

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Introduzione

Siamo psicodistrutti”, “A scuola ci hanno solo tartassati”, “Ci chiedono solo cosa sappiamo e non come stiamo”, “E a noi non pensate?”. Queste sono solo alcune delle affermazioni uscite dalla pancia di qualche adolescente durante uno dei nostri incontri online, chiacchierando su come avessero vissuto quest’ultimo anno. Mi sono riecheggiate dentro per intere settimane, fino a che ho deciso che è giunto il momento di creare un piccolo spazio in cui queste “urla” possano trovare voce, spazio e ascolto. Vorrei offrire loro un luogo in cui poter gridare la rabbia, la delusione, la monotonia, l’apatia, la frustrazione che hanno vissuto durante quest’anno e che vivono, ma anche che diventi occasione per cominciare a scoprire o riscoprire ciò che di buono c’è stato, ciò che c’è, ciò che resta, ciò che conta, ciò per cui vale la pena lottare, creare, sognare. E farlo assieme. Non più solo tanti “io”, ma una visione di “noi”. Una visione di futuro.

Io presterò solamente la penna, tutto il contenuto viene da loro. Dialoghi, sfoghi, confidenze, mail, messaggi WhatsApp. Niente deve andare perduto. “E chi non raccoglie con me, disperde”. Proprio durante l’Avvento c’è stata una domanda di Gesù che mi ha trafitta e che misteriosamente inizio a intuire solo oggi: “Quanti pani avete?”. È una di quelle domande secche, dirette, ti mettono spalle al muro, ti costringono a dire la verità. Smascherata e consapevole di averne davvero pochi da offrire, ho deciso di riconsegnarli in questo modo, affinché sia Lui a trasformare me, i ragazzi che porto nel cuore e tutti gli adolescenti che ogni giorno, troppo facilmente, dimenticano quanto belli, forti e unici sono.

Ho letto molti articoli in merito, non sono una psicoterapeuta e di informazioni relative al disagio che stanno vivendo i nostri giovani ne sono state dette e scritte molte, da persone ben più accreditate di me. Non sono nemmeno l’unica “categoria” colpita, questa volta ci siamo dentro proprio tutti. La vita però mi sta tampinando, mettendomi alle costole questi futuri uomini e donne. Non più piccoli, ma non ancora capaci di rimanere saldi e ben ancorati a ciò che sostiene. Per loro è questo il tempo in cui scoprire, e quindi scegliere, su quali fondamenta costruire la propria casa. Sono in bilico e per questo ancora più a rischio di cadere. Provocata dalle loro storie, dalle loro domande e dai loro vissuti, ho provato semplicemente a dare forma alle loro voci, parziali, limitate, ma comunque sia protagoniste e uniche.

Questa semplice rubrica “IN-ASCOLTO” consterà di tre parti. “In” è sia voce del verbo fermarsi, focalizzare l’attenzione su chi sta parlando, sia privativo indifferente. Non mi interessa, non lo faccio e non lo voglio fare. “Ascolto”, è quello che chiedono, poiché si sentono trascurati “dai piani alti”, come li definiscono loro.

La prima parte: “Voce di uno che grida nel deserto”. Le tenebre, la notte. Il tempo della pandemia. È il luogo delle paure, come delle menzogne, delle ansie e delle preoccupazioni. È la stanza che sembra restringersi. È la monotonia dei giorni uguali alle notti. È il cervello che si sente indifeso e incapace a reagire. È la perdita di fiducia verso il mondo degli adulti, della politica. È vedere coi propri occhi il fallimento di una società e non sentirsi contemplati da essa. È aver perso relazioni che si sono rivelate fasulle e fallaci. È la Dad. È la preoccupazione per la sanità mentale nostra e di chi ci circonda. Sono il vortice di emozioni che fa naufragare.

La seconda parte: “Sentinelle del mattino”. L’alba, l’aurora. È il sole che ancora non illumina tutta la stanza, le ombre sono allungate. La luce si intreccia alla tenebra. Nel corpo c’è ancora la notte, il segno del cuscino, gli occhi stropicciati, le occhiaie evidenti e il cuore in subbuglio. Ma, come le sentinelle, si è bramosi di veder spuntare il bagliore del sole. All’alba si può ringraziare perché c’è ancora una volta la vita. È nato un nuovo giorno. È la memoria del cuore, è ringraziare per respirare nuovamente e ancora, per averlo sempre fatto, è lo spazio del riconoscere e del portare al cuore quello che di buono c’è stato e che c’è. Esercizio di gratitudine quotidiana retroattiva.

La terza, la parte visionaria e profetica, “Pellegrini coraggiosi”. Il giorno, il viaggio della vita. È il tempo dei sogni, del futuro, del cuore da lanciare oltre l’ostacolo. È scoprire cosa si desidera e come fare per vivere una vita piena. È aprire nuove strade in questo vasto orizzonte che si spalanca davanti; meno punti di riferimento, passi traballanti, ma ardore e speranza negli occhi e nelle gambe. È il sole allo zenit che illumina ogni cosa. Solo i veri coraggiosi non avranno paura di così tanta luce.

Buona strada!

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Posso urlare?

Sono stata costretta da una delle ragazze adolescenti con cui stavo parlando ad andare a vedermi quanti soldi avessero previsto di stanziare per le politiche giovanili con il Recovery Fund. Mi ha comunicato con una tale enfasi quest’informazione perché era andata volutamente a cercarsela. Voleva e doveva assolutamente sapere quanto fossero visti e considerati gli adolescenti, quanto stessero a cuore al Governo. “Laura, ti rendi conto? Valiamo solo l’1%? Praticamente noi non esistiamo”.

Ci sono emozioni che se soppresse a lungo, alla fine devono scoppiare fuori. La rabbia, la delusione, la frustrazione, il senso di soffocamento, il nervosismo, il non sentirsi visti. Il nostro “Io” ha bisogno di farle uscire con forza. “Posso urlare?” È questo il grido di aiuto ed esasperazione che esce dalle loro narrazioni.

Dopo un anno di pandemia si sentono così somiglianti a quel popolo deportato e prigioniero in terra straniera, affaticati e sofferenti. Il lockdown, il ballo dei colori delle varie zone, il coprifuoco, la DAD e ora l’ennesima zona rossa, hanno riacutizzato la disperazione. Una serie di situazioni che rendono le loro giornate una montagna russa: accettazione per tutto ciò che accade che può essere solo subìto, tristezza per ciò che manca, per chi manca, disperazione per una situazione che torna a ripetersi a distanza di un anno. Un déjà-vu travestito da incubo, proprio come in quel film in cui il protagonista ogni mattina si sveglia e la giornata si ripete identica alle precedenti. Si sentono promettere soluzioni certe, schematiche e logiche per questioni che di certo, schematico o logico hanno ben poco. È una pellicola senza apparenti titoli di coda. “Posso urlare? Qualcuno ascolterà?”

I nostri ragazzi vivono molteplici emozioni, tutte da gestire da soli, nella propria stanza, con la famiglia onnipresente. Un carcere nel carcere per molti. Vivono la consapevolezza che gli sia stata tolta la libertà, non solo di muoversi, di relazione, di scambio, ma anche quella di crescita. Abortite tante possibilità per fare esperienza di vita concreta: luoghi da visitare, persone da conoscere, corsi da seguire, prime volte da vivere, studi all’estero, percorsi con un gruppo, lo sport. Oltre a quella immensa palestra di vita che sono la scuola, la strada e la mascherata leggerezza del quotidiano. L’hanno definita tremenda questa prova, come se gli stesse sfuggendo tra le mani il contatto umano. “Sapremo ancora guardarci negli occhi, abbracciarci, baciarci, accarezzarci, senza paura e senza riserve?”. Vivono la delusione di aver ascoltato le continue false promesse di noi adulti. Non si sono sentiti coinvolti, visti, ascoltati. Dalla scuola in primis. La scuola per molti è una doppia quarantena. Alcuni di loro hanno perso la voglia, hanno mollato la presa. Un anno dietro ad uno schermo sentendosi solo un contenitore vuoto da riempire. “E mi chiedi quanto soffro / in testa ho il mar rosso / nel cuore il mar morto” compongono.

Molti di loro riconoscono che il problema non è il virus in sé, ma ciò che ha smascherato: fragilità interiore e del mondo che li circonda. Ha scoperchiato il dramma della scuola vissuta in totale solitudine a casa e torchiati in presenza in aula, il dramma di accorgersi che attorno a loro pezzi di società stanno crollando: il sistema sanitario, politico ed economico, e il dramma relazionale. Manca loro il contatto: vedersi, toccarsi, annusarsi, trovarsi, riconoscersi, sbagliare e ridere, divertirsi e sfogarsi. La più naturale palestra di vita da sempre. Ma il grido più penetrante e al contempo lucido, è il riconoscere il pericolo per la propria e altrui sanità mentale. Condividono che molti loro coetanei si stanno facendo aiutare da qualche adulto esperto per poter attraversare questo deserto e rendendosi conto che l’equilibrio mentale, già così instabile e in divenire alla loro età, diventa più importante della salute fisica stessa.

Nel loro essere vulcanici e lunatici, incostanti, entusiasti e da stanare, sono riusciti a dare una lettura diagnostica puntuale, precisa e veritiera della loro condizione. Sorprendenti per come sono riusciti a raccontarsi nei loro chiaro scuri, con l’immediatezza che li contraddistingue e incuranti di ciò che penseremo.

È nella notte, nella solitudine, che si urla. L’urlo se ne frega degli altri, serve a chi gli dà voce per sgombrare i pesi dal cuore. È la speranza folle che ci possa essere anche solo una persona pronta ad ascoltare e a tendere la mano. E allora fatelo: urlate. Nessun grido è mai andato perduto.

“Durante quel tempo, che fu lungo, il re d'Egitto morì. I figli d'Israele gemevano a causa della schiavitù e alzavano delle grida; e le grida che la schiavitù strappava loro salirono a Dio. Dio udì i loro gemiti. Dio si ricordò del suo patto con Abramo, con Isacco e con Giacobbe. Dio vide i figli d'Israele e ne ebbe compassione.” (Es 2, 23-25)


 Introduzione: Adolescenti in DAD: quando uno schermo non basta #IN-ASCOLTO

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