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 Abraham y Melquisedec por Juan Antonio de Frías

A breve, festeggeremo due importanti ricorrenze liturgiche: l’Ascensione e la Pentecoste. Parallelamente, tante diocesi e tante comunità si preparano a celebrazione le ordinazioni presbiterali.
La liturgia ci offre occasione di riflettere a questo riguardo. Perché, ancora oggi, ci sono sacerdoti? Non è anacronistico?

San Paolo, nella lettera agli Ebrei, nomina un personaggio particolare, Melchisedek. Lo troviamo, per la prima volta, nel libro della Genesi (14,18 e ss.), per poi ricomparire nel salmo 110, prima di ritrovarlo nell’Antico Testamento: nel primo riferimento, si avvicina ad Abram, di ritorno dalla guerra, offre pane e vino e lo benedice; nel salmo, si mostra come figura davidica e, di riflesso, come figura messianica. Senz’altro, il primo motivo di avvicinamento al sacerdozio è nella presenza di “pane e vino”: pur essendo presenti in alcune celebrazioni ebraiche (c’è sempre stata una lunga tradizione di benedizioni per il pane ed il vino, che precedono l’istituzione dell’Eucaristia da parte di Cristo), è innegabile che diventino un segno distintivo, nel “giorno del Signore”, in cui prendevano senz’altro il posto centrale, durante la celebrazione eucaristica comunitaria.

Tu sei sacerdote per sempre
secondo l'ordine di Melchìsedek
.

Il richiamo, esplicito, a questa figura abbastanza oscura, diventa motivo di chiarimento riguardo non solo alla specificità, ma alla “convenienza” del sacerdozio di Cristo. Il sacerdote, discendente della tribù di Levi, doveva attenersi a precise prescrizioni, tra cui quella di offrire sacrifici prima per i propri peccati e, solo in seguito, per tutto il popolo. La lettera agli Ebrei evidenzia come chiunque sarebbe in difficoltà a evitare questo “doppio passo”: chi, infatti, potrebbe considerarsi senza peccato? In un certo senso, però, questo inficia il ruolo di “ponte” con l’Eterno, che diventa meno immediato e che avverte tutto il peso dell’inadeguatezza di comparire di fronte a Dio.
Per sempre: senza soluzione di continuità. Così è il nuovo sacerdozio, inaugurato in Cristo. Perché nuovo? Perché cambia tutto, in meglio, rispetto alla tradizione precedente:

7,25 [Cristo]può salvare perfettamente quelli che per mezzo di lui si avvicinano a Dio: egli infatti è sempre vivo per intercedere a loro favore.
7,26Questo era il sommo sacerdote che ci occorreva: santo, innocente, senza macchia, separato dai peccatori ed elevato sopra i cieli.

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Gesù Cristo non istruisce un gruppo di eletti, di iniziati ai più grandi misteri, lasciando gli altri nell’ignoranza e nella sete di Dio.
È vero, ha un gruppo di apostoli, che, insieme con le donne, lo seguono più da vicino nelle sue peregrinazioni per i luoghi della Galilea. Tuttavia, non si nega ad incontri notturni con Nicodemo (cfr. Gv 3, 1-21), né tralascia di ammaestrare le folle (cfr. Mc 4, 1), di leggere la Scrittura nella sinagoga (cfr. Lc 4, 14-30) e di scacciare gli spiriti immondi (Mc 1, 21-28)
In verità, non si tratta neppure di realizzare una sorta di programma d’istruzione rispetto alla conoscenza della teologia e delle Scritture. È molto chiaro, infatti, come il rabbi nazaretano si ponga in una prospettiva totalmente differente, rispetto ai rabbini della sua epoca, come è in più momenti sottolineato («insegnava loro come uno che ha autorità, non come gli scribi»).
Il “testamento spirituale” del Signore è presente, con tutta la prorompente forza data dalla peculiarità di quegli istanti, proprio durante l’Ultima Cena. In quelle parole (“Fate questo in memoria di me”), Cristo consegna tutto se stesso (traditio) alla Sua Chiesa: sapendo conclusa la sua esperienza terrena, affida agli apostoli la continuazione della propria opera. Senz’altro, il riferimento è da ascriversi al sacramento dell’Eucaristia, quale strumento salvifico. Ma non è possibile limitarsi a ciò, in senso stretto. Basti pensare al fatto che l’evangelista Giovanni, che pure costella il proprio vangelo di discorsi eucaristici, preferisce sostituire l’ultima cena con la lavanda dei piedi. Opportuno corollario, affinché possa essere compreso l’affidamento che Cristo compie, nei confronti della comunità, di quello che è il proprio corpo.

Nell’epistola di san Paolo, in cui leggiamo una parte dell’inno alla carità (1Cor13) vediamo estremizzata e astratta la situazione che la chiesa delle origini, pur con tutti i suoi limiti umani, cerca di attuare, anzitutto nella condivisione dei beni, vissuta, anzitutto, affinché «nessuno tra loro [fosse] bisognoso» (At 4, 34). Condividere non è regalare, né privarsi del necessario: è far partecipare ognuno del bene di tutti, così che tutti possano averne a sufficienza e nessuno possa mancare di quanto gli occorre.
Il primato della carità, pura e semplice, quella che «tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta» (1Cor 13, 8), pur rischiando di essere vista come un’utopia irraggiungibile, ha il pregio di mettere al centro il vero motivo per cui i talenti vanno coltivati. Non è tanto questione di sfruttarli al meglio, quanto, piuttosto, di farli fruttare per il bene di tutti. Nessun dono, pur se mistico, se vissuto nel ripiegamento di sé, rischia di tradire il proprio senso più vero, che è quello di essere vissuto nel servizio del prossimo, che è parte integrante del corpo di Cristo.   

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gran fondo strade bianche rcs sport om

Nella mia mente fanciulla, oltrechè di Maria, maggio è il mese della corsa più bella al mondo: il Giro d'Italia. La geografia, quel poco di geografia che ho imparato, più che sui banchi di scuola (ed è stata una bellissima scuola la mia) l'ho appreso dalle pagine rosa della Gazzetta, inseguendo quello sciame dipinto di biciclette e di uomini che, di maggio, scivola tra le strade della Penisola come sangue dentro le vene. Ancor oggi, viaggiando, i nomi delle città che incrocio in automatico la mente me li ricollega con qualche tappa del Giro, non a qualche santuario della Madonna (con tutto il rispetto!) Con qualche volto di eroi sportivi che, su quelle strade, hanno scritto pagine di epica, d'audacia, di nobiltà. Uno su tutti: Marco Pantani. E le città divenute tappe della sua via lucis: Merano, Aprica, Gran Sasso, Marmolada. Della sua via crucis: Madonna di Campiglio.
Gli sfottò, per chi non capisce l'incantesimo di questo sport, non tardarono: “Chissà cosa ci sarà di bello da guardare! Non succede nulla per ore e ore”. È proprio questo il bello, invece: che non succede nulla per ore e ore e poi, per un qualcosa d'improvviso, esplode il finimondo. E quello che non è successo per ore ti accade in un secondo. Basterà poco più di nulla: un cavalcavia, un gatto sulla strada, una salita, una discesa, una distrazione e tutta la corsa esploderà, come al detonare di una bomba. Le istruzioni per l'uso, di questa corsa semplice e complicatissima, sono le stesse che si affidano ai bambini perchè, un giorno, possano diventare protagonisti delle loro vicende: entrare nella fuga giusta, farsi trovare pronti all'attacco decisivo, prendere davanti l'ultima curva, segnarsi le ruote degli avversari da non lasciare scappare. Poi, comunque, la parola passerà alla strada, che puntualmente se ne infischierà di tattiche e di trucchi: quando la strada sale, non ti potrai nascondere. Quando l'asfalto finisce, inizia la realtà.
Il Giro d'Italia (iniziato l'altro ieri) non è solo sport: è cultura generale, sono lezioni di geografia, è la manifestazione dell'Italia. E' la storia di una nazione, la più bella al mondo, che si mostra più unita durante il Giro che in Parlamento. La cui fede, per chi vorrà, si lascerà scoprire passando davanti ad un santuario, limando la rotatoria davanti ad una Chiesa, interpretando una scritta bianca ch'è stata stampata sul nero pece dell'asfalto. E' speranza, soprattutto: che colui che parte all'alba, appena dato il via, venga snobbato da tutti. Ma poi, attaccando e sgobbando tutta la giornata, finisca per alzare le braccia al traguardo e prender gli applausi anche di coloro che, alla partenza, lo fischiavano. E' la vita (il Giro).

(da «Specchio» de La Stampa, 8 maggio 2022)


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