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011 paul troas miletus

Storia di quella volta in cui l’Apostolo Paolo, per eccesso di prolissità, fece rischiare la vita ad un Eutico. Era il primo giorno dopo il sabato - domenica, diremmo noi - e Paolo si prolungò nella propria spiegazione, forse anche perché richiesto dai presenti: come negare infatti che, quando si ascolta qualcuno che sa interessare l’uditorio, è bello ascoltarlo, anche a lungo, e ci si dimentica di guardare l’orologio? Per chi, però, magari viene dai campi o da un altro lavoro faticoso, la stanchezza fisica può comunque avere il sopravvento, come avviene al ragazzo, che, complice la ressa, deve aver scelto di sedersi sul davanzale della finestra, cadendo dal terzo piano del palazzo. Alla luce di questo, si fa più evidente perché si caldeggi di non superare gli otto/dodici minuti, nell’omelia!
Battute a parte, l’episodio è in realtà grave e concitato: Paolo si precipita al piano terreno, lo abbraccia, ormai morto, ma lo rialza, riportandolo in vita. Solo allora, ritornano alla liturgia e spezzano il pane. Un episodio molto significativo, che sottolinea come, per il cristiano la liturgia non è solo uno spazio sacro, ma richiede di diventare paradigma della vita. La vera liturgia si costituisce, al contempo, del cibarsi di Cristo, nella Parola e nella Carne, ma anche nel diventare - effettivamente - corpo di Cristo con il quale agire, concretamente, nella quotidiana, per affrettare il Regno di Dio sulla terra.

L’epistola, strettamente legata al Vangelo, sottolinea la dignità, ma anche la responsabilità sacerdotale, che discende direttamente dal legame con Cristo, senza il quale perde ogni significato. Un sacerdote - ebbe modo di ripetere tante volte, nel corso della sua vita, don Carlo Calori - non si salva, se non con le anime che salva. A sottolineare la “cordata” di santificazione, di cui è chiesto di farsi promotore, con l’obiettivo, però, di condurre a Cristo, vero Pastore e vero Maestro.

«Io e il Padre siamo una cosa sola» (Gv 10, 31): questa garanzia d’unità, proclamata da Gesù, è offerta, anche oggi, a noi. E dovrebbe essere la vera garanzia d’amore, eterno e intramontabile: «l’uomo trova se stesso nel mezzo, nell’abbraccio e nel bacio del Padre e del Figlio, cioè nello Spirito Santo». Quando Gesù ci parla della Trinità, è sempre perché ci invita ad entrare in questa comunione d’amore, per tramandare, a nostra volta, comunione, tra coloro che incontriamo. Perché l’uomo potrà trovare la pace vera, solo mettendosi alla scuola della trinità, dove ciascuno vive per l’altro, con l’altro, nell’altro, in un vortice in cui il potere dominante è quello dell’amore che tutto crede, tutto spera, tutto sopporta (1Cor 13).

Eppure, è proprio questo il motivo dello scandalo, per cui, poco più avanti, i farisei prenderanno delle pietre, con l’esplicita volontà di lapidarlo, spiegando: “non ti condanniamo per un’opera buona, ma perché ti fai come Dio” (Gv 10,33). e, in realtà, a ben pensare, è - ancora oggi - il vero motivo delle perplessità di chi guarda con sospetto al rabbi di Nazareth, come ben sottolinea C. S. Lewis:

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“Maestra, ma perché Dio è solo papà? Non può essere anche un po’ mamma?”
L’occhiataccia di traverso dell’insegnante fu un rimprovero chiarissimo, che mi spinse a tapparmi la bocca e a farmi più piccola che potevo per provare a scomparire alla vista di tutti. La mia domanda fin troppo ardita era giunta al limite dell’irrispettoso. Forse presa in contropiede, la maestra mi intimò di non osare mai più voli mentali così rischiosi. Mi vergognai di essere stata ripresa di fronte ai miei compagni, ma soprattutto immaginai una chissà quale punizione divina che da un momento all’altro sarebbe piovuta dal cielo.
Dopo circa trent’anni di distanza il caso mi ha regalato il medesimo siparietto, ma a parti invertite. Io dall’altra parte della barricata – ops, della cattedra – e non uno, ma quasi un’intera classe di bambini incuriositi da quell’appellativo che sembra escludere qualsiasi controparte femminile. Alé, un episodio che ha tutto il sapore della rivincita.
Il dubbio è più che lecito e il punto di vista dei più piccoli scaccia qualsiasi ombra di dibattito tra maschilisti e femministi. Per loro, ognuno degli adulti che li circonda possiede prerogative e caratteristiche ben precise, una sorta di binario obbligato che non consente cambi di rotta: è la costruzione di un mondo strutturato che li fa sentire sicuri e protetti. Questo però non esclude che ci siano momenti in cui osare un pensiero diverso, una domanda un po’ più ardita delle altre, una strada nuova e inesplorata.
Ecco allora l’interrogativo su Dio Padre, chiamato così non solo perché lo ha insegnato Gesù, ma anche a causa del suo essere origine di ogni cosa – padre degli uomini, padre del creato – ma potrebbe avere anche le caratteristiche di una mamma?
Senza timore di anatemi provenienti dall’alto dei cieli, possiamo affermare che il ragionamento di questi bambini non è andato così tanto lontano dalla realtà delle cose.
Nell’Antico Testamento la maggioranza di nomi, verbi e aggettivi riferiti a Dio è al maschile. Non è necessario tirare in ballo nessuna connotazione di stampo patriarcale o discriminatoria nei confronti delle donne: anche il Decalogo declina tutti i verbi al maschile, intendendo però raggruppare con esso la totalità del popolo d’Israele, invitata ad accogliere quelle Dieci Parole di pace reciproca.

“Buono e misericordioso è il Signore,
lento all'ira e grande nell'amore.” (Sal 103,8)

La Misericordia di Dio è uno dei tratti più stupendamente dipinti dagli autori dell’Antico Testamento. Ogni atto di compassione verso le singole creature, ogni dichiarazione d’amore nei confronti di un popolo capriccioso e spesso recalcitrante, è una pennellata colma di vibrante e genuino trasporto.
Ma come tutte le pennellate, esistono quelle larghe e dense di colore, così come quelle sottili e ravvicinate ed ognuna di esse possiede un proprio scopo perché il dipinto sia il migliore possibile. Così anche la Misericordia è un tratteggio dalle molteplici sfumature, per le quali c’è una parola per ogni ambito.
Il filo che lega Dio all’uomo possiede più nomi, poiché l’amore non si accontenta di un solo modo per potersi manifestare, ma cerca sempre più e più vie per potersi tramutare in abbraccio che non lascia escluso nessuno.
Esiste una Misericordia che è tipicamente femminile, un volto dell’amore divino che si lega al tema della maternità e che ci mostra una tenerezza senza eguali. Questa Misericordia in ebraico è “rahamìm”, ben diversificata dalla Misericordia-“hèsed” che è invece la fedele benevolenza di due persone che stringono un patto.
Rahamim è un sentimento che ha la sua radice da rèhem, il grembo materno. È il luogo in cui avviene il mistero della vita, ma anche il primo momento di con-vivenza tra una madre e la propria creatura. È questo un vero e proprio amore viscerale, espresso con un linguaggio figurato di notevole profondità e grande impatto, perché si tuffa nei sentimenti di un Dio che ama con tutto se stesso – con ogni fibra del suo essere – e che vuole custodire la sua creatura non come una guardia ma come una madre che fa crescere il proprio figlio.

“Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se queste donne si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai.” (Is 49,15)

Dio ama con cuore, mente, anima… grembo. Di un amore gratuito e a prescindere, non frutto di qualche tipo di merito. Una sua assunzione di responsabilità che richiede impegno e premura, vigile attenzione che non fa mai uso del cartellino “torno subito”. E nonostante questo è un tipo di Misericordia che non pretende di incatenare i passi altrui, ma lascia la libertà di allontanarsi, di cadere se necessario, così simile alla gioia mista a timore di un genitore che assiste ai primi, dolcissimi, incerti passi del proprio figlio.

Dio ci ama come siamo. Punto.
Prima ancora di essere contraenti di un patto d’alleanza, siamo figli amati.
E se rovesciassimo l’impostazione?
Noi (ci) siamo perché Dio ci ama, preziosi a prescindere, “chiamati per nome” (Isaia, 43,2).
Siamo “un’esigenza del cuore” (Giovanni Paolo II, Enciclica Dives in misericordia, 52), il centro di un bersaglio su cui la Misericordia non vede l’ora di essere scoccata per diventare tenerezza, pazienza, compassione e perdono. Una gamma di sentimenti da far perdere la testa.
Non buonismo-a-tutti-i-costi che tralascia la doverosa giustizia, ma amore-ad-ogni-costo, che ci mette la faccia, anzi, il proprio grembo perché non sia il male ad avere l’ultima parola.
Dio-Padre, ma anche Dio-mamma, se necessario. La doverosa precisazione che questo linguaggio è solo “un antropomorfismo, un simbolo, per esprimere l'ineffabile mistero divino” (G. Ravasi, Questioni di fede) non sminuisce affatto la grandiosa portata di un sentimento spontaneo, istintivo e assoluto, che non vede l’ora di poter avere un appuntamento con noi.
Il Padre Misericordioso, dipinto da Rembrandt, porta in sé il vessillo di una Misericordia che è paterna e materna, fedeltà e amore viscerale. Le mani che si poggiano sul figlio inginocchiato sono teologia-a-pennellate: abbracciano, confortano e guariscono. Simili e diverse, una maschile ed una dai tratti tipicamente femminili, sono l’espressione di un moto totalizzante che accoglie e perdona, perché la sua riserva d’amore per l’uomo è praticamente infinta.

Giovanni Paolo I - Dio è madre
In copertina: Rembrandt, Il ritorno del figliol prodigo, particolare.

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La danza 2 1910 Musoeo dellErmitage di San Pietroburgo

Anche stavolta, la prima lettura, tratta dagli Atti degli Apostoli, ci racconta le vicissitudini dei primi cristiani (che - ancora - non si definivano tali) e, in particolare, la miracolosa “evasione” di Paolo e Sila dal carcere. Al di là del fatto in sé, colpisce soprattutto il finale. Dopo essere stata rassicurata da Paolo che non sarebbero fuggiti, è essa stessa a consentirne la fuga, domandando come ottenere salvezza. La consecuzione delle azioni è significativa. I cristiani proclamano la Parola, l’uomo ne lava le piaghe, riceve il battesimo, con i propri familiari, quindi, li fa salire in casa e prepara la tavola. L’ospitalità e la convivialità è parte integrante del Vangelo. La liturgia celebrata porta veramente frutto quando è  vissuta nella concretezza del quotidiano, quando si rischia in prima persona la possibilità dell’Amore che chiede di essere spezzato, per essere dato al prossimo.
Così, quando la guardia apre le porte alla fede, «fu pieno di gioia insieme a tutti i suoi per avere creduto in Dio» (At 16,34). Riprendendo un’immagine cara a don Tonino Bello, il cristiano è infatti chiamato ad essere un “cireneo della gioia”, in grado, cioè, di parlare della fede, attraverso i frutti che essa produce, di cui la gioia è - probabilmente - il migliore degli sponsor.