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Non sempre siamo sufficientemente consapevoli delle nostre schiavitù. La più grande schiavitù di tutte è - infatti - proprio quella di essere schiavi, pur illudendosi d’essere liberi. È di questo che parla l’Apostolo, nella seconda Lettura:

in me c’è il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio (Rm 7,19)

Nella sintesi di san Paolo, probabilmente, può ritrovarsi ciascuno di noi. Difficilmente, infatti, qualcuno si volge al male, in cerca del male. Il più delle volte, in verità, anche il male compiuto con consapevolezza non è altro che un’incomprensione: convinti di fare la scelta migliore, ci rendiamo conto - solamente dopo - che si trattava solo della scelta più comoda, nella quale siamo rimasti avvinghiati e, più ci dimeniamo, più ne rimaniamo prigionieri. Qualche volta, del resto, il male che compiamo trova, invece, la propria origine nella stanchezza: la spossatezza fisica (o mentale), ci rendono nervosi, meno pazienti, portandoci magari a scegliere - ad esempio - di essere più accomodanti con i figli, ottenendo solo di rinviare alla prossima volta, l’esplosione di una richiesta che, accontentata una volta, vuole esserlo nuovamente.
L’essenza del peccato è proprio questa: una schiavitù, con l’apparente illusione della libertà, magari, della trasgressione a regole imposte da altri. Che, però ci lascia con l’amaro in bocca. Come capita a Gertrude, che, assaporando la soddisfazione che aveva ricevuta, si stupiva di trovarci così poco sugo, in paragone del desiderio che n’aveva avuto (Promessi sposi, capitolo X). Il peccato è - sempre - in debito col desiderio che lo ha fatto scaturire: l’aspettativa è alle stelle, ma il risultato delude. Il male è banale, è il bene ad essere creativo: per questo, rischia di trasformarsi in un’ascesa di depravazione; come le ciliegie, una trasgressione tira l’altra perché, una dopo l’altra, nessuna ci dà abbastanza sugo, in confronto al desiderio da cui era nata.
Libera nos a malo è l’invocazione che fluisce dal nostro cuore, nella preghiera del Pater. Di fronte al male che ci sovrasta ed annichilisce, rischiando di renderci suoi schiavi, non ci resta che l’abbandono fiducioso, nell’abbraccio del Padre, che tutto conosce, di noi e del nostro cuore.

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Il Vangelo di questa domenica pone sotto i riflettori una figura che, facendo di tutto per non essere notato, ha finito invece con il guadagnarsi il palcoscenico della storia della liturgia, dal momento che la liturgia cattolica ha preso spunto da lui:

«Signore, io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto, ma di’ soltanto una parola e il mio servo sarà guarito» (Mt 8,8)

Si premura anche di spiegare - e, quasi, scusare - l’origine di tale pensiero:«Pur essendo anch’io un subalterno, ho dei soldati sotto di me e dico a uno: “Va’!”, ed egli va; e a un altro: “Vieni!”, ed egli viene; e al mio servo: “Fa’ questo!”, ed egli lo fa» (Mt 8, 9). Probabilmente, non conosce nulla dell’attesa messianica del popolo d’Israele. Però, è venuto a conoscenza di questo guaritore ebreo e ha riposto in lui la sua fiducia e probabilmente la sua speranza di poter guarire il suo servo, che è in casa, a letto, paralizzato e soffre terribilmente. (Mt 8,5 )
Stupisce ancora di più la risposta del centurione, se pensiamo quale sia la reazione del Cristo alla notizia.

«Verrò e lo guarirò» (Mt 8,7)

Una sollecitudine che non è affatto scontata, visto - al contrario - quanto il Nazareno sia ricalcitrante nel compiere miracoli (pensiamo, ad esempio, quanto se lo sia dovuto “sudare” la donna cananea). È Cristo stesso, del resto, il primo ad accorgersi della straordinarietà di quella risposta: («In verità io vi dico, in Israele non ho trovato nessuno con una fede così grande!»).
Ritorna, in questo punto, un ulteriore parallelismo con la donna cananea, perché, accontentando la richiesta del militare, anche a quest'ultimo concede un miracolo “a distanza”. Gesù si lascia convincere dal centurione: non si reca nella sua casa, eppure ne guarisce il servo, come da supplica ricevuta.

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Il comun denominatore tra la prima lettura ed il Vangelo è la presenza dell’acqua. Tumultuosa, agitata è l’acqua del Mare di Galilea per gli Apostoli; un’incognita, pur nell’aspetto non certo maestoso del Giordano, se ad attraversarla è un popolo intero.
In entrambi i casi, quando la Bibbia parla d’acqua, in genere, il richiamo simbolico, più o meno diretto, è alle nostre difficoltà. L’acqua non è il nostro ambiente naturale: avere a che fare con l’acqua ci porta, inevitabilmente, a contatto coi nostri limiti. Eccezion fatta per chi è portato a ri-prendere coscienza del mondo sommerso poco dopo la nascita, per molti bimbi, il primo tuffo in piscina è accompagnato, spesso, da molte paure e qualche ansia. Tutto cambia, in acqua: la percezione del tuo corpo, la modalità di spostamento.. inutile aggiungere, che, in acque libere, le difficoltà sono raddoppiate dall’impossibilità di sapere esattamente “cosa ci sia sotto”. Ecco allora più comprensibile la metafora dell’acqua come metafora della vita spirituale in cui, di fronte al Mistero, siamo chiamati alla Fede.
È in questa cornice che si muovono i personaggi che incontriamo nella IV Domenica dopo l’Epifania.

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