Ha la passione dell'imprevisto. È un Dio in agguato

MagiCon addosso la nostalgia delle dimore lasciate e la fedeltà assoluta al fragile segno di una stella. Così ce li presenta il poeta inglese Thomas Eliot i tre Magi (The Journey of the Magi). Non tace sul duro inverno in cui i tre intrapresero il cammino: parla del fango, dei cammelli sfiniti e indocili, dei cammellieri che imprecavano e pretendevano donne e liquori. Dei fuochi che quella notte si spegnevano e dei paesi ostili: «infine preferimmo viaggiare di notte, / dormendo di quando in quando, / con le voci che ci cantavano nelle orecchie / dicendo che questo era tutto follia». Folli con le idee proprie piuttosto che saggi con le idee altrui: questo devono aver pensato quei tre camminatori che, non paghi di ricchezza e di sapienza, non vogliono solamente sapere tante cose , ma vogliono sapere l’essenziale. Han sentito il cuore vibrare e si sono scomodati, agganciando una stella al bramire dei loro animali allevati nelle stalle d’Oriente: “Dov’è il Re dei Giudei che è nato?” (liturgia della Solennità dell’Epifania del Signore). A caccia del fondamentale nelle strade battute del quasi banale. Nelle strade di Erode, di Archelao e di Zoroastro. C’è l’inquietudine del cuore, ma anche la derisione nel momento stesso in cui scelsero il rischio dell’ignoto alla sicurezza dei calcoli universitari di Zoroastro. Con quell’ansia di andare a cercare un Bambino: «la ricerca della Verità era per i Magi più importante della derisione del mondo apparentemente intelligente» (Benedetto XVI). Nell’umiltà dei loro passi curiosi risuona l’eco di mille voci, anche di voci che «cantavano agli orecchi, dicendo che tutto questo è follia». Il rischio della follia o la sicurezza dell’ignoranza: i Magi preferirono la fragile rotta del Cielo all’abituale mappa tracciata dagli uomini; hanno accantonato scienza e sapienza e sono partiti alla volta di Betlemme, barattando la sicurezza delle loro abitudini con l’ingenuità di un viaggio.
Portarono l’oro, l’incenso e la mirra: sulla soglia di quella Grotta non trovarono di meglio che imbastire una piccola celebrazione liturgica: celebrare dona un senso, è il linguaggio della gratitudine, l’inginocchiarsi è il paradosso dei saggi. Uomini d’Oriente ma anche uomini del Cielo: seppero trafficare la ricchezza senza prendersi gioco della dottrina, entrano nel presepio in punta di piedi e altrettanto silenziosi rincasano nelle loro terre lontane. Rimangono giusto il tempo di depositare un testamento, forse il più imbarazzante tra le eredità dei Vangeli: tornarono a casa “per un’altra strada”. E’ un particolare strano, faticoso, sudato: la tentazione di Erode era infingarda, tremenda, ambigua. I Magi scelgono la fragilità di un Bambino all’arroganza di un incapace travestito da potente: lo si adora e poi si ritorna a casa “per un’altra strada”. Si parte sempre da un luogo per incontrarlo; ma dopo averlo incontrato quasi mai la strada per la quale sei giunto sarà ancora una strada amica. Puoi anche ricordare com’eri e dov’eri quando Lo incontri, ma non potrai mai immaginare dove ti condurrà dopo averLo incontrato. Rimane il gaudio degli uomini di periferia (in un certo senso anche i Magi lo furono): in qualunque caos l’uomo e la donna abitino, quello sarà il punto di partenza verso di Lui. Il percorso di ritorno dipenderà dall’intensità di quell’incontro. Atteso e inimmaginabile.

Fu un freddo avvento per noi,
Proprio il tempo peggiore dell’anno
Per un viaggio, per un lungo viaggio come questo
Le vie fangose e la stagione rigida
Nel cuore dell’inverno.
E i cammelli piagati, coi piedi sanguinanti, indocili
Sdraiati nella neve che si scioglie.
Vi furono momenti in cui noi rimpiangemmo
I palazzi d’estate sui pendii, le terrazze,
E le fanciulle seriche che portano il sorbetto.
Poi i cammellieri che imprecavano e maledicevano
E disertavano, e volevano, donne e liquori,
E i fuochi notturni s’estinguevano, mancavano ricoveri,
E le città ostili e i paesi nemici
Ed i villaggi sporchi e tutto a caro prezzo:
Ore difficili avemmo.
Preferimmo viaggiare di notte,
Dormendo solo a tratti,
Con le voci che cantavano agli orecchi, dicendo
Che questo era tutta follia.
Poi all’alba giungemmo a una valle più tiepida,
Umida, sotto la linea della neve, tutta odorante di vegetazione;
Con un ruscello in corsa ed un molino ad acqua che batteva il buio,
E tre alberi contro il cielo basso,
E un vecchio cavallo bianco al galoppo sul prato.
Poi arrivammo a una taverna con l’architrave coperta di pampini,
Sei mani ad una porta aperta giocavano a dadi monete d’argento,
E piedi davano calci agli otri vuoti.
Ma non avemmo alcuna informazione, e così proseguimmo
Ed arrivati a sera non un solo momento troppo presto
Trovammo il posto; cosa soddisfacente voi direte.
Tutto questo fu molto tempo fa, ricordo,
E lo farei di nuovo, ma considerate
Questo considerate
Questo: ci trascinarono per tutta quella strada
Per una Nascita o per una Morte?
Vi fu una Nascita, certo, Ne avemmo prova e non avemmo dubbio.
Avevo detto nascita e morte
Ma le avevo pensate differenti; per noi questa Nascita fu
Come un’aspra ed amara sofferenza, come la Morte, la nostra morte
Tornammo ai nostri luoghi, ai nostri Regni,
Ma ormai non più tranquilli, nelle antiche leggi,
Fra un popolo straniero che è rimasto aggrappato ai propri idoli.
Io sarei lieto di un’altra morte.
(Th. Eliot, Il viaggio dei Magi)

Nel Natale del 1940, nel campo di concentramento di Treviri, J.P. Sartre fece dire al re Magio Baldassarre in risposta al disperato Bariona: «E’ vero che noi magi siamo molto vecchi e molto saggi e conosciamo tutto il male della terra. Tuttavia quando abbiamo visto quella stella in cielo, i nostri cuori hanno fatto un balzo di gioia come quello dei fanciulli e noi siamo stati simili a dei bambini e ci siamo messi incammino, perché volevamo compiere il nostro dovere di uomini, che è quello di sperare». A Betlemme Cristo – ancora custodito nel grembo di una Donna – camminò così vicino al suo popolo da lambire il loro quotidiano, ma la risposta fu netta: “non c’era posto per loro nell’albergo”. Dall’Oriente tre uomini fecero spazio all’Eterno nel loro cuore: s’imbatterono in un Volto che divenne una strada. Quella che addita all’essenziale.

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