«Bisognava»
La prima annotazione dell’evangelista riguarda l’itinerario e ha del sorprendente. Il Figlio dell’Uomo cammina come un mortale qualsiasi, per spostarsi sulle strade del mondo. Eppure «bisognava» che Gesù passasse per la Samaria[2]. Non una necessità ontologica, evidentemente: sarebbe contraddittorio pensare che la seconda persona della Santissima Trinità possa essere soggiogata ad una necessità di siffatta tipologia. Piuttosto, è credibile ritenere che si tratti, invece, di una necessità relativa, di tipo pastorale, senz’altro con una sfumatura più attenuata: era rilevante, per motivi ministeriali, il suo passaggio per la Samaria. Forse, proprio per l’incontro con la Samaritana, al pozzo di Giacobbe.
Vero uomo
Il secondo appunto ci regala una delle prime attestazioni giovannee dell’Incarnazione, nel suo Vangelo. Dopo il Prologo e le nozze di Cana, l’evangelista evidenzia che il lungo viaggio lo sta prostrando. Non manifesta l’atarassia che ci tramandano alcune letture della sua immagine che i Padri ne fanno. Il sole e il caldo non gli sono indifferenti. Il tragitto può sfiancarlo. Può trovarsi, nei pressi di Sicar, dove gli antenati hanno costruito un pozzo per attingervi acqua, assetato, sfiancato, ma senza uno strumento per dissetarsi.
Un incontro anticonvenzionale
Verso mezzogiorno, i discepoli sentono i borbottii dello stomaco e si offrono volontari per fare la spesa. Il Maestro acconsente. Si dice stanco, si sofferma al pozzo. In un orario insolito per recarsi al pozzo, arriva una donna. Già questa notizia sarebbe insolita. È sconsigliato e illogico fare un’attività fisica faticosa sotto la canicola, in Medio Oriente. Se vi si aggiunge, l’incontro tra un uomo giudeo e una donna samaritana, la notizia è comprensibilmente scioccante, agli occhi dei discepoli[3]. Al contrario, il Maestro pare incurante di queste convenzione e, non solo dialoga con una donna, per di più samaritana, ma discute con lei di teologia, ambito ancora più sconveniente di cui parlare con una donna, nella Samaria del I secolo.
L’acqua e la sete
Gesù e la sua sete («Dammi da bere»[4]): questo il gancio, con cui il Cristo cerca, per primo quel contatto anticonvenzionale, con una donna incontrata ad un pozzo, in terra di Samaria. La samaritana e la stanchezza di continuare ad attingere, per poter avere l’acqua: «Dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua[5]». Gesù «chiede da bere, e promette da bere. È bisognoso come uno che aspetta di ricevere, ed è nell’abbondanza come uno che è in grado di saziare»[6].
La ricerca insoddisfatta
«Va’ a chiamare tuo marito»[7]: tentativo di rientrare nella convenzionalità delle relazioni o messa alla prova sull’autenticità? Difficile dirlo: la realtà attesta però che la Samaritana rimane fedele a se stessa. Si lascia toccare da Cristo, proprio laddove si trovano le sue ferite aperte. In quella ricerca d’amore che la vita dice incompiuta nella risposta di Gesù («hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito»[8]), non cerca alibi, né millanta nulla di diverso dalla verità. Si mostra qual è, in una situazione sentimentale che oggi definiremmo irregolare e che, all’epoca, probabilmente, sarebbe risuonata, a maggior ragione, ancora più stonata e smaccatamente originale, quando non apertamente scandalosa, alla pari di un pubblico adulterio.
Né qui, né lì
Con una verità che non rinuncia alla carità, Gesù apprezza la sincerità della donna, che non nasconde né l’irregolarità della sua situazione, né la sua, concomitante, ricerca di verità teologica («dove bisogna adorare?»”[9]). Non solo accoglie le sue domande, dialoga di teologia con una donna, ma, al contempo, mantiene salda la sua identità giudaica («la salvezza viene dai giudei»[10]) e sottolinea che il vero culto è «in spirito e verità»[11]: quasi a dire che anche la migliore liturgia rimane un’azione nel frattempo, legata alla contingenza, volta a mostrare un riflesso d’eternità, per accendere il desiderio, ma che non lo risolve nell’immediato. La comunione richiede l’eternità per essere penetrata. Qui, sulla terra, può solo essere intuita.
Tutto quello che ho fatto
Nell’annuncio alla comunità, Gesù diventa l’uomo che le ha detto «tutto quello che ha fatto»[12]. Lungi dall’essere descritto come invadente, la donna che rifuggiva il contatto con la società civile, diventa la stessa che lo ricerca, una volta incontrato Cristo. Le parole di Cristo, profonde e delicate al tempo stesso, la interrogano e le mostrano come sia possibile affrontare anche sguardi e maldicenze, se a muoverti è l’entusiasmo per qualcosa di grande, che tu non comprendi neppure totalmente, ma di cui percepisci la portata enorme.
Il punto interrogativo
«Che sia il Messia?»[13]: la predicazione della Samaritana si conclude con un punto interrogativo. Una domanda che si apre a nuovi scenari. La libertà è interrogata, ma non obbligata alla fede. L’incontro con Cristo fa nascere domande, ma non sempre sciorina risposte credibili. Spesso, spariglia le carte, scompagina i piani, frantuma le certezze; spesso, siamo più frastornati che edificati dall’incontro con quel Crocifisso risorto che, con il suo paradosso, ci costringere a ricostruire l’identità di quel rabbi di Galilea, allergico alle convenzioni sociali, con la propensione a cercare e salvare ciò che era perduto[14].
La sete dimenticata
Al pozzo s’incontrano due seti, che si scoprono conciliabili. La Samaritana arriva per attingere acqua, ma si scopre assetata di verità e comprende che lo Straniero è in grado di soddisfare ciò che sei uomini diversi non si sono dimostrati in grado di portare a compimento. Gesù, che in origine chiede da bere, al ritorno dei discepoli appare saziato: dissetare la sete della donna pare essere servito anche a soddisfare la sua!
La nostra sete
La brocca dimenticata. La commissione interrotta. Un incontro che rivoluziona la giornata e le giornate a venire, che piega in modo diverso le pieghe della quotidianità, suggerendo un modo diverso di guardare all’altro, che incontriamo senz’averlo cercato. Come al pozzo di Sicar, spesso la realtà ci interpella. E ci chiede di abbandonare la brocca delle nostre certezze. Per compiere qualcos’altro. Per ascoltare la voce della volontà di Dio, invece della nostra: lasciare che i piani di Dio si prendano gioco delle pseudocertezze a cui sono aggrappati i nostri piani personali. Era necessario vagare quarant’anni nel deserto, prima di arrivare alla terra promessa. Prima, il popolo non era pronto a concludere il patto con Dio. A volte, è necessario passare da Sicar, per raggiungere Gerusalemme. Anche se non è la strada più breve, è quella richiesta dalla nostra sete inappagabile.
Rif. letture festive ambrosiane, part. Gv 4, 4-31
Vedi anche: Discorsi, Commento al Vangelo di S. Giovanni, Omelia 15, Aurelius Augustinus
Fonte immagine: Pixabay
[1] Quest’anno, il Vangelo liturgico festive ambrosiano della seconda Settimana di Quaresima coincide con quello del rito romano della terza Domenica di Quaresima; quest’ultimo, però, al contrario della liturgia ambrosiana, segue, anche nei tempi forti, una ciclicità distesa in tre anni.
[2] Vd. Gv 4, 4
[3] Si tenga conto che, nella cultura giudaica dell’epoca, un uomo e una donna non avrebbero mai parlato assieme in pubblico; persino tra marito e moglie, ciò sarebbe risultato sconveniente, se in pubblico.
[4] Gv 4,7
[5] Gv 4, 15
[6] Agostino, commento al Vangelo di San Giovanni, Omelia 15
[7] Gv 4, 16
[8] Gv 4,18
[9] Gv 4, 21
[10] Gv 4, 22
[11] Gv 4, 23
[12] Gv 4, 29
[13] Ibidem
[14] Vd. Lc 9, 10

Una risposta