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È destino delle cose ineffabili: dopo averle frequentate infinite volte, o le si ama focosamente o ci si annoia al solo pensiero di doverle ancora incrociare, professare, carezzare. Siano essi fatti di carne, di fede, insulti, di estasi o caos, nulla cambia: «Un arcobaleno che dura un quarto d'ora non lo si guarda più» (W.Goethe). Chi, pregando il Padre nostro, non ha mai avvertito l'abitudine alla sua recitazione? Recitare è materia d'attrazione, non è pregare: è implicarsi in una trama. Preghiera è lasciarsi-segregare da Dio: «Sia fatta la tua volontà». A occhi chiusi, senza manco pensarci. A pensarci è da impazzire: volontà-di-Dio è espressione che sgomenta e sotterra. Altro che passività-cristiana: non ciò che l'uomo dovrà fare per Dio. Ciò che Dio vorrà fare per me. Dio della generosità.
Col Padre-nostro annoto svariati conti-in-sospeso. Frequento Dio, coi suoi misteri, sin da bambino: eredito dal mio casato l'avere scoperto sguardi-all'insù, oltre quelli all'ingiù. “Ereditare” è un verbo di ricevimento: da altri, verso me. È anche verbo-impegnato: l'eredità va riconquistata per diventare sangue-nostro. Al contrario, si vivrà da separati sotto lo stesso tetto. Per troppa frequentazione, quest'orazione non mi parlava più: abituarsi alla bellezza, tra tutte le bestemmie possibili, è capoclasse. Mi piace lo “smontare”: è verbo d'officina, di riparazione. Ho provato, dunque, a smontare il Padre-nostro. Ho scorto parole ridenti: padre, nome, regno, volontà, pane, debiti, tentazione, male. Parole delle quali è piena la grammatica feriale: “Dov'è papà? Che bel nome porti! Siamo pieni di debiti. Sei andato a comperare il pane? Cosa ti ho fatto di male?” Le parole di questa preghiera, volenti o nolenti, abitano il nostro parlare. Ciò che intuivo era che chi aveva firmato questa preghiera era o santo o genio: nella stringatezza di poche righe, aveva incastonato tutto quello che l'uomo avrebbe potuto chiedere a Dio. Realizzai che era stato Cristo, su domanda, ad inventarla. Una richiesta che ha trovato risposta: anche Dio, ogni tanto, risponde. In poesia, mai in prosa.
Dalla galera – il nostro punto di osservazione sul mondo – queste parole m'incuriosirono: sono le medesime che pregano i briganti, i santi, le prostitute, i monsignori. Stesso padre, pane, tentazione. Stessa richiesta: «Sia santificato il tuo nome». Come si chiama Dio? Sono gli altri a sceglierci il nome: Dio è l'unico che se lo sceglie. Nel nome ci sono infinite cose. Sentirsi chiamare per nome ci procura batticuore: pezzi-unici, su-misura. Le persone posso conoscerle solo di vista: però solo se conosco il loro nome posso dire di conoscerle davvero. Dio decide di far dipendere il destino del suo nome dal mio chiamarlo-per-nome: da non prendere sonno. In una terra dove la bestemmia è grammatica-laica, a Dio urge che l'uomo diventi l'eco del suo nome. Ha bel nome, è di buona volontà.
La sfida, l'ho accettata, era ardua: imbavagliare l'abitudine per rinfrescarne l'intimità. Partenza obbligata: ragionarne con chi non prega il Padre. È vero – lo diceva Cicerone, sta scritto nell'ascensore del nostro carcere – che nessuno potrà dire di conoscere la libertà se prima non l'ha perduta: è altrettanto vero che solo chi non frequenta Dio avrebbe potuto ridonarmi il gusto-per-Lui. Ho conversato, con spirito randagio, assieme a Silvia Avallone, Erri De Luca, Mariagrazia Cucinotta, Simone Moro e Tamara Lunger, Carlo Petrini, Flavio Insinna, Umberto Galimberti, Pif: tutte storie conosciute, amiche. Le loro anime, però, sono state rivelazione, rivoluzione: «D'ora innanzi, nel destino di ciascun uomo, ci sarà questo Dio in agguato» (F. Mauriac). “Santificare, desiderare, volere”: verbi che, declinati per negazione, fan bruciare una galera. Eliminate gli affetti, l'urto della volontà, la bellezza del nome: ecco le matricole. Badate che, in prigione, ferro-cemento, osano i medesimi bisogni: fame di pane, angoscia di debiti, rintocco di seduzioni, ricatti di male. «Ma liberaci dal male», Padre.
Nella Lettera al padre, lo scrittore Kafka fa ardere la penna: «Mi è sempre risultata incomprensibile la tua assoluta mancanza di sensibilità per il dolore e la vergogna che riuscivi ad infliggermi con le tue parole, i tuoi giudizi. Era come se non avessi minima idea del tuo potere». È capitato anche a me di pensarlo di Dio, pure di mio papà. Ecco che - eravamo già in strada - s'è presentato papa Francesco, l'inaspettato che non t'aspetteresti: “M'incuriosiscono questi discorsi che state facendo. C'è posto?” Detto-fatto: a scatola chiusa, come la cosa più spontanea. Come ad Emmaus: è di Dio intrufolarsi nelle conversazioni, buttarle all'aria. Il suo conversare è esame-della-vista: l'accorgerci che, non-nominato, il buon Dio si è rintanato ovunque. Nella casa di chi crede, fuori dalla porta di chi non crede: in agguato, all'ingresso. In perpetua attesa.
Conversando per negazione, ho ritrovato il sapore di dire: Padre-nostro.

Buon viaggio nel Padre Nostro!
don Marco Pozza


Indice delle puntate


Prima puntata: “Padre nostro che sei nei cieli”

Gesù in preghiera. Possiamo solo immaginare lo spettacolo che i discepoli godettero in diretta. La visione fu così imponente che, un giorno, glielo confessarono: «Insegnaci a pregare». Forse era questo che Lui sognava mentre pregava: che gli chiedessero “insegnaci a pregare”. Da questa domanda, che ha trovato risposta, è sbocciata sulle labbra di Cristo la preghiera del Padre Nostro. Una preghiera da gustarsi leccandosi la bocca dopo aver declinato ogni singola parola.
Sin dalla parola-d'ingresso, la più scandalosa: quel chiamare Dio Padre che ha messo sotto-sopra l'idea stessa di Dio. Dio è Padre, un papà. Penso a Dio, dunque, e lo immagino riflesso nel volto di papà.
Sono ritornato da mio papà. Avevamo delle parole-in-sospeso.

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Nella lettera che scrive al padre, lo scrittore Kafka usa parole dure: «Mi è sempre risultata incomprensibile la tua assoluta mancanza di sensibilità per il dolore e la vergogna che riuscivi a infliggermi con le tue parole, i tuoi giudizi. Era come se non avessi minima idea del tuo potere». Un conto è indicare la strada, un conto percorrerla assieme.
In qualunque parte sia nascosto, c'è comunque un padre nel quale specchiare la nostra sorte. Il volto del Padre non è ancora cancellato del tutto. La maniera evangelica per tenerlo in vita è tenergli cucito addosso quel “nostro”: Padre-nostro. È vero che sta lassù, nei cieli: è anche vero che gli effetti della sua segreta-presenza sono quaggiù, senza l'etichetta del mittente. Presenti, seppur nascosti: cercarli sarà già un pregare-di-sottofondo il Cielo. Cercarlo, perché già cercati.

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Seconda puntata: “sia santificato il tuo nome”

Nella scorsa puntata abbiamo gustato l'ebbrezza d'invocare Dio “Padre”, Padre-nostro. L'esatto contrario della solitudine. Anche con Dio, capita come con le creature: posso conoscerle di vista, ma solo se conosco il loro nome posso dire di conoscerle davvero. Nel nome sono nascoste infinite cose: sentirsi chiamare per nome ci procura il batticuore. Ci fa sentire dei pezzi-unici, fatti-su-misura.
Qual è il nome di Dio? È strana questa storia: di solito sono altri a scegliere il nostro nome. Dio, invece, è l'unico che se lo sceglie: «Io sono colui che sono» confida a Mosè. Che nessuno, pronunciandolo, pensi di possederlo. L'unico desiderio di Dio è che il suo nome non venga bestemmiato, che «sia santificato». Ne ho discusso a tu-per-tu con lo scrittore Erri De Luca, il mio teologo di riferimento. Con suor Caterina Maria dell'Eterno Padre: stasera è tutto un valzer di nomi.

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Cancellare il nome di Dio è il tentativo dei falsi profeti. Il salmo 6 contiene una riga che mi imbarazza quando lo prego: «Nessuno tra i morti ti ricorda. Chi negli inferi canta le tue lodi?» Se nessuno intona il nome di Dio, Dio è assente. Il destino della sua presenza è legato al nostro chiamarlo per nome: «Sia santificato il tuo nome». È come se Dio avesse bisogno di una cassa di risonanza – l'uomo – per fare in modo che tutti sentano come si pronuncia correttamente il nome.
Léon Bloy scrisse: «Esiste un'unica infelicità: quella di non essere santi». Che, a conti fatti, è il nocciòlo di questa seconda invocazione del Padre-nostro: “Fa', o Dio, che il mio nome non sia d'inciampo alla bellezza del nome-tuo”. Che Dio nasconda il suo nome nella miseria del mio nome, è roba da non prendere sonno.

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Terza puntata: “Venga il tuo regno”

Il primo desiderio è la santificazione del nome di Dio: per un figlio nulla è più irritante di sentire parlare-male del padre. La tristezza di un padre è che il figlio disonori il suo nome: ne abbiamo parlato la volta scorsa. Stasera vestiamoci da esploratori, per andare a capire che cos'è il Regno di Dio, attorno al quale fiorisce l'altro desiderio della persona orante: «Venga il tuo regno».
È il tema-preferito di Gesù. Ad ascoltarlo mentre ne parla, l'unica cosa da fare è desiderarlo a più-non-posso. Mostrarsi mendicanti. Mi sono scelto compagne-d'esplorazione due storie: quella dell'attrice Mariagrazia Cucinotta che, interpretando Beatrice Russo nel celebre film Il Postino, mi lasciò il sospetto che la poesia aiutasse il Regno ad accendersi. E tre alunni di don Lorenzo Milani: a Barbiana mostrò di che pasta era fatto il Regno. Mise in piedi il regno-dei-mendicanti.

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I farisei erano tutta gente di fretta: «Quando verrà il regno di Dio?», domandavano a Gesù. Lui, abile narratore, rispondeva a suo-modo: “Verrà piano, quasi invisibile, tutto una sorpresa”. Loro non intuirono che il Regno stava nascendo sotto i loro occhi. Fu una grossa svista, un peccato-della-vista: lo cercavano altrove, era appena lì.
La proporzione è sempre sproporzionata: nel poco ci sta l'infinito, il Cielo dentro un granello di sabbia, Dio nell'uomo. Non ci rimane che desiderarlo, invocarlo, ritornare bambini. Quando il bambino grida, gli adulti sorridono: lui, però, è terribilmente serio. Come il priore, lassù a Barbiana, i poeti nel mentre fanno-rime, i fotografi nell'attimo dello scatto. Il Dio delle sorprese: invece che imporsi, ama proporsi.
Farsi-desiderare, com'è di tutti i grandi amori.

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Quarta puntata: “sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra”

È Il terzo desiderio: dopo la santificazione del nome, l'avvento del Regno, «sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra». La volontà di Dio chiesta così, a occhi chiusi: «Solo una persona che ha perso la testa può dire cose simili. È aprire le porte ad un vento che scompiglia. Offrire un pranzo al Dio affamato» scriveva l'Abbè Pierre.
Volontà-di-Dio è espressione che impaurisce e lenisce, ferisce e sana, mortifica e rialza. È tutto, eccetto che passività. L'ho intuito a Lucca, mare e pini lungo la statale: la città di Emanuele Campostrini. Una malattia, tanti quadri, una volontà misteriosa. Volontà è termine-verticale, come in terra così in cielo. Viceversa. Me l'ha detto Simone Moro e Tamara Lunger, due tra i più forti alpinisti in circolazione che, in cordata, danno del tu agli Ottomila della terra. Prima desiderandoli, poi conquistandoli. Volontà è parola che m'incuriosisce, mi atterrisce.
Chissà se piacerà a donna-Prassede, quella narrata dal Manzoni.

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Con il Padre nostro, Gesù ci insegna a pregare Realizzare ciò che domandiamo nella preghiera, è affare di Dio: volontà-di-Dio non è ciò che l'uomo deve fare per obbedire a Dio, ma ciò che Dio dovrà fare per salvare l'uomo. Che, il più delle volte, è l'esatto contrario di quello che l'uomo attenderebbe da Dio. «Sia fatta la tua volontà»: riaprimi la strada per tornare a te, Dio.
L'ha raccomandato, l'ha fatto: «Non come voglio io, ma come vuoi tu» è stato il suo grido d'angoscia. Ha santificato il nome, facendosi uomo dove il nome era infamato; ha portato, nella terra del peccato, il regno della mitezza; in Croce si è mostrato ligio al desiderio di Dio: «Questo avviene quando siamo capaci di trasformare ogni fatto accaduto, qualunque sia, in oggetto di desiderio» scriveva Simone Weil. Pare insulto al buonsenso. Nessuno obbliga a seguire Cristo.

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Quinta puntata: “dacci oggi il nostro pane quotidiano”

Nella prima parte del Padre nostro interesse è tutto a Dio: «Sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà». Nella seconda, che iniziamo questa sera, al centro c'è il nostro bene: pane, perdono, difesa, liberazione. Due “tavole”: il compimento di Dio di fronte all'uomo, quello dell'uomo di fronte a Dio.
È il tema del pane a spalancare la seconda parte: «Dacci oggi il nostro pane quotidiano». «Dacci» è forma imperativa: dice il lavoro, anche il dono. «Pane nostro»: se io ho il pane, che anche mio fratello ce l'abbia. «Quotidiano», è vietato l'accumulo: è necessario fare ogni giorno nuova richiesta. Pane-fresco ogni primo mattino. Del pane ne abbiamo parlato con Diego, uno dei pastori di Castelluccio di Norcia. E con Carlo Petrini, il papà di Slow-Food.
Acqua, aria terra, fuoco. Più il pane: anch'esso è cosa primaria.

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Nelle comunità fondate dall'Abbè Pierre, prima di mangiare si prega così: «Signore, aiutaci a cercare il pane per coloro che hanno fame e cercare la fame per coloro che hanno il pane». E' chiaro: il pane senza la fame è spreco. La fame senza il pane è dannazione, miseria. Per questo: «Dacci oggi il nostro pane quotidiano».
A casa nostra s'inizia a mangiare «Nel nome del Padre». Da bambino notavo il nonno baciare il pane caduto a terra. La nonna si scocciava quando tiravamo molliche: “Non si gioca col pane!” In terra siamo tutti ospiti e viandanti: sembriamo fermi, ma stiamo facendo un viaggio spettacolare, tappe-brevi. Avere-pane è garanzia di buona riuscita. È frutto della terra e del lavoro dell'uomo. Lo presentiamo a te, Signore. Fa' che diventi per noi cibo di vita eterna.

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Sesta puntata: “rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori”

Siamo pieni di debiti! Dostoevskij scriveva che siamo indebitati col mondo intero. «Rimetti a noi i nostri debiti» è la seconda supplica che l'orante indirizza a Dio nel Padre-nostro: abbiamo tutti bisogno di qualcuno che ci guardi nonostante i disastri. E' dall'essere perdonati che nasce il perdonare: «Come noi li rimettiamo ai nostri debitori».
Annullarci i debiti. Poi accettare che la logica di Dio entri dentro le nostre vene, una sorta di trasfusione di sangue. Per Dio i peccati non sono Affari tuoi: sono sempre affari-nostri. È il cuore del dialogo fatto con il presentatore televisivo Flavio Insinna. Mescolato al dramma-dignitoso di Bruno Vallefuoco: vent'anni fa gli hanno ucciso il figlio.
Oggi fa il possibile perché quella morte possa diventare vita.

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Scrive Simone Weil: «Chiedergli di rimettere i nostri debiti significa domandargli di distruggere il male che è in noi». Distruggere è verbo di sfacelo. Perdonare non è cercare una scusa all'offesa, né dimenticare chi ci ha offeso. È molto di più: è perdonare ciò che non riuscirò a dimenticare. Dio l'ha già fatto con noi. Nessun baratto nel Padre nostro: “Perdonami, così io perdonerò”. Solo un promemoria: “Aiutami a ricordare le volte che son stato perdonato. Ho un debito di restituzione”.
Abbiamo iniziato dicendo: “Siamo pieni di debiti”. La conclusione è identica, con una piccola aggiunta: “Pieni di debiti. Con Dio”. Non ci resta che chiederGli un'occasione propizia per la restituzione. Don Primo Mazzolari era convinto che «tutti si gode quando altri godono».
È sempre stato il più gigante dei sogni di Dio.

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Settima puntata: “Non ci indurre in tentazione”

È la terza richiesta fatta a nostro favore: il pane, il perdono dei peccati, «non ci indurre in tentazione». Che nessuno, badate bene, immagini Dio come uno che si diverte a mettere-alla-prova l'uomo: un Dio siffatto non meriterebbe d'essere creduto, né amato. Oscar Wilde diceva che «l'unico modo per liberarsi di una tentazione è cedervi». A che serve vincerne una? Se ne presenta subito l'altra: “L'ultima, poi basta” dice sempre così Satana.
«Non abbandonarci nella tentazione» suona meglio: è più vero il Dio in filigrana. Tentazione è parola dai molti abbinamenti. Abbiamo trascorso del tempo a parlarne con il filosofo Umberto Galimberti. E con Valentina Vezzali, l'atleta che conquistò il mondo col fioretto. La puntata si chiude in modo bizzarro: sedurre è parte-in-causa della tentazione. Scordarlo è farsi beffare.

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L'apostolo Paolo, scrivendo agli amici di Corinto, ammise con spudoratezza: «Quando sono debole, è allora che sono forte». Se non è insulto al buon-senso, poco ci manca. Invece, a conti fatti, quella di Paolo è la confessione più umana, che solo un peccatore-perdonato riesce a professare. È la tentazione a renderci umani. Nel deserto, faccia-a-faccia con Satana, Gesù non raccontò che i mostri esistono. Insegnò come si fa a sconfiggerli, affrontandoli.
Mi convince la traduzione fatta da Tertulliano, scrittore romano dei primi anni: «Non permettere che siamo sedotti dalla tentazione». Invocato così, Dio non spaventa affatto: c'è fede, tremore. Il sospetto che Dio sia nemico della gioia, che si diverta ad istigarmi, è l'ultima storiella di Satana. Darle retta un secondo, è averlo già assecondato.

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Ottava puntata: “Ma liberaci dal male”

Nella scorsa puntata il tema è stato la tentazione, il disastro che imploriamo Dio di aiutarci ad evitare. Il male - «Ma liberaci dal male» - è l'abisso nel quale siamo già-caduti: solo Dio potrà liberarci. È un grido, un fragore, una sorta di arringa da tribunale.
Siamo entrati nel carcere minorile di Nisida, dove il male è di casa: è parola di Luigi. Dio, però, sta in agguato: parola di don Fabio, il custode delle anime-ferite. Nessun posto, come una patria-galera, offre la vertigine di contemplare Dio all'opera mentre libera dal male: roba da brividi, odora di manesco, di premura. E' la riposta-brusca al sequestro operato da Satana. Da Nisida a Palermo: lì mi aspettava il mio amico regista Pif, per raccontarmi chi va In guerra per amore.
“Riparare” è il verbo di stasera: siamo tutti ex-di-qualcosa.

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Recitando il Padre nostro, s'inizia sempre con «Padre», finiamo sempre con «Male»: «Padre nostro, liberaci dal male». Da una parte il padre, dall'altra il Maligno: in mezzo il nostro campo-di-battaglia. Io, Lucifero, Dio. Più quel grido cavernicolo al quale sta appesa la nostra salvezza, la nostra dannazione: «Liberaci dal male».
Il nome, il regno la volontà: è ciò di cui necessita Dio. Il pane, i debiti tolti, la difesa dalla tentazione, il riscatto: è ciò che serve a noi per scampare. Sommati, risulta il Padre nostro.
Controllate: c'è tutto. Ha scritto Simone Weil: «Non è possibile recitarlo una volta sola, concentrando su ogni parola la pienezza dell'attenzione, senza che un mutamento forse infinitesimale, ma reale, non si produca nell'anima».

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Nona puntata: il colloquio integrale di Papa Francesco con don Marco Pozza

La mia storia, finora, è nascosta nel volto di tre Papi. Sono nato sotto il pontificato di Giovanni Paolo II: il suo rannicchiarsi all'ombra di Maria è stato per me invito a coltivare sin da piccolo la devozione alla Donna di Nazareth. Benedetto XVI è stato per me maestro nella fede, nella teologia: la gentilezza del suo pensiero, unita a quel tocco di pittura che gli è congenito, sono stati invito e compagnia nella mia personale ricerca del volto di Dio. Francesco è il Papa che con i suoi gesti ama rendere attori le persone che si trova davanti. Temo che il buon-Dio, quand'era a spasso per la Galilea, facesse l'identica cosa: l'uomo, qualsiasi uomo, protagonista della sua storia con Dio.
Apparso alla finestra in una sera di primavera, il suo esordio è stato per me rapimento: Buona-sera! Non era politicamente-corretto come saluto-di-Papa: era profondamente umano, però. Mi colpì, mi convinse, fu motivo di un'immediata simpatia per quell'uomo arrivato dai bordi della terra, a testimoniarmi il bordo del Mistero. In galera – il nostro punto d'osservazione sul mondo - pronunciare il suo nome è aprire le porte alla stravaganza di Dio. Le sue accelerazioni o sono carezze di madre, o sono annunci di guerra. Indifferenti, mai.
Nelle prigioni abitano uomini che hanno fatto guerra, provocato disastri, messo in allarme il mondo. Gente attrezzata a tutto. Quasi-tutto: «Io ho una certezza dogmatica: Dio è nella vita di ogni persona, Dio è nella vita di ciascuno. Anche se la vita è stata un disastro, se è distrutta dai vizi, dalla droga, da qualunque altra cosa, Dio è nella sua vita. Bisogna fidarsi di Dio» disse Francesco in quell'intervista a a padre Antonio. Fu un vero e proprio agguato, il colpo di fulmine che non t'aspettavi. Certezza-dogmatica: la carne è l'unico dogma che i poveri sanno a memoria. Dunque, hanno capito che il Papa li amava per com'erano: rotti, feriti, slabbrati. Fatti-così.
È sbocciata a bordo strada, come un fiore selvatico, la storia d'affetto tra Francesco e i nostri carcerati. Una sera, la domenica del Giubileo dei Carcerati, li ha invitati a casa: la porta aperta è sempre quella più sicura. Li ho visti lacrimare, faticare a reggersi in piedi, pregare, sorridere. Abbracciarsi-forte: Gesù, in Galilea, iniziò così la storia più ambiziosa. Da quel giorno, nulla è più stato com'era prima. Per loro, anche per me: quello sguardo-di-grazia sulla mia miseria è stato lo sguardo di un Dio-affamato del mio riscatto.
A luglio, un mattina, uno di loro mi fissa: “Quando sei così, stai organizzando qualcosa”. Sorrido, gli confido questo lavoro sul Padre-nostro, gli svelo qualche storia. Lui - è la sfacciataggine bella del povero - non ha dubbi: “Se glielo racconti al Papa, parteciperà anche lui”. Rido: “Esagerato!” Scordavo che anche Cristo esagerava: non conosceva amore senza eccessi. Finita la messa, scrivo la lettera: la Invio. Quando il martedì il Papa telefona, quello che capisco è che i poveracci sentono Dio mille volte meglio di me. È destino che siano loro ad evangelizzarmi in questi anni di sacerdozio.
Quando ci siamo raccontati il Padre-nostro, non potevo tacere quella sera di marzo 2013: a casa, Francesco era un nome che già si pronunciava con leggiadria. È il nome di nostro papà. Da quella sera è diventato anche il nome del nostro Papa. Dopo Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, Dio si chiamava Francesco: era un nome di-casa.

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Gli ho baciato la mano: non è un gesto che mi appartiene, però in quell'istante mi è nato spontaneo. Era il gesto più nobile: perché ci sono mani che, senza far rumore, fanno scivolare sotto la pelle fiumi di misericordia, scorci di bontà, sprazzi di bel-tempo. Avevo avvertito, conversando assieme a Lui, quello che scrisse don Primo Mazzolari: «Il miracolo è l'incontro della sua carità infinita con l'infinita mia povertà che si inginocchia». Dio nella mia povertà: è pazzesco.
E mentre conversavo ho ripassato le tante storie che han reso fantastico quest'avventura nel Padre-nostro. Sopratutto ho ripensato a Silvia, Erri, Mariagrazia, Simone, Tamara. Carlo, Flavio, Umberto, Pif: la loro non-credenza, la loro fede-difficile sono state la traduzione letterale della certezza di Francesco: “Ci sono dei non credenti che sono più vicini a Dio di tanti credenti”. Punto, a capo.
Assieme abbiamo fatto una scoperta. Pregare il Padre-nostro, a volte è tanta-fatica: da soli qualcuno non lo prega. Pregarlo recitando un pezzettino ciascuno, questa è la Chiesa che ho sempre sognato: una storia di voci poggiate l'una all'altra. A farsi coraggio, compagnia.

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